Non solo Roma. Pure a Torino il modello M5s di governo scricchiola

Valerio Valentini

Torino. Al panettone c’è arrivata, anche quest’anno. “E non era scontato”, scherza lei, ricordando come in tanti “scommettevano sul nostro fallimento in questo 2017”. E’ vero: in parecchi, a Torino, puntavano sul fatto che il sindaco Chiara Appendino non ce l’avrebbe fatta a restare al suo posto. Le indagini sui fatti di Piazza Castello, quelle per falso relative al bilancio del 2016, la figuraccia del suo braccio destro – il “rasputin” Paolo Giordana – costretto alle dimissioni dopo essere stato intercettato mentre chiedeva di togliere una multa a un amico; e poi, più di qualsiasi fatto specifico, lo sgretolarsi improvviso del mito della grillina affidabile, della bocconiana a cinque stelle, la consapevolezza che quel modello di buon governo pentastellato da contrapporre agli sfasci romani di Virginia Raggi improvvisamente non era più spendibile.

   

La Appendino resiste, è vero; ma sembra farlo con l’atteggiamento di chi sente la terra tremare sotto i piedi. I problemi di cui il Comune di Torino è investito sono tanti. I guai più grandi hanno riguardato i bilanci: sia quello di previsione (2017-2019), sia quello consolidato non hanno ricevuto il parere favorevole del collegio dei revisori. La Appendino, insieme al suo uomo dei conti, Sergio Rolando, ha deciso di tirare dritto lo stesso, aprendo uno scontro istituzionale coi tre commercialisti messi a controllo dei conti: questi dicono di agire nel rispetto della legge e della loro coscienza, i grillini in Sala Rossa li accusano – più o meno velatamente – di essere politicizzati e minacciano di revocare loro l’incarico con una procedura che, per un Comune delle dimensioni di Torino, non avrebbe precedenti. Su questo, però, la Appendino può contare sulla compattezza della sua pattuglia pentastellata. Cosa non banale, visto che, in seno al Movimento torinese, le tensioni crescono ogni settimana di più. Si è cominciato – per restare ai dissapori più recenti – con la proposta delle Olimpiadi, a metà novembre. Un foglio fatto circolare dal sindaco, durante una riunione di maggioranza in Comune, con su scritti degli appunti su una possibile candidatura di Torino ai Giochi invernali del 2026. E’ bastato questo per mettere in allarme la base e i portavoce grillini a vari livelli. “Se Chiara va avanti ci sarà una rivolta”, commentavano i consiglieri regionali del M5s; perfino dal Parlamento, il senatore No-Tav Marco Scibona, valsusino, interveniva per mettere in guardia contro “i disastri e i debiti” che “la macchina” delle Olimpiadi si sarebbe trascinata dietro. “E’ nata la fronda”, se la ridevano a inizio dicembre i consiglieri comunali del Pd, che cominciavano a intercettare i musi lunghi e i colloqui brevi tra i compagni grillini. I quali ovviamente negano e smentiscono, che ci sia davvero un manipolo di 5 o 6 dissidenti “ortodossi”, riluttanti a certi compromessi, a certe svolte moderate attuate dalla Appendino. E però, nelle scorse settimane, per la prima volta si sono vistie in Consiglio comunale, delle testimonianze d’insofferenza. Voti di dissenso, sedute abbandonate da alcuni di quei “duri e puri” che evidentemente ci tenevano a che la loro contrarietà restasse agli atti. In un caso si trattava di una delibera di quart’ordine in materia di urbanistica, ma messa a punto con l’accordo del Pd: una roba inaccettabile per tre grillini, che si sono tirati indietro rendendo necessario il supporto dei dem per evitare che la maggioranza andasse sotto. Qualche giorno prima, un’altra consigliera aveva abbandonato l’Aula al momento del voto: si decideva sui destini del Parco della Salute, quello contro cui la Appendino si scagliava in campagna elettorale, ma di cui ora la sua giunta parla con grande entusiasmo. “Chiara non ha cambiato idea, è solo che ora ha un ruolo di governo e non può fare le barricate”, prova a cavarsela Davide Bono, leader storico del M5s in Piemonte, che pure della nuova cittadella sanitaria parla come di “un progetto folle voluto dal Pd” (e avallato dalla giunta a cinque stelle, gli si fa notare; ma lui si stringe nelle spalle e fila via).

  

In ogni caso, niente paura. I grillini in Sala Rossa giurano che le tensioni sono un’invenzione giornalistica, il presidente del consiglio comunale se la prende coi quotidiani, sbraita in faccia ai cronisti che lo attendono in strada per fargli qualche domanda. Sarà, eppure davvero la Appendino, la sera del 18 di dicembre, è scoppiata in lacrime durante una riunione col suo gruppo di maggioranza. Si parlava di Gtt, l’azienda dei trasporti pubblici locale che versa in condizioni finanziarie drammatiche. La sindaca si è messa a piangere e ha abbandonato l’incontro quando un consigliere ha osato fare qualche obiezione rispetto alle linea della giunta sulla strategia per salvare la ditta. Che in realtà non si capisce bene quale sia: da settimane la sindaca si trincera dietro un silenzio tombale, che lascia disorientati perfino i suoi compagni di Movimento (i quali – specie in Regione – lamentano la loro marginalità). Il tempo residuo, comunque, è finito. Entro l’inizio di gennaio, il nuovo piano industriale andrà messo appunto, e il Comune dovrà trovare 25 milioni da immettere nelle casse di Gtt. Cosa tutt’altro che banale, per un’amministrazione alle prese con forti difficoltà contabili (al punto da arrivare a prospettare il licenziamento di 28 dipendenti dei musei cittadini, provocando il coro di disapprovazione – di nuovo – dei parlamentari grillini che fanno notare come, insomma, a ridosso delle politiche di marzo, varare misure così impopolari non è proprio l’ideale). Alla fine, la soluzione più probabile, per salvare Gtt, sembra quella della legge Marzano. Un commissariamento, insomma. Altra parola che non suona piacevolissima alle orecchie del grillino medio, a Torino e non solo. La Appendino lo sa; e si prepara a resistere. Questa, per ora, è l’unica prospettiva chiara.

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