Il patto Gentiloni per il 4 marzo

Claudio Cerasa

"Forse non è ancora chiaro ma le prossime elezioni non sono quello che sembrano. Non sono un passaggio come un altro. Sono qualcosa di più. Sono il più importante appuntamento politico della storia recente del nostro paese. Forse, per cominciare, conviene partire da qui”. La campagna elettorale di Paolo Gentiloni la si può descrivere concentrandosi su quello che non c’è, divertendosi cioè a mettere in rilievo le molte differenze di stile, di metodo, di tono, di approccio con il segretario del suo partito, ovvero con Matteo Renzi. Oppure la si può descrivere facendo un piccolo sforzo, un piccolo passo in avanti, e concentrandoci su quello che c’è e su quello che è il messaggio veicolato da una leadership nata un po’ per caso il quattro dicembre del 2016, dopo il suicidio del referendum costituzionale, e che dopo quattrocento giorni di governo è ancora lì a significare quello che forse neppure Gentiloni avrebbe mai immaginato di poter rappresentare all’inizio della sua esperienza di governo: non un governo fatto per essere velocemente dimenticato, ma un governo fatto per non essere dimenticato – e per diventare la vera arma in più, per il Pd, di questa campagna elettorale.

  

Se la campagna elettorale di Paolo Gentiloni – classe 1954, ex ministro degli Esteri del governo Renzi, ex ministro delle Comunicazioni dell’ultimo governo Prodi – la si vuole descrivere per quello che è bisogna arrivare qui, al primo piano di Palazzo Chigi, entrare nel suo ufficio, curiosare sulla sua scrivania, prendere un foglietto di carta e appuntarsi con una matita i titoli degli ultimi tre libri letti dal presidente del Consiglio. Per capire Paolo Gentiloni, per capire la sua campagna elettorale, e per costruire una griglia utile dentro la quale muoversi in questa lunga chiacchierata concessa al Foglio, conviene partire da qui. Da questi tre titoli. Il primo è di un economista di Harvard, ex data scientist di Google, di nome Seth Stephens-Davidowitz. Il libro si chiama “Everybody Lies: Big Data, New Data, and What the Internet Can Tell Us About Who We Really Are” e parla di un tema più attuale che mai: cosa ci dice Internet su chi siamo davvero e cosa dobbiamo fare per non essere schiavi delle bugie della rete. Il secondo è di un docente di Scienze politiche, anche egli di Harvard, di nome Graham Allison e il libro si chiama “The Thucydides Trap: Are the U.S. and China Headed for War?”. Sintesi estrema: il confronto fra Cina e Usa può portare a un conflitto militare? Messaggio politico: c’è un mondo fuori dai nostri confini che vale più di una polemica sui sacchetti di plastica. Il terzo volume è quello che ci consente di mettere a fuoco meglio il profilo del governo Gentiloni e dal quale cominciamo la nostra chiacchierata. Il libro è scritto da uno scienziato cognitivo canadese, Steven Pinker, ed è stato tradotto anni fa da Mondadori con questo titolo: “Il declino della violenza. Perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l’epoca più pacifica della storia”.

“Le idee sovraniste sui migranti fanno a pugni non solo con il principio di realtà ma anche con la geografia, con la storia, con la logica”

“Le prossime elezioni non sono un passaggio come un altro: sono il più importante appuntamento della storia recente del nostro paese”

Presidente Gentiloni, parafrasiamo Pinker e non giriamoci attorno: perché quella che viviamo oggi, in Italia, in Europa, è una delle epoche più pacifiche della nostra storia ma nonostante questo in molti paesi d’Europa, soprattutto l’Italia, gli elettori sembrano essere ogni giorno sempre più convinti del contrario? In altre parole: perché mentre la sicurezza aumenta, mentre l’Europa ottiene successi, in Italia il sentimento europeista non decolla e la percezione della sicurezza è sempre più bassa?

