Il guaio dei talk-show è nella loro monotonia

Giuliano Ferrara

Il giornalismo della saponetta come alternativa alle stupide istituzioni di vigilanza statale sulla correttezza e ai furbi che si spacciano per gente obiettiva mentre spacciano manipolazioni da due soldi, un raddoppio tristo. Agcom e i suoi nemici sono sullo stesso piano inclinato, rotolano verso il ridicolo. Non ci sono obblighi possibili decenti ma non c’è nemmeno la libertà di dirsi al di sopra delle parti, immersi nel brodo del pluralismo cosiddetto. Se devi vendere saponette, e sei un veicolo di pubblicità da cui dipendono i tuoi bilanci; se il numero delle copie vendute o degli share of voice ti impone un linguaggio mainstream, che fa la media di lettori e spettatori per raggiungere il più gran numero (e vendere saponette), allora hai un criterio commerciale, capitalistico, democratico al quale si conformano regole professionali e indipendenza relativa dai partiti e dal governo. Nel Novecento gli americani fecero così. Francesi inglesi e tedeschi, e in sottordine italiani e spagnoli, producevano un’informazione controllata dalle élite e dalla loro caratura ideologica, dalle loro grandi scuole, un’altra scelta. Il Times pubblicava annunci economici in prima pagina, e solo quelli: siamo la società, poi c’è il resto. Il fondatore del leggendario Monde, che pure nacque da una decisione del generale de Gaulle, si firmava Sirius, il pianeta più lontano dalla Terra. Un residuo di ideologia si fa da sempre sentire in ciascuno dei modelli editoriali, perché alla fine il giornalismo non ha altro ambiente che il conflitto culturale e politico, ma un residuo. Non una mistificazione astrusa e moralistica, dozzinale, come le prescrizioni e le rivendicazioni di oggettività di cui oggi si parla in Italia. Il luogo migliore in cui esercitare una professione che è un diritto e un diritto che è una professione fu sempre il giornale-tribuna, che sbaglia, si contraddice, manipola, ma su una linea dichiarata e con passioni ironiche, disincantate: infatti siamo qui da tanti anni, senza saponette e senza regole né affettazioni di indipendenza.

 

In epoca di social, che sono una indistinta valanga quantitativa entro cui si può scegliere il meglio della varietà e del real time e il peggio della vanità e del ludibrio, bisogna spostare l’attenzione sulla lingua, ché poi il format non ha altra faccia che la lingua con il suo mondo. Il problema non è più quello che dici, ed eventualmente a nome di chi lo dici, ma come ti esprimi, se tu sia una scuola di intelligenza e fervore per la conoscenza, sempre temperato dall’autoironia, o uno spogliatoio dove si cazzeggia. Va molto il fact checking, ma sentirei il bisogno dello speech checking. Nanni Moretti una cosa geniale la fece dire a uno dei suoi personaggi: se parli male, vivi male. Se sei generico, allusivo, calunnioso, banale, insultante in modo equivoco (il bell’insulto è arte non degenerata) non sarà più in questione la verità fattuale di ciò che dici, ma il suo senso, che comprende senza esaurirla la verità.

 

Il guaio dei talk non sta nella loro mendacità, c’è anche quella spesso, ma nella loro prevedibilità, monotonia, nel fatto che creano un mondo chiuso, chiacchierano sempre delle stesse cose, non hanno apertura culturale e psicologica, da quelle finestrelle televisive e da quelle impaginazioni e titoli, c’è del talk anche sulla stampa scritta e di carta, vedi sempre lo stesso paesaggio. In Francia in Inghilterra e in Germania e in Spagna regge il giornalismo delle élites, si fa uno sforzo e nei casi migliori non si sente lo sforzo. Il giornalismo americano liberal, mentre quello conservatore o scollacciato fa il suo mestieraccio con comprensibile entusiasmo, alle prese con il fatto ossessivo e disgraziato della presidenza arancione, con tutti i suoi paradossi, fa un lavoro meraviglioso, non lo molla mai, ma ogni volta cambia l’angolo visuale nel gioco delle notizie e dei commenti. Si leggono tante stupidaggini, e se ne ascoltano anche qui, negli Stati Uniti, ma sono sempre cose scritte bene e dette bene, che poi alla fine è l’unica cosa che conta, sia per la saponetta sia per il nostro spirito in società democratiche di massa. 

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