Il divorzio di Lorenzin e Lupi ha un problema legale

Roma. E da stasera, alle 18, Beatrice Lorenzin, il ministro della Sanità, sarà la leader della terza lista di centrosinistra, accanto al Pd e a Emma Bonino, mentre Maurizio Lupi dovrà organizzare “qualcosa di più dignitoso di una ‘quarta gamba’ del centrodestra” – sono all’incirca le sue parole – con Stefano Parisi, Flavio Tosi e Raffaele Fitto. A Lorenzin rimarrà il nome di Alternativa popolare (Ap), mentre a Lupi, se vorrà usarlo, quello di Nuovo centrodestra (Ncd). Il divorzio consensuale all’interno del gruppo che nel 2013 si separò dal Pdl e da Silvio Berlusconi è già consumato, malgrado sia stato formalmente rimandato a stasera. E infatti ieri, dopo una breve riunione pubblica all’Hotel Flora, in via Veneto, al termine di una direzione nazionale che è stata il culmine di decine di telefonate e d’incontri riservati, è stato deciso di prendere ancora un po’ di tempo per trovare un fondamentale escamotage legale: il modo cioè di far presentare da un solo gruppo parlamentare, Ap, due liste elettorali, una che andrà a destra e l’altra che andrà a sinistra. Com’è noto i gruppi rappresentati in Parlamento sono sollevati, in caso di elezioni, dal dover scalare la montagna di cinquantamila firme necessarie a candidarsi. Ma come fare di un solo gruppo due liste? La soluzione tecnica la troverà Peppino Calderisi, l’ex deputato che è un esperto di leggi e cavilli elettorali. E potrebbe essere questa: una lista sarà presentata dal gruppo di Ap in Senato e un’altra dal gruppo di Ap alla Camera. Non trovare un accordo e andare alla conta sarebbe devastante: ricorsi, magistrati, obiezioni di legittimità… un pasticcio da evitare. E così, ieri pomeriggio, è andata in onda una riunione civilissima e dignitosissima aperta da Angelino Alfano con queste parole: “Non torno in Parlamento, non mi candido nemmeno alle europee, farò un altro mestiere, mi organizzerò la vita in un altro modo”. 

    

“Andiamo verso una separazione condivisa, una sorta di operazione Moro al contrario: le divergenze parallele”, dice, sorridendo, Sergio Pizzolante, che assieme a Lorenzin, Fabrizio Cicchitto, al sottosegretario calabrese Antonio Gentile, ai siciliani Giuseppe Castiglione e Dore Misuraca, e allo stesso Alfano, è un fautore del centrosinistra. “Cerchiamo il modo di far coesistere due diverse ‘coerenze’, quella di chi continuerà a sostenere il centrosinistra, e quella di chi ha sempre considerato l’appoggio al governo come un’operazione a tempo”, dice invece Maurizio Lupi, che guida la fazione dei destrorsi, con Roberto Formigoni, Alessandro Colucci e Raffaele Cattaneo, il presidente del Consiglio regionale della Lombardia. Nelle pieghe dell’accordo di separazione, se tutto andrà bene, come pare debba andare, è contemplato ovviamente il destino dell’attuale governo e dell’attuale maggioranza. Nessuna conseguenza sul governo di Paolo Gentiloni. Il documento che in queste ore stanno scrivendo Lorenzin e Lupi, il contratto di divorzio consensuale, prevede un’apposita ed esplicita clausola. Il documento dirà, all’incirca, che “ognuno prenderà la sua strada soltanto a legislatura sciolta. Non prima”. E insomma tutti loro, anche quelli destinati a ricandidarsi con Berlusconi, s’impegnano, fino all’ultimo, a restare nella maggioranza, e a votare gli ultimi provvedimenti, tra i quali, quello non secondario, della legge Bilancio.

   

La soluzione va bene a tutti, ma non è quella che tutti auspicavano. Non è la migliore. Lorenzin avrebbe voluto convincere Lupi a restare a sinistra, e aveva spinto Matteo Renzi a fargli offerte acrobatiche. Mentre Lupi spingeva per minacciare una “corsa solitaria” di Alternativa popolare (data dai sondaggi – se integra – intorno al 3 per cento) finalizzata in realtà a portare il partito a destra e superare così, sull’onda di una percentuale realistica, il veto che Matteo Salvini ha imposto su tutti coloro i quali in questi anni hanno sostenuto il centrosinistra in Parlamento. Adesso, con il divorzio consensuale – e se davvero sarà possibile presentare due liste elettorali con un solo gruppo parlamentare – le cose sono complicate. Lorenzin corre il rischio di non superare lo sbarramento del 3 per cento, mentre Lupi dovrà trovare il modo di farsi accettare da Salvini. L’ex ministro ritiene di trovare in questa opera utili alleati in Fitto e Parisi. Ma chissà. I due sono buoni a convincere Berlusconi, che tuttavia non è l’uomo da convincere, perché convinto lo è già. Il problema è Salvini, che intanto ironizza, con toni contundenti: “Non è una quarta gamba ma un millepiedi”. 

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.