“Il punto centrale di questa contraddizione ha a che fare con una delle malattie sociali più pericolose del nostro tempo, la solitudine. Ho visto che il primo ministro inglese Theresa May addirittura ha proposto di istituire un ministero sul quale non andrebbero fatte troppe ironie: il ministero della Solitudine. La sicurezza effettiva che aumenta e l’insicurezza percepita che aumenta sono problemi crescenti della nostra società. E non si tratta solo di un cattivo racconto che possono fare i giornali e la televisione del mondo in cui viviamo. Si tratta di qualcosa di più. Vi faccio un esempio. In Italia numerose città hanno oltre il 40 per cento di nuclei familiari con una sola persona e in questi nuclei familiari, specie tra quelli più poveri e meno mobili, basta una piccola paura per sentirsi minacciati. In più, come ha notato Pinker, il dato che spesso si sottovaluta è che la percezione dell’insicurezza è legata anche a due fattori che oggi si trovano sempre di più in Italia: la diffusione del benessere e l’invecchiamento della popolazione. Se aumenta il tuo benessere hai più paura di perderlo. Più invecchia la popolazione e più si sente fragile. Talvolta minacciata dallo ‘straniero’. Non è un sentimento da liquidare con facilità, lo ha spiegato bene anche il Santo Padre, ma è un sentimento che per essere governato ha bisogno di risposte vere, e quelle risposte oggi hanno bisogno di Europa”.

 

Presidente, piccola provocazione: come può raccontare a un elettore spaventato dai migranti che la risposta migliore per governare la paura è l’Europa, quando l’Italia sa meglio di chiunque altro che se fosse stata costretta ad aspettare l’Europa i flussi dei migranti dalla Libia non sarebbero mai stati governati? Paolo Gentiloni capisce dove vogliamo arrivare e come gli capiterà spesso nel corso di questa intervista entra in modalità Alberto Tomba. 

Si rende conto che da presidente del Consiglio in carica ci sono delle cose che può dire e delle cose che non può dire e tra uno slalom e l’altro la mette così. “Io dico che il modo in cui l’Italia ha governato i flussi di migranti in questi anni è il simbolo di quello che l’Italia è ma che a volte non si rende conto di essere: un grande paese. Provo a mettere insieme come sono andate le cose in questi mesi per spiegarvi perché. E’ vero che l’Italia ha agito in modo unilaterale ma senza il successivo sostegno dell’Europa tutto questo non avrebbe funzionato”.

 


Paolo Gentiloni vista da Vincino


 

Ci dica cosa avete fatto.

“All’inizio del 2017, quando il flusso dei migranti provenienti dalla Libia aveva cominciato a registrare un incremento percentuale preoccupante, di mese in mese, abbiamo detto: facciamo da soli. Così, abbiamo fatto un accordo bilaterale con la Libia, più o meno con lo stesso approccio scelto da Angela Merkel con Erdogan in Turchia. Con l’unica differenza che, come è noto, Erdogan e Serraj non hanno esattamente lo stesso controllo del paese che governano. Lo abbiamo fatto, abbiamo scelto di fare sul serio nel contrasto ai trafficanti, abbiamo portato l’Unhcr nei campi in Libia, che sono lì da cinque anni, non da quattro mesi. E i risultati oggi sono clamorosi. Cla-mo-ro-si. I flussi sono precipitati. Tra il 2016 e il 2017 sono calati del 35 per cento ma il trend da luglio 2017 a oggi ci dice che sono calati del 70 per cento. I rimpatri dalla Libia verso gli altri paesi africani sono decollati. Nel 2016 erano mille. Nel 2017 ventimila. Non mi dilungo sui numeri ma mi vorrei concentrare sul senso politico di questa storia: sulla questione politica più delicata, più urticante, più complicata per l’Europa, l’Italia ha conquistato una leadership riconosciuta da tutti. Il ministro Minniti ha fatto un lavoro straordinario. E la capacità con cui l’Italia è riuscita a esercitare leadership in Europa, su questo fronte, è esattamente lo specchio delle potenzialità del nostro paese. E la cosa che mi preoccupa, ogni tanto, se devo essere sincero, è che noi non ci rendiamo conto del ruolo che abbiamo non solo in Europa ma anche nel mondo”.

 

La Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio dicono però qualcosa di più: i flussi migratori non si devono solo governare, si devono fermare.

