Scorpione, gli dicono. DâAlema, tu sei lo scorpione che vuole farsi portare dalla rana sullâaltra riva del fiume ma a metĂ strada la punge, perchĂŠ non può fare a meno di farlo e affoga con lei. Câè anche la variante psicanalitica: âDâAlema è un ludopatico della politica, sempre costretto dalla sua dipendenza compulsiva a intrigare, a giocare dâazzardo e a vincereâ, ha detto Francesco Merlo a âOtto e Mezzoâ, su La7 â ma in generale, da quasi due decenni, ogni volta che qualcuno dice âDâAlemaâ, qualcun altro, come in passato Dario Franceschini, tira fuori lâantico scorpione (Achille Occhetto neanche ricorre alla metafora: ha chiamato Massimo DâAlema direttamente âserial killerâ della sinistra). Ma lui, DâAlema â ex premier, ex vicepremier, ex ministro, velista ed enologo per diletto ma con profitto (produce vini che si accompagnano a cene stellate) â dal punto di vista zoologico non si identifica. Sono un ariete, non uno scorpione, ha detto in un giorno dâautunno del 2009, in tempi serenamente bersaniani. âSono un ariete soprattutto di carattere e non solo come segno zodiacale. E per una rana è difficile portare un ariete sulle spalle. Quella è una favola triste perchĂŠ alla fine tutti e due vanno a fondo, bisogna invece lavorare tutti insieme e


Il âlavorare tutti insiemeâ a sinistra come profezia mai autoverificata, a partire dal castello di Gargonza (1997)
vincere nel Pdâ. Detto da chi, come lui, oggi è seduto sul lato scissionista (Mdp) della sinistra pluralissima antirenziana, quel âlavorare tutti insiemeâ suona come la profezia che mai si è autoverificata. Stessa cosa succede con il baffo: dici DâAlema e sullo schermo mentale dellâascoltatore si disegna il caratteristico baffo sornione, presagio di machiavellismo o dâimpuntatura potenzialmente mortale per qualsiasi sinistra che non si chiami âsinistra dalemianaâ. Ma câè chi, avendo visto lâex premier in piazza nel giorno anti-Rosatellum, circa un mese fa, collega il presagio di guerra imminente al nuovo feticcio: lâocchiale fumè che sempre piĂš spesso lo scissionista numero uno indossa da quando il baffo, oltre a farsi segno dâorgoglio anti-rottamazione, si è allungato sulla scena con la baldanza di chi ha detto ânoâ al referendum costituzionale renziano del dicembre 2016 e ha visto che gli è andata dritta (âe la sinistra rimane di nuovo impigliata ai suoi baffi che sono come la gobba di Andreottiâ, scrive sempre Francesco Merlo: ââŚumori, ambiguitĂ , trame, inciuci, affari, ombre cinesiâ). Quando DâAlema abbia cominciato a fare il DâAlema è difficile a dirsi, forse giĂ dai tempi della scuola elementare â era iscritto ai piccoli pionieri comunisti â o dal giorno in cui, come dice un ex compagno di partito, âha capito che le vittorie migliori sono quelle che allâinizio sembrano acque fermissimeâ. Fatto sta che DâAlema non ha mai smesso dâesser DâAlema. Non fa testo lâallusione allâEuropa â tipo âmi occupo di Europaâ â luogo della mente che per lâex premier a un certo punto è stata un poâ come lâAfrica per Walter Veltroni. W. non câè andato (per fare documentari), DâAlema non câè andato per fare vini, ma anche perchĂŠ, a un certo punto, qualcosa sâè messo di traverso al suo arrivo effettivo a Bruxelles nei panni di âMr. Pescâ (ministro degli Esteri della Ue), motivo ricorrente e sotterraneo di attrito con le aree maggioritarie del Pd.


Il baffo, l'occhiale, il vino,
e quel luogo della mente, l'Europa, sempre evocata ma mai raggiunta nei panni di Mr. Pesc
Volendo individuare la costante dellâazione del DâAlema âarieteâ, armato di pugnale sui progetti di centro-sinistra, di sinistra, nonchĂŠ a volte sui progetti di governo o di cosiddetto dialogo bipartisan che non possano essere definiti dâispirazione dalemiana, si potrebbe semplificare cosĂŹ: se una cosa la fa DâAlema va bene (vedi la Bicamerale, vedi lo scontro con i sindacati sullâarticolo 18 in versione DâAlema contro Sergio Cofferati). Ma se la fanno altri â uguale o quasi â non va bene (vedi Patto del Nazareno, vedi scontro con i sindacati sullâarticolo 18 ma in versione Renzi contro Camusso). Come ha scritto Francesco Cundari nel saggio âLâUlivo come un drammaâ, pubblicato su questo giornale nel giugno scorso, DâAlema, âaccusato dagli avversari interni di aver tramato con Silvio Berlusconi per attentare, nellâordine: alla Costituzione (con il âPatto della crostataâ), al governo Prodi (per prenderne il posto senza passare dalle elezioni), ai diritti dei lavoratori (con lâattacco allâarticolo 18 e lo scontro con Cofferati), dal novembre 2014 è divenuto il piĂš fiero avversario di Matteo Renzi. Accusandolo di aver tramato con Silvio Berlusconi per attentare, nellâordine: alla Costituzione (per il âpatto del Nazarenoâ), al governo Letta (per prenderne il posto senza passare dalle elezioni), ai diritti dei lavoratori (con il Jobs Act e lo scontro con Susanna Camusso)â.
