Il caso Boschi accende una luce sulla maledizione del renzismo: la velocità

Salvatore Merlo

Roma. Con un nodo di esterrefatto piacere, con la perversa delizia di soccombere, ieri Maria Elena Boschi si è scelta il tribunale televisivo e ha pure legittimato l’inquisitore: “Ho chiesto a Lilli Gruber di ospitarmi stasera a ‘Otto e mezzo’ con Marco Travaglio”. E troppo spesso ci è capitato di pensare che ogni spicciolo atto del suo stare in politica, anche questo suo essersi messa spontaneamente sul banco degli imputati, sia stato un improbo corpo a corpo, un cimento e un combattimento mortale. E che insomma la donna che più di ogni altro in questi anni ha incarnato il renzismo abbia mutuato da Matteo Renzi anche la fanciullesca innocenza di chi vuol prendere subito tutti i tori per le corna, la velocità di chi si consuma nel gioco grande della politica alla stregua di un asteroide quando entra nell’atmosfera. E dunque la smania, l’ansia, l’energia di chi ha deciso di arrampicarsi o morire, di chi ha avviato una commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche che, tra audizioni, fascicoli, domande e mezze risposte, non serve a nulla se non ad alimentare la campagna elettorale degli avversari, a giocare per rendere ogni parola, e persino la verità, ammesso che esista, ancora meglio revocabile, ritrattabile, smentibile, a suscitare dunque altri ingarbugliamenti, più fiere sospettosità, vaste nubi di nuovo gas. E poi: perché consegnarsi al circo della tivù, se c’è una commissione d’inchiesta parlamentare?

 

Anche Silvio Berlusconi, le cui doti e i cui vizi sono cristallizzati in un’armatura di scaltra potenza, si consegnò alla sedia e alla commedia del tribuno televisivo, ma la spolverò con un fazzoletto, e prima di sedersi – come rivelò Michele Santoro – concordò delle regole: “Non sarà un processo”. Figurarsi. Violò tutti i patti, Berlusconi, con spudoratezza, ribaltando ogni sceneggiatura, ogni previsione, ogni ipotesi, trasformandosi da accusato in accusatore dentro una giostra di ammiccamenti. Non aveva nulla da perdere, il Cavaliere. Impresario e showman, rivelò che Travaglio, nemico ridotto a compare, gli somigliava moltissimo: spettacolo e non giornalismo, gag e non politica. Ne venne fuori vittorioso, il Cavaliere ottuagenario. E pareggiò anche le elezioni che era destinato a perdere. Ma tutto questo richiede arte, dominio della scena e ponderazione, non fretta e concitazione, più lucidità che incoscienza.

 

E si capisce che in Maria Elena Boschi, come in Renzi, sono in questione sentimenti accelerati d’orgoglio, rivalsa, desiderio, tutti ingredienti di una vicenda affannata e poco riflessiva. Il presidente della Consob dice di averla incontrata per parlare di Banca Etruria? E lei la sera stessa si consegna nell’aula di tribunale della tivù grillina. La commissione parlamentare d’inchiesta litiga con il procuratore di Arezzo che di fatto la difendeva? E lei annuncia a distanza di poche ore un esposto per risarcimento civile contro Ferruccio de Bortoli. Una richiesta che ha avuto l’effetto immediato di riaccendere tutto, di deflagrare sui giornali, di far riesplodere la storia delle presunte richieste di acquisizione di Banca Etruria da parte di Unicredit, al punto – raccontano – da aver costretto in fretta e furia i parlamentari del centrodestra a convocare in commissione d’inchiesta Federico Ghizzoni, l’ex capo di Unicredit, per evitare che a quel punto lo facessero prima i parlamentari del Movimento cinque stelle. A lungo si è pensato che la rapidità fosse un pregio del renzismo. Ma più spesso ci si impone con la calma, che è una superiorità effettiva su chi ha la debolezza di perderla.

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