“E’ un’affermazione che fa a pugni non solo con il principio di realtà ma anche con la geografia, con la storia, con la logica. Siamo di fronte all’Africa e per come è fatta oggi l’Africa c’è poco da dire: l’Italia dovrà governare flussi migratori per i prossimi venti, forse trent’anni. Avete presente il confine tra Stati Uniti e Messico? Oggi, dopo trent’anni, il numero dei messicani che dagli Stati Uniti torna in Messico è pari a quello dei messicani che dal Messico vanno negli Stati Uniti. Ma ci sono voluti trent’anni per ridurre le distanze economiche fra quei due paesi. E riuscire a raggiungere questo obiettivo con l’Africa non è questione che si risolve domani. La vera posta in gioco, se vogliamo, è trasformare i flussi migratori via mare da fenomeno incontrollato e criminale a fenomeno regolato e sicuro. Stiamo andando in questa direzione. Gli arrivi sono sempre di meno, il tragico bilancio dei morti finalmente sta diminuendo, i rimpatri sono sempre di più. E per avere sempre più flussi regolari bisogna distruggere la parte illegale e criminale e consolidare anche con un sostegno militare il controllo dei paesi che si trovano all’origine del flusso. Come la Libia e come il Niger. Sono questioni di buon senso, ed è sulle questioni di buon senso che oggi i partiti e le coalizioni si spaccano in due”.

 

Paolo Gentiloni si riferisce al voto dello scorsa settimana del Parlamento sulla missione in Niger dove la uscente maggioranza di governo ha incrociato il voto favorevole di Forza Italia e il voto non favorevole di Liberi e Uguali, del Movimento 5 stelle (contrari) e della Lega (astenuti).

“Anche sul tema dei migranti, ma non solo su questo, è sempre più evidente che l’oggetto di questa campagna elettorale, il vero terreno di scontro, sarà una macro divisione tra chi crede nell’apertura e chi scommette sulla chiusura. E al centro di questa divisione, ovviamente, non c’è solo ciò che ognuno di noi pensa dell’Italia ma c’è ciò che ognuno di noi pensa del vero motore che può permettere all’Italia di proteggere in modo sempre più deciso i suoi cittadini: l’Europa. Se ci pensate bene, la dialettica tra apertura e chiusura ci fa capire bene quale sia la sfida oggi in ballo e questa sfida contiene tutto: la visione del mondo, il rapporto con le istituzioni, l’idea di libertà, la democrazia, i fenomeni migratori. Chi non vuole l’apertura segue una linea fatta di riferimenti nostalgici al passato, di riferimenti angusti a un piccolo mondo antico, di pulsioni a metà tra il sovranismo e il populismo. Chi si oppone a questa visione si fa forte delle proprie radici identitarie, ma naviga invece in un mare aperto dove al centro di tutto c’è una rotta precisa di cui dobbiamo essere consapevoli. Anche grazie al presidente francese Emmanuel Macron, anche se i fattori sono molteplici, l’Europa oggi si trova in una fase cruciale in cui ha finalmente la possibilità di scegliere se portare avanti o no il progetto europeo. L’ambizione europea non può che essere tutta politica: è finito il tempo del funzionalismo. Per la prima volta da alcuni decenni a questa parte questa sfida sarà la questione centrale delle nostre elezioni”.

 

Presidente, provi a spiegare a un sovranista perché la protezione europea è la migliore risposta possibile al protezionismo. Senza retorica.

“Tra i campi che si confrontano ci sono differenze molto più radicali di quelle che si vivevano nella belle époque degli anni Novanta, quando lo scontro principale era tra chi si sentiva berlusconiano e chi no. Chi scommette sull’apertura non può cincischiare con chi si occupa di chiusura”

“L’ultima volta che il centrodestra andò al governo le cifre furono queste: Berlusconi 37,2 per cento, Lega nord 8 per cento. In quel contesto l’idea di addomesticare la Lega poteva funzionare. Oggi le proporzioni sono molto diverse. Sono praticamente paritarie”

