La saga dei Pittella

David Allegranti

Roma. Nel Mezzogiorno il Pd è affidato alle cure dei micronotabili, come li chiama il politologo Mauro Calise nei suoi libri. Portatori di voti e di interessi distribuiti nelle varie regioni, dalla Campania, dove c’è Vincenzo De Luca, alla Basilicata, dove spadroneggia Pittella. Anzi, i Pittella, perché sono almeno due (se non tre, se non quattro). Si procede dunque per continuità dinastica, come insegna la vicenda di De Luca, che ha difeso la possibile candidatura alla Camera del nipote Piero: “Distinguiamo i somari da chi ha qualcosa da proporre e si candida per motivi di passione politica”, ha detto l’ex sindaco di Salerno. Uguale in Basilicata, dove il capostipite Domenico Pittella detto Mimì, già senatore del partito socialista, ha dato il via a una ricca successione politica.

   

Gianni Pittella, capogruppo di S&D al parlamento europeo, sarà candidato alle elezioni del prossimo 4 marzo, probabilmente come capolista al Senato. Il Pd ha bisogno di Pittella per alzare i consensi, perché magari non saprà l’inglese (memorabili i suoi video su YouTube in dialetto anglo-lucano) ma sa benissimo come raccogliere voti. In Basilicata e nel Mezzogiorno, naturalmente, non altrove, come già fu evidente dalle primarie di partito del 2013 quando arrivò quarto su quattro. Pittella arrivò appunto ultimo, ma non si scompose. Non ha certo problemi di autostima: alle europee del 2014 prese 233.466 voti, superando i capilista del partito. Circolano racconti mirabolanti sulle sue campagne elettorali, durante le quali Gianni Pittella è capace di girarsi tutti i paesini più sperduti della Basilicata, presenziando a feste di compleanno e matrimoni, pur di raccattare qualche voto.

    

Alla candidatura del capogruppo di S&D al Senato è legato anche il futuro del fratello Marcello, governatore della Basilicata. Ieri, “il Quotidiano del Sud” dava conto dell’incontro avvenuto fra Gianni e il segretario Matteo Renzi a margine dell’assemblea milanese del Pd sull’Europa. Lì si è discusso della candidatura senatoriale ma anche della futura, possibile, candidatura del governatore a europarlamentare. Marcello è infatti in scadenza e le regionali ci saranno fra pochi mesi, nell’ottobre 2018. Giusto in tempo per potersi presentare alle europee del 2019, cinque anni dopo il famoso 40,8 per cento con cui Renzi si è baloccato a lungo. C’è insomma un cronoprogramma preciso: Gianni eletto senatore nel marzo 2018, Marcello eletto eurodeputato nella primavera 2019. Lo schema viene confermato al Foglio da fonti del Nazareno, Ma così resterebbe scoperta la regione Basilicata e i Pittella non lasciano spazi vuoti. Per questo alle regionali potrebbe candidarsi, solo però come consigliere, Domenico Pittella junior, nipote di Marcello. Questo giro di candidature naturalmente fa già discutere.

  

“Con Marcello alla presidenza della regione, ora Gianni sta per abbandonare il Parlamento Europeo (in scadenza nel 2019) e candidarsi al Parlamento italiano nella circoscrizione (probabilmente il Senato) di Basilicata”, scrive il blog lucano Hyperbros. “Roba da matti. E i giornali locali, suppongo con ironia involontaria, chiamano pure il patriarca ad esprimersi e ad approvare queste stravaganti strategie di perpetuazione del potere! Io comprendo la logica (la candidatura di Gianni Pittella nel collegio uninominale porta voti alla coalizione e dunque aumenta le probabilità di elezione per tutti i candidati del Pd al Senato) ma mi fa ugualmente tristezza constatare che nessuno nel Partito democratico di Basilicata abbia preso pubblicamente la parola per dire: così non va, così non si fa, in un partito serio (e anche in uno un po’ meno serio). Ma forse sono tutti in rassegnata attesa dell’avvento dei rampolli di terza o di quarta generazione”.

  

Quanto questo faccia bene al Pd è materia di discussione anche tra i politologi. “La chiave dell’autodafé — o autodistruzione — del Pd sta nel fatto che, nel tentativo di sfuggire all’ascesa del macroleader, si è infilato nel cul-de-sac del micronotabilato”, scrive Calise in “Fuorigioco” (Laterza). Nel corso degli anni “mentre la scena ufficiale era occupata dallo scontro tra Direzione collegiale e leadership personalizzata, nelle retrovie andava avanti un processo di frammentazione interna che non ha precedenti nella storia democristiana e, tantomeno, comunista”. Renzi voleva essere un disintermediatore anche al Sud, ma invece si ritrova con un partito in mano ai capibastone.

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