Renzi gioca la carta europea per separare Forza Italia dalla Lega

David Allegranti

Roma. “Il giorno zero della campagna elettorale sarà sabato a Milano. Credo sia cruciale insistere su questo argomento: l’Europa come punto di riferimento, senza le fughe dei ‘boh euro’ o ‘no euro’ che mettano in discussione l’appartenenza a questa grande storia. L’Europa sarà il primo punto della campagna elettorale”. Matteo Renzi ieri alla direzione nazionale del Pd, la penultima prima di quella che approverà le liste per il parlamento, ha tracciato la rotta del partito. L’ex presidente del Consiglio ha abbandonato del tutto l’euroscetticismo che lo portò nel 2016 a togliere la bandiera dell’Europa da dietro le spalle. “Il primo punto – ha detto – è più politica in Europa che significa rifiutare l’impostazione tecnocratica, andare verso l’elezione diretta del presidente della Commissione, l’accorpamento in una stessa figura del ruolo del presidente della Commissione e del presidente del Consiglio”. E da questo punto di vista, ha detto il segretario del Pd, “l’intervista della Le Pen (al Corriere della Sera, ndr) è molto significativa. Quando dice io appoggio Salvini dimostra l’insensatezza dell’alleanza di centrodestra che mette insieme popolari e populisti”. Renzi punta insomma a separare, almeno idealmente, Forza Italia dalla Lega.

  

Due giorni fa ha pubblicato su Twitter un’infografica con le “idee a confronto” di Pd, Lega e M5s su Europa, vaccini, 80 euro e diritti civili. Colpiva l’assenza di Forza Italia nel gruppo, come se appunto i veri avversari di Renzi e il Pd fossero gli altri: leghisti e grillini. Ma non di sola Europa può vivere l’ex presidente del Consiglio. Ci sono anche alcune “formalità” – si fa per dire – da sbrigare. Il Nazareno è sotto assalto da giorni: c’è un viavai di segretari locali con la lista delle richieste per chi siede in consiglio regionale o fa il sindaco. Basta pensare alla Campania, dove ben sette consiglieri regionali vorrebbero lasciare il Centro direzionale di Napoli per arrivare a Roma. Renzi ascolta, prende nota, ma è ancora tutto in fase di realizzazione: le liste ufficiali saranno votate alla prossima direzione del Pd. Quella di ieri intanto ha segnato un punto: “Gli spazi si riducono, deputati e senatori uscenti non saranno tutti riportati nel Parlamento, anche perché un partito non si può riproporre con gli stessi volti”, ha detto Renzi, che ha recuperato – anche per necessità – uno slogan che fece la sua fortuna ai tempi di Firenze, quando si candidò annunciando “facce nuove a Palazzo Vecchio”. Stavolta le facce devono essere candidate alla Camera e al Senato. Alcune di queste sono già in campo: Paolo Siani – pediatra di Napoli, che recentemente ha elogiato il sindaco Luigi de Magistris per come ha amministrato la città, abbattendo anni di opposizione del Pd – si presenterà nel capoluogo campano. La novità di ieri, arrivata dalla Direzione, è la candidatura di Carla Cantone dello Spi Cgil. “Mi occuperò dei diritti degli anziani e dei giovani senza metterli in contrapposizione”, spiega Cantone.

   

Ma la squadra del Pd non potrà essere caratterizzata solo dalla società civile. Serve un profilo politico definito, come dimostra la continua sottolineatura di Renzi del lavoro fatto dalla squadra di governo uscente. Se c’è una differenza spendibile con il M5s è questa: la classe dirigente composta da Paolo Gentiloni, Pier Carlo Padoan, Marco Minniti, Dario Franceschini, Graziano Delrio e anche dallo stesso Carlo Calenda (che non è del Pd, nonostante gli sforzi). Per questo servivano deroghe per gli uscenti. Renzi ne vuole poche in generale e ieri intanto sono arrivate quelle per il presidente del Consiglio, i ministri di questa legislatura e i segretari dei partiti fondatori (cioè Piero Fassino, ex segretario dei Ds, visto che gli altri, come Walter Veltroni, primo segretario del Pd, non sono disponibili a tornare in Parlamento). In attesa delle liste definitive, gli incontri con i segretari locali hanno prodotto alcuni risultati. Renzi ha incontrato i vertici del Pd bolognese e dato il via libera alla candidatura di Pierferdinando Casini nel collegio uninominale di Bologna. Una scelta che creerà non pochi problemi nell’elettore del Pd, visto che dall’altra parte ci dovrebbe essere Pier Luigi Bersani.

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