“Mi pare auto evidente. Oggi l’idea di chiudersi è un’idea tanto pericolosa quanto illusoria. Tu ti metti le tue pantofole, una coperta addosso, una pistola in mano eventualmente. Chiudi le finestre e pensi che si possa scendere dal mondo. Contemporaneamente, però, il mondo va avanti. C’è la competizione mondiale sull’innovazione, i big data, l’intelligenza artificiale, ci sono i grandi fenomeni ambientali. L’idea che a questo si possa opporre una persona singola, o un piccolo paese che si trincera dietro le proprie frontiere e interpreta le proprie radici in negativo e non in positivo, è una bufala. E’ un’illusione. E lo è non soltanto dal punto di vista economico. La nostra ambizione non va confinata a livello economico o commerciale. In questo nuovo squarcio che si apre per noi risulta evidente che l’Europa deve mettere sul tavolo il suo modello: il modello sociale, politico, culturale. Apertura vuol dire apertura dei mercati ma anche società aperta, rispetto della persona, libertà di espressione. Una parte consistente del mondo oggi pensa che efficienza e benessere possano essere disaccoppiate dalla libertà e dalla democrazia. L’Europa è un’altra cosa. E non si può rimanere in mezzo”.

 

Sta pensando al centrodestra di Berlusconi e alla sua alleanza con Salvini? Gentiloni tenta uno slalom.

“Sto dicendo una cosa diversa. Sto dicendo che la campagna elettorale che abbiamo di fronte per certi versi si fatica a percepirla come una campagna con una posta in gioco alta. L’incertezza legata ai meccanismi della legge elettorale rischia di farci sottovalutare le prossime elezioni. Come se si trattasse di una esercitazione, di una prova di nuoto sincronizzato. Non di una partita vera tra ipotesi radicalmente alternative. Oggi arriverei a dire che tra i campi che si confrontano ci sono delle differenze perfino più radicali di quelle che si vivevano nella belle époque degli anni Novanta, quando lo scontro principale era tra l’Ulivo e Berlusconi. Le linee di demarcazione oggi sono profonde. E chi scommette sull’apertura non può cincischiare con la chiusura”.

 

Il primo slalom è riuscito e torniamo alla carica: ci spiega perché secondo lei il centrodestra non è credibile come coalizione che scommette più sull’apertura che sulla chiusura? Stavolta Gentiloni accenna a uno slalom, ma poi si ferma e affonda il colpo.

“Berlusconi naturalmente fa leva sulla memoria storica degli italiani, ricordando che i suoi governi hanno sempre arginato i populismi. C’è però un dettaglio che segnalo e sul quale vorrei far riflettere. L’ultima volta che il centrodestra andò al governo le cifre furono queste: Berlusconi 37,2 per cento, Lega nord 8 per cento. In quel contesto l’idea di addomesticare la Lega poteva funzionare. Oggi le proporzioni sono incomparabili. Sono praticamente paritarie. Lo dicono i sondaggi ma lo dice anche il criterio con cui il fronte sovranista si è diviso con il fronte berlusconiano i collegi”.

 

Eppure, nonostante le divisioni, il centrodestra può andare alle elezioni facendo leva sulla presenza di un piano A, ovvero una vittoria del centrodestra, mentre il centrosinistra si presenta alle elezioni consapevole che l’unica speranza che ha di tornare a guidare l’Italia è con una grande coalizione, ovvero con il piano B.

“Non sono convinto. Nel senso che certamente non abbiamo più un sistema maggioritario, e non facciamo la storia di come siamo arrivati qui, ma abbiamo un sistema che è prevalentemente proporzionale e come in tutti i sistemi prevalentemente proporzionali i partiti che si presentano alle elezioni competono sia per vincere le elezioni sia per governare. Diciamo le cose come stanno. Oggi ci sono in Italia tre blocchi che si presentano alle elezioni candidandosi alla guida del paese. Centrodestra, centrosinistra, Movimento 5 stelle. Tre blocchi in teoria titolati a proporsi come guida del paese. A mio avviso, il blocco del centrosinistra è quello che questa rivendicazione può farla con maggiore coerenza. Se oltre a essere il più credibile e il più coerente sarà anche il più votato lo scopriremo presto. Ma se non partiamo da qui non capiamo cosa c’è in ballo il cinque marzo”.