E dunque si può idealmente procedere di passo in passo, in ordine e a sbalzi, lungo lâarco delle principali âproject assassinationâ dellâuomo che domani farĂ da padrino (e/o demiurgo) allâassemblea-convention di Mdp-Sinistra Italiana-Possibile, con alea sul ruolo di Piero Grasso e discussioni latenti e lampanti su simbolo e nome e identitĂ , ma soprattutto con impronta originaria dalemiana, chĂŠ DâAlema era âscissionista dentroâ molto prima di scindersi dal Pd, scherza un ex pci-pds-ds). Ma non solo contro il Pd renziano lâopera demolitrice dellâex premier si sostanzia: si segnala la punzecchiatura a Giuliano Pisapia, leader del Campo progressista ancora in bilico sulla collocazione pre-elettorale (e dunque sui rapporti con il Pd renziano): âIo ho sentito Pisapia â come tutti noi â dire in piazza che per ricostruire il centrosinistra occorre una forte discontinuitĂ di contenuti e di leadership e dire che lui si sarebbe alleato con il Pd solo a condizione che il Pd accettasse le primarie di coalizione. Se poi Pisapia farĂ tutto il contrario di quello che ha detto è un problema che dovrĂ risolvere con la sua coscienza, non con meâ. Risposta di Pisapia: âQuando DâAlema faceva bombardare il Kosovo, io ero nei campi profughi del Kosovo. Sulla coscienza DâAlema non dia insegnamenti a nessuno e tantomeno a meâ. Ecco i principali capi dâimputazione che pendono sul capo del âpugnalatoreâ metaforico.


Le cose fatte da lui vanno bene, ma non se un altro le fa uguali (vedi Patto del Nazareno e premiership non âelettoraleâ)
Primo capo dâimputazione: lâintervento di Gargonza, anno 1997. Trattasi dellâintervento con cui Massimo DâAlema, sullâeterno argomento âprimato della coalizione o dei partiti?â â ha dato un colpo secco allâUlivo, dopo un anno dalla salita a Palazzo Chigi dellâUlivo (governo Prodi I). Si riuniscono al castello di Gargonza, nellâaretino, in quel marzo del 1997, i principali esponenti del governo del Professore, tra cui Walter Veltroni, anche vicepremier, e Rosy Bindi, oltre a vari intellettuali, tra cui Omar Calabrese, Umberto Eco, Gianni Vattimo, Ettore Scola, Paolo Flores dâArcais, Elvira Sellerio e Pietro Scoppola. La discussione va sotto il titolo di âDieci idee per lâUlivoâ. DâAlema, allora segretario del Pds, prende la parola per dire che per continuare a fare politica bisogna continuare a farla con i partiti e non attraverso movimenti politici âtardo sessantotteschiâ. âNon mi si venga a dire che si fa una nuova formazione politica mantenendo i partiti che ci sonoâŚpoi nasce il problema su chi è sovranoâ. Pur parlando in modo non cosĂŹ antipatizzante, in âprospettiva, di un eventuale partito dellâUlivo, in quellâoccasione DâAlema, odiatore di âcomitatiâ, dice anche, perchĂŠ gli intellò e i compagni di partito piĂš movimentisti intendano: âNoi non siamo la societĂ civile contro i partiti. Noi siamo i partitiâ. Se però si considera il âpartito dellâUlivoâ come lâanticamera del futuro Pd, partito che DâAlema contribuĂŹ, a partire dal 2003, a mettere in cantiere, si arriva a un rovesciamento della suddetta âprospettivaâ: sotto forma di Pd renziano, il partito post-Ulivo a DâAlema piacerĂ cosĂŹ poco da far nascere in lui una vena scissionista che piace proprio alla societĂ civile anti-renziana, riunita in comitati del ânoâ al referendum costituzionale (ora il comitato può andare).
Secondo capo dâimputazione: caduta del governo Prodi. La domanda: è stato Fausto Bertinotti o è stato DâAlema? O anche: quanta mano di DâAlema câè stata nella caduta di Prodi? Sulle percentuali di responsabilitĂ gli esegeti ancora dibattono, sulla presenza di DâAlema, poi premier, nel parterre dei regicidi prodiani la concordia è quasi unanime. Sullo sfondo, resta la questione âUlivoâ, con il carico della mazzata dalemiana di Gargonza ancora tutto da portare, specie per quellâindimenticabile affondo sul ânarcisismo delle minoranzeâ (allora stigmatizzate, oggi agĂŹte in prima persona).
