Il centrodestra si accorda sulle liste. Quanto vale la "quarta gamba"

David Allegranti

Roma. L’“algoritmo del centrodestra” è pronto: i partiti della coalizione hanno raggiunto un accordo sulle quote dei collegi maggioritari: a Forza Italia ne toccheranno 40, alla Lega 35, a FdI 15 e alla cosiddetta “quarta gamba” 10 (tutti dati in percentuale). I collegi sono stati suddivisi in fasce: la fascia A è quella super sicura, poi c’è la B, che è ancora considerata buona. Più si scende, naturalmente, più si riducono le possibilità di essere eletti.

 

Risolta la questione dei collegi, il centrodestra può dunque concentrarsi sulla campagna elettorale. Per la verità c’è chi è nell’arena già da mesi, come Silvio Berlusconi, che ieri a Matrix ha detto di puntare al 25 per cento come partito e al 45 come coalizione. “L’avversario numero uno alle elezioni? E' il partito pauperista, ribellista e giustizialista. Parlo dei cinque stelle...”. Ma a queste elezioni l’osservato speciale del centrodestra è la “quarta gamba” – meno nota come Noi con l’Italia – che offre alla coalizione un pacchetto di voti non secondario.

 

Sono consensi distribuiti in alcune regioni, grazie alle leadership territoriali che compongono lo schieramento: Flavio Tosi, Enrico Zanetti, Enrico Costa, Gaetano Quagliariello, Raffaele Fitto, Saverio Romano, Lorenzo Cesa, Maurizio Lupi. Al Foglio qualche giorno fa Roberto Weber (presidente dell’istituto Ixè) aveva detto che “nelle elezioni recenti, a carattere comunale, regionale, l’aggregato sfiora gli 800-900 mila voti, voti che si sono portati con sé questi soggetti conferenti, come Fitto, Tosi e gli altri. L’arrivo del brand scudocrociato potrebbe essere il legante, il cemento, che tiene insieme tutto”. Puntualmente, il simbolo è arrivato. Ora vediamo quanto sarà l’apporto dato alla nuova lista.

 

Quattro regioni decisive

 

Intanto secondo alcune analisi che circolano fra i partiti della “quarta gamba” i voti potrebbero essere di più: almeno un milione e duecentomila. Questi i calcoli, nel dettaglio: ci sono quattro regioni con più di 100 mila voti (Sicilia 130 mila, Lombardia 150 mila, Veneto 130 mila, Puglia 150 mila) per un totale di 560 mila voti. In questo caso, spiega una fonte del Foglio, “fanno fede i risultati ottenuti dai rispettivi leader in queste regioni dalle Europee in poi considerati con molta prudenza (in alcuni casi quasi dimezzati)”. Ci sono poi tre regioni con 50 mila voti (Piemonte con Enrico Costa, Lazio e Campania) e sono altri 15o mila voti. Ci sono altre cinque regioni da 30 mila (Friuli con Renzo Tondo, Liguria dove oltre ad Ap c’è una presenza di Fitto, Abruzzo con i deputati Giulio Cesare Sottanelli e Filippo Piccone, Sardegna con i Riformatori Sardi, Calabria con Giuseppe Galati e vari amministratori locali) e fanno altri 150 mila voti.

  

Ci sono poi due regioni regioni a 15 mila voti (Molise con l’ex governatore Michele Iorio, che sarà candidato alle politiche, Basilicata con il deputato Cosimo Latronico). “Tra Toscana, Marche, Emilia, Umbria Valle d’Aosta e Trentino sono ipotizzabili altri 50 mila voti per via della rete di amministratori locali”, spiega ancora la fonte del Foglio. Il totale fa 940 mila cui aggiungere l’apporto dell’Udc di Lorenzo Cesa, che è valutato in tutti i sondaggi tra lo 0.5 e l’1 per cento: sono circa 300-500 mila voti di cui 130 mila alle ultime regionali in Sicilia. Idea di Quagliariello ha suoi esponenti in amministrazioni regionali, un calcolo prudenziale gli dà 50 mila voti. Il totale, ritoccato al ribasso, è sul milione e duecentomila voti come minimo. E i sondaggi che dicono? L’ultima rilevazione della EMG di Fabrizio Masia dà “Noi con l’Italia – Udc” in crescita. Il sondaggio di lunedì scorso la colloca al 2,6 per cento, in crescita dello 0,4 per cento rispetto a una settimana prima. La fatidica soglia del tre per cento, utile per accedere al parlamento e non regalare consensi a tutta la coalizione, sembra a portata di mano. Fitto pensa addirittura di superarla, ma pare una esagerazione in vista delle trattative sulla ripartizione dei collegi maggioritari tra Forza Italia, Lega, FdI e Noi con l’Italia.

 

Il destino di Stefano Parisi

 

E Stefano Parisi alla fine che farà? La quinta gamba? “Questa cosa della gamba è brutta, diciamo che saremmo la quinta lista”, ha detto a “Un giorno da pecora”. Comunque, “è più probabile che si sia fuori dalla coalizione ma saremo comunque la sorpresa di queste elezioni”. Nel centrodestra ormai “tira una brutta aria”.

 

E sicuramente non aiutano le sortite pungenti di Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera: “Mi pare che Stefano Parisi si sia tolto dalla coalizione in tutte le discussioni che ci sono state. Io non ho seguito francamente queste dinamiche, ma quando si è formato il quarto petalo mi pare che il partito di Stefano Parisi abbia sprezzantemente detto che non sarebbe mai entrato in quel quarto petalo”. Parisi però insiste: “Mancano due giorni al deposito delle liste. Berlusconi deve decidere se vuole vincere le elezioni o se in modo predeterminato le vuole perdere. Il nostro è un movimento politico con un respiro autonomo, capace di dare un valore aggiunto al Centrodestra, per vincere le elezioni, con un programma chiaro e persone di qualità. Se Energie per l’Italia non sarà dentro la coalizione perché Forza Italia non ci vuole commetteranno un peccato mortale: il rischio è che nel nostro paese ci sia un governo 5 Stelle alleato con Grasso”. A vedere però l’accordo sui collegi ormai la partita sembra essere fatta.

 

(Ha collaborato Paolo Emilio Russo)

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