 

Gentiloni usa con attenzione le parole e non a caso parla di tre grandi forze politiche e non di quattro forze politiche ed è come se volesse lasciare intendere che anche se il centrosinistra non esiste come coalizione prima delle elezioni non è detto che se i numeri dovessero premiarlo non possa nascere dopo il quattro marzo. In fondo persino Massimo D’Alema lo ha ammesso la scorsa settimana in una intervista al Corriere: “Pd, non facciamoci del male”. Sul rapporto tra Pd e sinistra ci torneremo.

 

Prima c’è un punto ulteriore da mettere a fuoco: come può il Pd vincere le elezioni senza avere una sua idea forte? Il centrodestra ha la flat tax, il Movimento 5 stelle ha il reddito di cittadinanza, il Pd che cos’ha?

“Io sono convinto che gli elettori scelgono innanzitutto i partiti per quello che rappresentano, per quello che sono più per quello che scrivono su un volantino elettorale. Io ho una grandissima stima al fondo degli elettori italiani e credo che la maggioranza delle persone che andrà a votare sarà perfettamente in grado di non abboccare a delle promesse irrealizzabili. Il nostro programma è serio e affidabile, abbiamo cento proposte, forse ne bastava qualcuna in meno”, dice con un sorriso Gentiloni. “Ma prima di parlare delle proposte rigiro la domanda. Qualcuno si ricorda qual era la proposta vincente di Macron in Francia? E quella di Merkel in Germania? In pochi lo ricordano perché in entrambi i casi il messaggio vero era ciò che si rappresentava: da una parte il sogno europeo, dall’altra parte la garanzia della stabilità. Noi andremo alle elezioni non dicendo che aboliremo l’Iva sul prosciutto ma ricordando che tra le forze politiche in campo l’unica in grado di guidare questo paese che si sta riprendendo creando posti di lavoro e abbassando la pressione fiscale in modo graduale, e soprattutto continuando a fare le riforme radicali avviate da Matteo Renzi, siamo noi. Non ci manca certo la consapevolezza della gravità delle sfide sociali da fronteggiare. La diffusione della povertà e l’aumento delle disuguaglianze alla lunga non sono sostenibili. Così come è insostenibile la persistente sottovalutazione delle minacce ambientali. E vedrete che gli elettori non sono dei gonzi come qualcuno potrebbe credere”.

 

Ma se Salvini, come ricorda Gentiloni, è il Le Pen d’Italia, anche se la Le Pen ha un eloquio che Salvini si sogna, dice con un altro sorriso il presidente del Consiglio, possiamo dire che il Movimento 5 stelle è l’equivalente dell’Afd tedesca? E in questo senso, quanto è spaventato Gentiloni dalla possibile crescita del Movimento 5 stelle? Stavolta niente dribbling.

“Sinceramente, io non sono affatto spaventato. Penso che il rispetto agli elettori del Cinque stelle sia dovuto. Ma penso che la possibilità che il Movimento 5 stelle arrivi a guidare il governo non ci sia. Perché è una forza che se anche avesse risultati significativi, risultati che attualmente gli vengono attribuiti da sondaggi non so quanto generosi, non avrebbe i numeri per governare. Quindi rispetto assoluto per l’elettorato del Movimento 5 stelle. Ma registro che fuori dall’Italia nessuno mi ha mai mostrato preoccupazione per la possibilità, a cui nessuno crede, che il Movimento 5 stelle possa arrivare al governo dell’Italia”.

 

Andiamo avanti sul Movimento 5 stelle e offriamo un altro spunto di riflessione al presidente del Consiglio: che cosa ci dice del grillismo la forma opaca di democrazia promossa dal Movimento 5 stelle?

“Non so. So che vedo in generale, in Italia ma non solo, una grande fatica nella democrazia dei partiti. I tentativi di rispondere a questa fatica con l’illusione della democrazia diretta del web credo però che siano spesso un rimedio peggiore del male. Ma attenzione a non sottovalutare il male: riguarda tutti. Noi, come Pd, abbiamo cercato di dare una risposta a questo male con il meccanismo delle primarie, che come sappiamo ha i suoi pregi e i suoi difetti. Il Movimento 5 stelle ha scelto la democrazia del clic, che personalmente però considero una risposta più pericolosa della malattia che vogliono affrontare”.

