Gli obiettivi strategici per sfidare il fronte dei sovranpopulisti

Giuliano Cazzola

Se è vero che “i programmi sono bandiere piantate nella testa della gente”, non ha molto senso sforzarsi a predisporre – in vista delle elezioni del prossimo 4 marzo – pagine e pagine di promesse inutili e ingegnarsi ad assumere impegni che non saranno mai mantenuti, perché viziati da un limite di fondo: quello di scopiazzare l’agenda dettata dalle forze politiche che hanno meno scrupoli nell’avvalersi dei gas tossici della demagogia e dell’improvvisazione. Per quanti hanno il coraggio e l’onestà di compiere – con chiarezza – delle opzioni discriminanti per le prospettive del paese, le scelte di policy diventano degli assiomi, dei corollari a cui si arriva in modo pressoché automatico perché sono coerenti con gli obiettivi strategici che si intendono perseguire.

 

Alla Sorbona Macron ha pronunciato parole che assumono il valore di un precetto: "Non cederò nulla a quelli che promettono l'odio, la divisione o il ripiego nazionale. Non gli lascerò la possibilità di dettare l'agenda". Globalizzazione, Europa, euro e accoglienza responsabile devono essere le nostre bandiere

La prima di tali opzioni si chiama “globalizzazione dell’economia” contro l’insorgente tentazione all’isolazionismo, quale estrema e disperata difesa di un contesto produttivo, occupazionale e sociale che non è in grado (e non intende neppure provare ad esserlo) di competere sui mercati internazionali, nonostante che una diffusione dello sviluppo e la riduzione della povertà in tutti i continenti siano, invece, la premessa indispensabile per una crescita degli stessi paesi più ricchi. Ma se si sceglie di osservare le regole della competizione, non rimane alcun spazio – a proposito di programmi – per rimettere in discussione sul piano nazionale le politiche del lavoro che hanno caratterizzato la XVII legislatura: dalla liberalizzazione dei contratti a termine al pacchetto di provvedimenti che compongono il Jobs act. Resta, tuttavia, l’esigenza di fare i conti con un sistema giudiziario (purtroppo non solo civile) che non si limita a scoraggiare, ma arriva persino a perseguitare gli investimenti (il caso Ilva drammaticamente ne è la prova).

 

La seconda opzione si chiama “Unione europea”, le cui istituzioni, ancorché barocche e condizionate dai poteri riservati agli stati, hanno consentito ad un continente già teatro di due spaventose guerre mondiali, di affrontare e superare una crisi economica gravissima, senza dover mettere in discussione non solo i propri ordinamenti democratici ma neppure le conquiste portanti di sistemi di sicurezza sociale che non hanno paragoni nel mondo. L’Unione è stata accusata di aver imposto politiche finanziarie, economiche e sociali con effetti devastanti, salvo poi non riuscire a spiegare, da parte di critici troppo faciloni, come la deprecata austerità abbia consentito il ritorno a una crescita a livelli più elevati di quelli non solo attesi ma auspicati, persino in paesi come la Grecia, la quale – tramontata un’illusoria alternativa alle politiche di risanamento – sembrava destinata al tracollo soltanto pochi anni or sono.

 

La difesa dell’Europa si tiene insieme con quella dell’euro. Anche questa scelta comporta delle politiche conseguenti che non hanno bisogno di essere ribadite in un atto notarile. La moneta unica è l’alternativa al sovranismo, già dilagante e ora in rotta; e richiede politiche di bilancio equilibrate, rivolte al pareggio dei saldi e alla riduzione del debito pubblico, che rappresenta un pesante fardello lasciato colpevolmente in eredità alle generazioni future. L’euro porta con sé gli adempimenti connessi al fiscal compact che non è una follia da rinnegare, un provvedimento “costituzionalizzato” con la pistola puntata alla tempia da Frau Merkel, ma un impegno necessario assunto liberamente e responsabilmente dal Parlamento.

 

L’equilibrio dei conti pubblici è favorito (purtroppo non garantito una volta per tutte e per sempre) da una gestione responsabile della spesa pensionistica e quindi dalla salvaguardia contro ulteriori saccheggi (vi sono già state delle mutilazioni significative) dei capisaldi della riforma Fornero, che continua a essere il “saracino” della giostra populista. L’ultima bandiera si chiama “accoglienza”. Le migrazioni sono un evento di carattere strutturale, come se tra le popolazioni dei diversi continenti operasse il “principio dei vasi comunicanti”: i vuoti lasciati dai popoli del Nord del pianeta, vecchi, benestanti, in inarrestabile declino demografico, vengono coperti – così è sempre avvenuto nella lunga storia dell’umanità – dal migrare di popolazioni giovani e povere, alla ricerca di una migliore prospettiva di vita. Si tratta di processi da affrontare con responsabilità, consapevolezza e rigore, senza però strumentalizzare le contraddizioni e le preoccupazioni reali che essi suscitano. Il veleno più insidioso, diffuso dal sovranpopulismo, è quello di semplificare la soluzione dei problemi del nostro tempo attribuendone la responsabilità alle classi dirigenti o agli avversari politici, come se bastasse cacciarli con infamia per venire a capo di tutte le difficoltà.

 

Nel suo memorabile discorso alla Sorbona, Emmanuel Macron ha pronunciato delle parole che assumono il valore di un precetto: “Non cederò nulla, nulla a quelli che promettono l’odio, la divisione o il ripiego nazionale. Non gli lascerò alcuna possibilità di dettare l’agenda”. Globalizzazione, Europa, euro, accoglienza gestita e responsabile devono essere le bandiere piantate nella nostra mente. Purtroppo è forte il timore che la campagna elettorale si svolga sul caso (inesistente) di Maria Elena Boschi, sulla mancata approvazione dell’abominevole legge Richetti e sulla situazione delle banche (alla luce degli esiti della Commissione Casini) come se fossero sull’orlo del baratro. Continueremo a farci del male, ignorando, a bella posta, che il risparmio ammonta a 800 miliardi di euro (che gli italiani non custodiscono sotto i materassi) e che, durante gli anni della crisi, questo patrimonio delle famiglie è cresciuto di 1,4 miliardi.

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