Barcellona e stop. Perché il 2017 non è stato l’anno del populismo

Claudio Cerasa

Nonostante l’ubriacatura generata dal successo indipendentista della Catalogna – i partiti indipendentisti hanno raccolto la maggioranza assoluta dei seggi (51,9 per cento, in calo rispetto al 53,3 per cento del 2015), ma la maggioranza assoluta dei catalani (52,5 per cento) ha votato per i partiti anti secessionisti – il 2017 passerà alla storia per essere stato un anno in cui i populisti che dovevano governare l’Europa alla fine si ritrovano tra le mani solo Barcellona e Tarragona. Esattamente un anno fa, molti osservatori, passando in rassegna il calendario delle elezioni 2017, prevedevano, con toni sicuri e molto minacciosi, una serie di disastri inevitabili. A marzo l’Olanda e la Bulgaria. A maggio la Francia. A giugno Malta e il Regno Unito. A settembre la Germania e la Norvegia. A ottobre l’Austria, l’Islanda e la Repubblica ceca. Un anno dopo i risultati li conoscete: in Olanda ha perso il partito populista e ha vinto il partito conservatore; in Bulgaria ha perso il partito populista e ha vinto il partito conservatore; in Francia ha perso la Le Pen e ha vinto Macron; a Malta ha perso il partito populista e ha vinto il partito laburista; nel Regno Unito, dove la frittata è stata fatta l’anno prima, ha comunque vinto il partito conservatore e i partiti alla Ukip sono spariti dalla circolazione; in Germania il partito populista ha perso e, pur avendo registrato un calo di consensi, ha vinto il partito conservatore, anche se un governo ancora non c’è; lo stesso in Islanda e in Repubblica ceca, dove i populisti sono arrivati terzi; lo stesso in Austria e in Norvegia, dove il Partito popolare ha vinto, anche se, sì, dovrà governare con i populisti. Nel 2017, dunque, Barcellona e Tarragona a parte, il populismo non ha vinto in nessuna parte d’Europa (la Gran Bretagna, lo sappiamo, è un caso a parte) ma nonostante questo il populismo è stato al centro dell’agenda della politica e ha costretto molti di noi a fare i conti con un problema mica da poco: ma il populismo, esattamente, che cos’è, come funziona, come si determina e come si fa a distinguere un populista da un non populista, o un populista buono da un populista cattivo? In molti hanno provato a trovare una risposta chiara, una definizione netta, una conclusione risolutiva. Ma tra i tanti l’unico a esserci davvero riuscito, nell’anno che sta finendo, è stato Jan-Werner Müller, politologo tedesco, una cattedra a Princeton, che nel suo saggio “Cos’è il populismo” (Egea, 2017), pubblicato a marzo in Italia, ha trovato il modo per mettere a fuoco un indizio che crea un filo unico tra lepenismo, indipendentismo, sovranismo e persino grillismo: la pretesa anti costituzionale di avere l’esclusiva morale sulla rappresentanza del popolo. 

 

La tesi di Müller vale la pena di essere ricordata oggi, all’indomani del voto catalano e a poche settimane dal voto italiano, perché sia in Catalogna sia in Italia i partiti populisti hanno alcune sorprendenti caratteristiche in comune: l’essere una minaccia contro la Costituzione, l’essere una minaccia contro la democrazia rappresentativa, l’essere alla guida di partiti che pretendono di rappresentare il 100 per cento dei cittadini, che rifiutano il pluralismo e che non accettano la legittimità degli altri attori della politica. In altre parole, come ha notato Alessandro Maran in un bellissimo post su Facebook dedicato al libro, Müller sostiene che le rivendicazioni populiste sono morali e simboliche e che i populisti sono coloro che si considerano gli unici genuini rappresentanti di un popolo moralmente puro e rappresentano se stessi come i veri campioni di una democrazia di cui rivendicano il monopolio. La tesi di Müller è così chiara e lineare – l’indipendentismo catalano, il sovranismo francese, l’antisistemismo italiano sono tutte versione più o meno raffinate di una nuova politica identitaria, che mette al centro di tutto l’idea che vi sia una “società di cittadini” che può permettersi di schiacciare alcuni beni individuali in nome dell’interpretazione di nuovi diritti collettivi – da aver convinto persino una famosa accademica italiana, che fino a qualche mese fa ha presieduto una nota associazione che ha triangolato più volte con il populismo più becero. Parliamo di Nadia Urbinati, ex presidente di Libertà e Giustizia (che Dio ce ne scampi) che ha firmato la prefazione all’edizione italiana del libro sorprendentemente: “Quando si propone di attuare la sua agenda politica attraverso il potere dello Stato, un partito o movimento populista entra in diretta competizione con la democrazia costituzionale; messa in discussione la democrazia pluralista o dei partiti, si fa impaziente verso il pluralismo nel nome dell’unità del corpo politico. Il populismo sfida dunque sia il governo costituzionale sia il pluralismo politico nel nome della superiorità degli interessi del tutto rispetto a quelli delle parti in cui il tutto si articola come se l’interesse del tutto fosse non solo evidente e calcolabile oggettivamente, ma fosse anche non contestabile e perfettamente rappresentabile”. Urbinati, con una buona intuizione che ci fa capire perché il giornalismo salottiero tende a essere spesso affascinato sia dall’indipendentismo catalano sia dal delirio grillino, ricorda che non bisogna sorprendersi se il populismo spesso riesce a sedurre pezzi importanti di classe dirigente, in quanto il populismo punta a rappresentare una politica non partigiana che sta al di sopra delle parti e che non può dispiacere ai poteri terzi desiderosi di sbarazzarsi della politica e dei giudizi partigiani nel nome della competenza e della politica dei dati oggettivi e inconfutabili. “Ci si potrebbe avventurare in un’analogia tra antipolitica populistica e antipolitica tecnocratica poiché in entrambi i casi si tratta di forme anti deliberative, insoddisfatte del pluralismo ideologico e partitico e della dialettica maggioranza/opposizione; forme che vogliono stare entrambe né a destra né a sinistra”.

 

La differenza fondamentale

 

Al centro di tutto vi è questo, ma nella tesi di Müller vi è anche altro che potremmo riassumere in due punti. Il primo punto è che il populismo anti pluralista tende a essere una minaccia per la Costituzione – gli indipendentisti spagnoli sostengono di avere il diritto alla secessione sulla base di un referendum anti costituzionale che si è svolto nell’illegalità, i populisti italiani, come sapete, sognano di giocare con lo stato di diritto del nostro paese eliminando l’articolo 27, 67, 111 della Costituzione. Il secondo punto è che il populismo cesarista che sfida la democrazia rappresentativa nel nome della rappresentanza diretta del popolo è portato in modo quasi naturale a considerare i suoi competitori non degli avversari da battere ma dei nemici da abbattere. “Ora – scrive Müller al termine del suo libro – dovrebbero essere chiare le principali differenze tra democrazia e populismo: la prima consente a una maggioranza di autorizzare dei rappresentanti le cui azioni potrebbero risultare più o meno conformi alle sue attese o ai suoi desideri; il secondo pretende che non si possa mettere in discussione alcuna azione del governo populista, perché ‘il popolo’ ha così voluto”. Forse per capire l’anno che è appena finito e l’anno che verrà conviene ripartire da qui. Intanto, buon Natale a tutti, da chi scrive e da tutto il Foglio.

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