 

Veniamo alla sinistra, veniamo al Pd, veniamo a Matteo Renzi. Possiamo dire che tra i governi a guida Pd di questa legislatura esiste in qualche modo una simmetria con quello che successe agli inizi del Duemila con il governo Schröder in Germania? Un governo di centrosinistra che cambia le coordinate del mercato del lavoro del suo paese e che per quella rivoluzione si ritrova alla sua sinistra con un partito che nasce da una sua costola che si rompe.

“Ci sono dei punti di contatto. Le riforme sul lavoro della Germania di quel periodo furono tra i motivi della frattura a sinistra. Ma quella scissione, in Germania, aveva radici ben più profonde, legate principalmente alla divisione politica del paese. La forza della Linke è inseparabile dalla specificità dell’ex Germania Est”.

 

All’epoca però la scissione della Linke dall’Spd produsse un effetto netto: il centrosinistra, a causa di quella rottura, perse le elezioni.

“Se posso, per la sinistra italiana, non è esattamente una novità una spaccatura che provoca una sconfitta alle elezioni. Stavolta cerchiamo di non ripeterci”.

 

Gentiloni sta dicendo che la scissione del Pd è avvenuta per dinamiche naturali?

“No, tutt’altro. Sono meccaniche che come è noto non mi sarei augurato e che forse con maggiore cura avremmo potuto evitare. Ma ripeto: la scissione di un pezzo di sinistra radicale non è purtroppo una novità”.

 

A questo punto interrompiamo un istante Gentiloni e gli mostriamo alcuni ritagli del passato. Sono tre interviste fatte tra il 2012 e il 2013, alla fine del governo Monti, all’inizio del governo Letta. Gentiloni sta al gioco e legge i titoli. Intervista numero uno. Messaggero, due ottobre 2012. Gentiloni: “Serve una maggioranza politica per continuare l’agenda del professor Monti”. Svolgimento: “Nella prossima legislatura serve una maggioranza politica che sostenga un governo che prosegua quella che per noi è l’agenda Monti: Europa, pareggio di bilancio, nuove riforme. Contro il populismo alla Grillo, le destre anti euro e anti europee e contro quelle posizioni presenti nella sinistra che vorrebbero passare la prossima legislatura a smontare le riforme fatte in questi mesi. Renzi è più adatto di Bersani a proseguire lungo questa strada”. Gentiloni sorride: “In effetti è andata così…”.

 

Seconda intervista. Sei marzo 2013. Repubblica. Situazione di stallo dopo le elezioni. Nessuna maggioranza possibile. Gentiloni: “Se il segretario fallisce esecutivo del presidente”. Gentiloni capisce dove vogliamo andare a parare, ma si difende: “Qui al massimo mi potreste accusare di preveggenza!”. Ultimo ritaglio. 29 aprile 2013. “La gestione di Bersani ha snaturato il partito”. Poi catenaccio: Gentiloni: “Separiamo le cariche di segretario e candidato premier”. Il presidente del Consiglio si perde per un istante: oddio, ma quando l’ho detto? Poi ricostruisce: erano i tempi di Enrico Letta premier ed erano i tempi in cui ci si chiedeva se fosse giusto che in caso di elezioni a correre come candidato premier fosse il presidente del Consiglio e non il segretario. Pausa di riflessione.

 

“Il candidato premier? Tecnicamente, non esiste. Se guardate la legge elettorale si chiama così: capo politico. Il centrodestra è diviso da una diversa visione del mondo, il M5s ha una impostazione che è difficilmente compatibile con il governo di un grande paese occidentale, il Pd si candida a essere il primo partito del prossimo governo”

Domanda del Foglio. Presidente, insomma: oggi possiamo dire che questa discussione non ha senso perché il candidato premier, all’interno di un sistema prevalentemente proporzionale, semplicemente non esiste?