Terzo capo dâimputazione: la critica sottile al concetto di âcostituenteâ della coalizione. Nel 1998 le prime avvisaglie: ââŚSento dire che bisogna convocare gli Stati generali dellâUlivo. Bene io sono qui che aspetto di essere convocato. Ma ho la sensazione che questo Ulivo ci sia soltanto nei giorni di festa. Quando il centrosinistra vince le elezioni, le ha vinte lâUlivo, quando le perde le hanno perse i partiti. Quando câè una grana lâUlivo scompare e la grana se la deve mettere sulle spalle il segretario di questo partito troppo piccolo per governare lâItalia. Dico queste cose con tutta tranquillitĂ âŚâ. Ma è a un certo punto del 1999, mentre è presidente del Consiglio, che DâAlema sente dire la seguente frase da Walter Veltroni, allora segretario dei Ds (il partito intanto ha cambiato nome): âDopo le elezioni europee del 13 giugno bisognerĂ rilanciare la capacitĂ di aggregazione dellâUlivoâ (con una cosiddetta âcostituenteâ, appunto). Veltroni riprende unâipotesi formulata da Antonio Bassolino, e in quellâoccasione ricorda che ânel 1996 abbiamo vinto stando tutti insieme ed è grazie a quellâidea politica che oggi la sinistra e le altre forze dellâUlivo governano il PaeseâŚnessuno di noi da solo va da nessuna parte, nessuna provocazione potrĂ portarci a bruciare per uno 0,1 per cento in piĂš o in meno la piĂš grande idea politica che abbiamo avuto, ossia la costruzione dellâUlivo e del centro-sinistraâ. E tra le provocazioni, forse, si può annoverare la formula lievemente derisoria con cui, secondo ricorrenti leggende metropolitane, DâAlema parlava della costituente dellâUlivo come di qualcosa somigliante piuttosto a una costituente âdel nullaâ. Intanto, sempre nel 1999, con lâasinello dei Democratici appena nato, DâAlema, a proposito del partito unico del centrosinistra, fa esercizio di sarcasmo, come ricorda lâEspresso: ââŚci mettiamo un poâ di ambientalismo. Poi siamo un poâ di sinistra come Blair, perchĂŠ è sufficientemente lontano. Poi siamo anche un poâ eredi della tradizione del cattolicesimo democratico. Poi ci mettiamo un poâ di giustizialismo che va di moda e abbiamo fatto un nuovo partito. Lo chiamiamo in un modo che non dispiace a nessuno, perchĂŠ Verdi è duro, Sinistra suona male, democratici siamo tutti. E chi può essere contro un prodotto cosĂŹ straordinariamente perfetto? Auguri!â. Poi però, nel 2003, DâAlema rilancia la proposta prodiana di âlistoneâ come âpartito riformistaâ, con inversione di ruolo rispetto al passato.


La fine del governo Prodi, la guerra alla âcostituenteâ dell'Ulivo, la regia sotterranea dell'assemblea
Mdp-Si-Possibile di oggi
Quarto capo dâimputazione: la ragione cade sempre due volte â ma con giravolta â dalla stessa parte. In ossequio alla massima interiore dellââavevo ragione prima, ma ho ragione tantopiĂš adessoâ, che DâAlema pare osservare scrupolosamente, ci si ritrova oggi con un DâAlema che ha fatto il Blair ma ora fa il Corbyn (ancora ricordano, gli ex bertinottiani, tutti gli attacchi dalemiani a una sinistra radicale che, paragonata a quella corbiniana, pare quasi riformista). E insomma ci si ritrova con un DâAlema ex premier considerato âriformistaâ come ex premier, e con un DâAlema punto di riferimento della sinistra-a-sinistra di tutto che coabita con ex bertinottiani ed intellettuali ieri come oggi lontanissimi dal riformismo dalemiano dâantan.
Il quinto capo dâimputazione è storia dâoggi e forse di domani: la lenta e persistente opera di sminamento anti-renziano della sinistra (battuta chiave, cosĂŹ lâha definita DâAlema stesso: âFinchĂŠ vivrò, Renzi non potrĂ mai stare tranquilloâ), e con orizzonte di riscossa antirottamatrice che a tratti somiglia alla riscossa antiberlusconiana dei tanto odiati (un tempo) âcomitatiâ da societĂ civile che, come si è detto, ora DâAlema deve riabilitare di fatto, chĂŠ, in mezzo, câè stata la scissione (a cui ha dato abbrivio proprio la vittoria dei comitati del ânoâ al referendum costituzionale del dicembre 2016). Dopo la scissione, il pugnale dalemiano rotea sotto forma di intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. Nel settembre scorso, infatti, DâAlema ha detto lâormai famosa frase sulla differenza tra Craxi e Renzi (âIl primo era di sinistraâ). E a novembre, in modalitĂ âCassandraâ, ha recapitato la sentenza preventiva: âIl voto utile condannerĂ il Pdâ.