La campagna elettorale, perdita di tempo

Giuliano Ferrara

Dopo Pisapia e Alfano, ma che nervosi, che Di Battista, che puponi, che lattanti, intanto che Putin allegramente si ricandida, dopo di loro non ci sono più scuse, negoziati rigorosamente condotti sul nulla, immense e imbarazzanti perdite di tempo. C’è un partitino dello sfascino, in streaming con Di Maio e i suoi, tutti che corrono a rivalutare l’euro e l’Europa, gruppazzo locupletato di presidenti delle Camere grotteschi, imparziali ma faziosi, presidenti di tutto il mondo unitevi. Poi c’è una coalizione da sballo, con l’uomo forte Berlusconi, che merita il rispetto della nazione per tanto tempo a lui ostile, uno molto adulto nella stanza accompagnato da scassinatori di emozioni su una immigrazione selvaggia che non c’è, garagisti in felpa attardati sui bitcoin al posto dell’euro, e la decente ma strana signora Meloni. Infine una socialdemocrazia di stampo liberale e riformista che contiene, con Renzi, un sacco di varianti più o meno interessanti, e una classe dirigente che ha dato una mano all’Italia negli ultimi cinque anni in cui si è mosso qualcosa, a quanto pare (ma i contratti a tempo determinato sono ancora tanti, e vai con le fesserie della postrobotica socialconservatrice). Siamo passati dallo scuro assoluto del vano e del vanesio al chiaro brillante seppur modesto per i palati fini: bisognerebbe per decreto abolire la campagna elettorale, votare domani o dopodomani, alla vigilia di Natale, tanto è evidente il quadro politico italiano neoproporzionalista.

 

Un governo possibile è quello del partito della nazione, la socialdemocrazia liberale alleata con il centro pop del Cav., che si distacca già a Natale dal leghismo mob (nel senso di mobbing) prodotto dai talk-show, con Bossi più di qua che di là, e per il resto avventurette senza speranza, scenette comiche senza il capocomico, estorsioni casaleggiane ai danni di parlamentari privati della libertà costituzionale di mandato e una quantità di ex ministri di governi montiani e berlusconiani di unità nazionale alla rincorsa di un rivoluzionario esecutivo di cambiamento, smacchiatore di giaguari e mucche, che ha già dato le sue prove non esaltanti nella primavera araba del 2013. O di qua o di là, come si diceva una volta. Il berluscon-tajanismo moderato produrrà un certo numero di deputati e senatori, la socialdemocrazia liberale e riformista con Gentiloni e Minniti e altri un altro bel gruppo, e se ce la fanno bene, sennò si troverà chi si aggiunge, ovvio. Mediaset e la Rai guardano ammirate la costruzione di un blocco di consolidamento duopolista, si fa per dire.

 

L’Italia è veramente pazza, si presta a sorprese esilaranti, ma contenute, e alla fine si normalizza prima della serata di gala postelettorale. Pare che Mentana non lo guardi più nessuno, e che la scelta grillina, scanziana, travagliesca di Urbano Cairo e Galli della Loggia sia esposta a una figuraccia. Vedremo, non bisogna mai fidarsi dei dati di ascolto, e sono grandi professionisti, of course. Pisapia è stato un sindaco di Milano di successo, anche lui non ricandidato, dunque un precursore, ma a Milano si conoscono solo borgomastri di successo, perché la città ha il vizio di funzionare dai tempi di Radetzky, e comunque di voti ne aveva ma pochini. Alfano fu ministro di permanenza e costanza fuori del comune, ha lasciato tracce, ma non politiche, è debole sotto il profilo identitario, voti persi con la sua dipartita zero via zero.

 

Che fare? Si può continuare a lottare, come si dice tra i rissosi e i militanti. Oppure interessarsi d’altro, come fossimo turisti americani in visita. Oppure un viaggio a Gerusalemme, che si è scoperto essere la capitale di Israele. Sopra tutto, si può prendere atto nel voto della situazione, scegliere tra uno sberleffo appassito sotto le sembianze ahinoi troppo seriose e bullette di un Di Maio, mandare berlusconiani e renziani alle Camere nella maggior quantità possibile al fine di saldare l’unico elemento di continuità politica capace di sorreggere questo paese, quello tra il Re della pioggia e il suo Royal baby, amori e amorazzi di noi servi inutili. Il problema è appunto la campagna elettorale, che ormai non deve chiarire alcunché e può soltanto risultare una nuova estenuante perdita di tempo. Basterebbe abolirla, e votare. Tutto è chiaro nel più chiaro dei mondi possibili.

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