 “Se guardate, la legge elettorale prevede che ogni partito abbia un ‘capo politico’. Tecnicamente, non esiste il candidato premier. Il che non vuol dire che non sia legittima l’ambizione del capo politico di correre come candidato premier. Quello che voglio dire è che oggi bisognerebbe concentrarsi sulle questioni vere e profonde e anche quando parliamo di divisioni dei partiti cerchiamo di essere lineari. Il centrodestra è diviso da una diversa visione del mondo, il Movimento 5 stelle ha una impostazione che è difficilmente compatibile con il governo di un grande paese occidentale, il Pd ha un segretario che si chiama Matteo Renzi e si candida a essere il primo partito del prossimo governo. Il presidente del Consiglio, come capita sempre in un regime proporzionale, si delineerà non prima ma dopo le elezioni”.

 

Ogni opzione è dunque possibile ma nell’attesa di capire quale sarà l’opzione che sceglierà l’Italia con Gentiloni torniamo in Europa e proviamo a capire perché l’opzione che sembra destinata a prendere la Germania, la grande coalizione, oggi potrebbe aiutare l’Europa a imboccare un percorso virtuoso.

“Nel testo del preaccordo tra Cdu, Csu e Spd ci sono moltissimi argomenti e moltissime posizioni vicine a quelle che sosteniamo come Italia e come paesi dell’Europa Mediterranea: sette paesi che insieme valgono il 48 per cento del budget europeo. Una Merkel che si accorda con l’Spd è una Merkel che ha coi paesi del Mediterraneo un rapporto migliore di quello che poteva accadere con i liberali”.

  

Ma quando Gentiloni parla di nuovo progetto europeo esattamente a cosa si riferisce? E che percorso dovrebbe seguire l’Italia da qui ai prossimi mesi per non rimanere strozzata all’interno dell’abbraccio franco-tedesco?

 

Qualche giorno fa, diversi paesi europei, tra cui anche l’Italia, hanno discusso di un documento in 24 cartelle sottoscritto da quattordici esperti provenienti da think tank differenti, tra i quali spiccavano Jean Pisani-Ferry, responsabile del programma di Emmanuel Macron, di Clemens Fuest, presidente dell’Ifo, il più influente centro studi tedesco, di Isabel Schnabel, del consiglio di esperti che affianca il governo di Berlino. In questo documento gli esperti suggerivano una serie di riforme per cambiare l’Europa. Prima proposta: mantenere l’obiettivo di ridurre i debiti al 60 per cento del pil, spostando ogni anno l’attenzione dal deficit alla spesa, finanziando esborsi extra con titoli pubblici di livello junior, cioè a garanzia e costi maggiori e a rischio di subire un taglio in caso di ristrutturazione del debito. Seconda proposta: completare l’Unione bancaria ripulendo velocemente i bilanci dai crediti a rischio (Npl) e accelerando il divorzio tra banche e titoli sovrani nazionali. Terza proposta rompere il muro del tre per cento nel rapporto tra deficit e pil. Gentiloni parte da queste proposte per mettere a fuoco la sua idea di Europa, almeno dal punto di vista economico. La riflessione è interessante e ci aiuta a capire anche quale sarà la posizione che l’Italia porterà al tavolo nel caso in cui questo governo dovesse rimanere in carica per gli affari correnti anche durante i due importanti vertici europei che si terranno a marzo e a giugno, e dove si discuterà, tra le altre cose, anche la nuova e futura architettura dell’Europa.

 

“Grillo? Sinceramente, io non sono affatto spaventato. Penso che il rispetto agli elettori del Cinque stelle sia dovuto. Ma penso che la possibilità che il Movimento 5 stelle arrivi al governo non ci sia. Perché è una forza che se anche avesse risultati significativi non avrebbe i numeri per governare”

“L’economia è in ripresa. Sappiamo tutti che la crisi ha lasciato delle tracce profonde. Ma l’Italia è un paese che ha ricominciato a correre e che è tornato a essere competitivo. E tutto questo però non è un elemento acquisito per sempre. E’ qualcosa su cui tocca lavorare ancora”

