Dove c'è D'Alema c'è discordia?

Marianna Rizzini

Roma. Massimo D’Alema l’aveva già detta in settembre, sempre al Corriere della Sera, la cosa che due giorni fa ha gettato nella costernazione la sinistra riunita sotto le insegne di Liberi e uguali: “Diceva Giovanni Sartori che quando la democrazia parlamentare non produce una maggioranza entra in funzione il motore di riserva: il governo del presidente…”. Non proprio le stesse parole dell’altroieri, ma quasi. E insomma ci si era appena abituati alla nuova immagine di un D’Alema non più divisivo come ai tempi delle lotte interne all’ex Pci-Pds-Ds, periodo della Bicamerale compreso; un D’Alema che dice cose anche un po’ incredibili per lui (tipo: “non possiamo né dobbiamo dare l’impressione di dar vita a un’operazione di ceto politico…”); un D’Alema che si fa improvviso sostenitore delle scelte dal basso; un D’Alema quasi quasi veltroniano, che si spinge a citare Papa Francesco sulla globalizzazione. Per un po’ era parso quasi un agente unificatore, e non un volontario o involontario moltiplicatore di discordia interna (come da letteratura su di lui). Ma la sola evocazione dalemiana del governo del presidente ha reso evidenti le piccole differenze che potranno fare la grande differenza in LeU. Ecco Laura Boldrini che, dopo aver commentato a caldo “mi permetto di dire che dobbiamo motivare le persone ad andare a votare, non possiamo dare per scontata l’ingovernabilità”, ieri tornava sull’argomento: “Facciamo una buona campagna elettorale… poi, numeri alla mano, capiremo che cosa s’ha da fare”. Ed ecco Pietro Grasso che ieri ribadiva quanto detto il giorno prima: in caso di ingovernabilità, “o si torna al voto o si fa un governo che possa fare soltanto la legge elettorale”. Da Sinistra italiana, Stefano Fassina, interpellato in proposito, diceva: “La posizione di LeU in Parlamento dopo il 4 marzo la deciderà LeU. Tutti noi impegnati con LeU dovremmo concentrarci sul messaggio da dare al paese, un messaggio credibile di discontinuità e di speranza. Discontinuità non soltanto con il Pd di Renzi, ma con l’ultimo trentennio di centrosinistra e di Ulivo. Obiettivo difficile, data la larga continuità di classe dirigente. Ma impegniamoci tutti”. Per Fassina dire governo del presidente vuol dire evocare fantasmi: “L’ultimo governo del presidente che gli italiani hanno avuto è quello di Mario Monti e mi pare che il ricordo che hanno, in particolare quella fascia di popolo che vorremmo recuperare, non sia positivo: ricordano la legge Fornero, la revisione liberista dell’art. 81 della Costituzione, i colpi all’art 18, l’Imu anche per le prime case delle fasce sociali in difficoltà. Quando noi annunciamo ‘senso di responsabilità’ lungo la schiena dei lavoratori corrono i brividi, e non votano o votano M5s o Lega”. Ieri D’Alema ribadiva il concetto, pur edulcorandolo (“ mi sono limitato a dire innanzitutto la verità …quando non c’è una maggioranza politica, spetta al presidente della Repubblica cercare le soluzioni”). Men che meno il presunto interventismo verbale dalemiano piace a Possibile. “Governo del presidente? Non è stato deciso nulla da nessuna parte”, diceva ieri Pippo Civati, dopo aver scritto sul sito di Possibile un post dal titolo “anche basta” in cui si paventa l’ipotesi più temibile: “dovevamo andare nel bosco a riprendere i delusi…e stiamo dando l’impressione di esserci persi nel fitto dei politicismi più rigogliosi…”. Per Civati il lavoro va fatto dopo: “Io le chiamo ‘le secondarie’: qualsiasi sia il risultato del voto, bisognerà interpellare il nostro elettorato, girando per assemblee, chiedendo opinioni. Come si fa da tempo in Germania e in Spagna. Dobbiamo dimostrare di aver imparato la lezione. C’è, sì, un segnale positivo: il dibattito interno, in LeU, mi pare comunque civile. Detto questo, mi attesterei su una posizione di cautela rispetto a qualsiasi futuro gioco”.

Marianna Rizzini

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