Perché la ricerca del consenso a ogni costo nuoce gravemente alla politica

Alessandro Maran

La campagna elettorale è cominciata. È arrivato, insomma, quel momento nella vita pubblica in cui, per dirla con il senatore Ashurst dell’Arizona, un uomo “è chiamato ad alzarsi al di sopra dei suoi princìpi”. Procurarsi voti è, d’altra parte, “una questione puramente pratica”, in cui – è la tesi di Frank Kent – non devono entrare scrupoli morali su cosa è giusto o sbagliato: “La cosa più importante non è essere dalla parte giusta ma da quella più popolare, senza guardare alle proprie convinzioni o ai fatti”.

  

Buona parte dei partiti italiani gli scrupoli di coscienza li hanno messi da parte da tempo e hanno sviluppato l’abitudine di inseguire il consenso popolare con promesse roboanti che non potranno mantenere (dall’abolizione della legge Fornero al reddito di cittadinanza). Dopotutto, si rivolgono a elettori con “un cuore mediterraneo” e “un amore spontaneo per la botte piena e la moglie ubriaca” (parola di Jovanotti) e poi, si sa, stiamo andando verso la fast democracy: la democrazia sta diventando sempre più real-time, le politiche pubbliche stanno diventando sempre più personalizzate e tra non molto agli individui sarà chiesto probabilmente, grazie alla tecnologia, di scegliere o giudicare in tempo reale i servizi pubblici.

 

Anche per questo, nel “kit del perfetto candidato” non dovrebbe mancare un vecchio libro di John F. Kennedy. Si intitola "Profiles in courage" (Ritratti del coraggio). Il libro venne insignito del Premio Pulitzer e racconta le storie di otto senatori degli Stati Uniti che "mettendo a rischio se stessi, il proprio futuro e, addirittura, il benessere dei propri figli, sono rimasti fedeli a un principio".

 

Oggi che il discredito dei partiti e della politica ha raggiunto vette altissime, ci siamo dimenticati che il coraggio è parte integrante della vita pubblica. Eppure, come scrive Kennedy, "in quale altra professione, se non in quella politica, in regimi non totalitari, ci si aspetta che un individuo sacrifichi tutto, compresa la carriera, per il bene della nazione? Nella vita privata, come nell’industria, ci si aspetta che l’individuo porti avanti il proprio illuminato interesse, nel rispetto della legge, per raggiungere il successo assoluto. Ma nella vita pubblica ci aspettiamo che gli individui sacrifichino i loro interessi privati per permettere al bene nazionale di progredire. In nessun’altra professione, a parte la politica, ci si aspetta da un uomo che sacrifichi gli onori, il prestigio e tutta la sua carriera per difendere una singola proposta di legge. Avvocati, uomini d’affari, insegnanti, medici, tutti prima o poi, affrontano personalmente decisioni difficili sulla questione della propria integrità, ma soltanto pochi, se non addirittura nessuno, le affronta sotto la luce accecante dei riflettori, come accade a chi occupa una carica pubblica; pochi, se non addirittura nessuno, affrontano una decisione altrettanto terribile, per la sua irreparabilità, come succede ad un senatore quando è chiamato a un importante appello nominale". "Quando sarà chiamato a quel voto – prosegue John Kennedy – non si potrà nascondere, non potrà sbagliarsi, non potrà temporeggiare, mentre avrà la sensazione che il suo elettorato, proprio come il corvo nella poesia di Poe, stia appollaiato lì, sul suo seggio in Senato, gracchiando ‘mai più’, mentre sta per dare il voto sul quale si sta giocando il suo futuro politico".

 

Ai candidati sui blocchi di partenza, una volta eletti, toccherà fare i conti con le pressioni che disincentivano il coraggio: il desiderio di piacere, il desiderio di essere rieletti e, soprattutto, la pressione esercitata dal proprio elettorato (i gruppi di interesse, le organizzazioni che ti sommergono con valanghe di e-mail, le associazioni economiche e anche gli elettori in carne e ossa). Tenere testa a queste pressioni, sfidarle (e anche cercare di soddisfarle) è un lavoro enorme. Non per caso, la norma contenuta dell'articolo 67 della Costituzione è comune alla totalità delle democrazie rappresentative. Prima o dopo, anche ai nuovi eletti capiterà di dover scegliere tra le proprie convinzioni e la via più facile, l’approvazione degli amici e dei colleghi, la popolarità. E a tutti, prima o poi, verrà la voglia di seguire l’esempio del deputato della California John Steven McGroarty, che scrisse a un suo elettore nel 1934: "Uno dei numerosi svantaggi di essere al Congresso, è che mi tocca ricevere delle lettere da un somaro come voi, che scrive che ho promesso di rimboschire le montagne della Sierra Madre e che nonostante io sia al Congresso già da due mesi, non l’ho ancora fatto. Vi dispiacerebbe prendere la rincorsa e andarvene all’inferno?".

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