“Il paper è stimolante ma l’impostazione di fondo non mi convince. Noi italiani ci appassioniamo forse troppo alla questione del tre per cento del rapporto deficit pil. Tema interessante su cui il documento esprime posizioni non ortodosse. Il dato più significativo però mi sembra un altro. Ossia il riflesso della tentazione di portare avanti una politica rigorista finalizzata da un lato a ristrutturare quasi automaticamente il debito pubblico e dall’altro a imporre forme di ponderazione dei titoli sovrani all’interno delle banche dei rispettivi paesi. Credo che esistano tutte le condizioni in Europa per evitare che proposte simili facciano strada. In questi mesi abbiamo lavorato molto bene. E se non cominceremo a farci del male da soli, potremmo continuare tutti a seguire il percorso virtuoso imboccato dall’Italia. Vi do solo un dato per capire di cosa stiamo parlando. Sapete di quanto l’Italia ha ridotto nell’ultimo anno gli Npl, i famosi crediti deteriorati? Del 26 per cento. Ecco. Se posso, mi verrebbe da dire che assieme all’accompagnamento della ripresa, la gestione positiva del flusso dei migranti e una certa dose di camomilla nel dibattito politico, il salvataggio e la stabilizzazione del sistema bancario sono uno dei principali successi di questo governo. L’Italia è un paese in salute. Lo è letteralmente, dato che come ha dimostrato il ranking di Bloomberg, l’Italia è il paese con la popolazione maggiormente in salute e sana a livello mondiale. Lo è anche da altri punti di vista. Il Wto ha detto che l’Italia è la seconda economia industriale più competitiva al mondo. Sull’export abbiamo numeri da urlo. Sull’innovazione robotica siamo uno dei primi cinque paesi al mondo. Una parte delle nostre imprese è sempre più competitiva. L’economia è in ripresa. Il pil cresce a un ritmo impensabile ancora un anno fa. Abbiamo ovviamente ancora un problema di disoccupazione molto serio e uno squilibrio assurdo nel mercato del lavoro femminile. E sappiamo tutti che la crisi ha lasciato delle tracce profonde nel nostro paese. Ma l’Italia è un paese che ha ricominciato a correre e che è tornato a essere competitivo. E tutto questo però non è un elemento acquisito per sempre. E’ qualcosa su cui tocca lavorare ancora”.

 

Domanda maliziosa: quanto è stata importante una piccola o grande coalizione innaturale tra partiti teoricamente avversari, negli ultimi sette anni, per rimettere a posto l’Italia? Non pretendiamo di sapere se l’Italia ha ancora bisogno nei prossimi anni di una grande coalizioni, ci piacerebbe capire però se secondo Gentiloni le larghe intese hanno in qualche modo cambiato la testa dell’elettore italiano. Anche stavolta, niente slalom.

“Io credo di sì. Qualcosa è cambiato. Su molte questioni credo che ci siano nuovi punti di equilibrio. Esiste una consapevolezza maggiore da una parte e dall’altra del fronte politico che su alcuni temi di interesse nazionale non si può non trovare un punto di equilibrio. E’ per questo che non capisco come si possa essere alleati con partiti che negano questi punti di equilibrio”.

 

Il tempo sta per finire, Gentiloni ha un aereo, il pomeriggio è pieno. Gli chiediamo prima quali sono i politici del recente passato italiano e non solo in cui si riconosce di più (“Aldo Moro, Tony Blair, Bill Clinton, Barack Obama”).

 

Gli chiediamo che musica ascolta nel tempo libero (“Lirica”). E poi gli chiediamo una previsione. Presidente, come finiranno le elezioni?

“Io sono convinto che il Pd ha la credibilità per continuare a guidare questo paese. Per governare non bisogna rinchiudersi nei social o al riparo di nuovi muri, ma bisogna guardare il mondo per quello che è. E in questo mondo io oggi mi sento di dire una cosa: l’Italia è un grande paese, e se oggi lo è ancora più di ieri un po’ del merito è anche del Pd”.

 

Mancano poco meno di cinquanta giorni alle elezioni e forse per capire la strada di Paolo Gentiloni, e anche quella del Pd, non si può che partire da qui. Da tre libri da studiare. Da un governo da rivendicare. Da un’Europa da elogiare. Da un sovranismo da azzannare. E da un modello politico che in modo sorprendente si presenta alle elezioni con la forza e la consapevolezza di chi sa che se il Pd vuole tornare a governare forse non potrà fare a meno di riproporre lo stesso schema visto negli ultimi quattrocento giorni.

 

E’ la camomilla, bellezza.

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