"Non siamo mai stati filorussi". Parla Manlio Di Stefano

L’“esperto” di geopolitica pentastellato: “Mai fuori dalla Nato. Gli Usa restano il nostro partner principale”

"Non siamo mai stati filorussi". Parla Manlio Di Stefano

Manlio Di Stefano

Roma. “E chi lo dice che siamo mai stati filorussi?”. Manlio Di Stefano è categorico. Al punto che uno pensa: ohibò!, forse davvero ci siamo distratti tutti, in questi anni. Eppure i viaggi a Mosca, gli incontri con gli uomini di fiducia di Vladimir Putin sono avvenuti; e pure i commenti, e pure i post di portavoce pentastellati a sostegno del Cremlino, pure quelli ci sono stati. “Ma noi siamo sempre stati chiari”, replica il capogruppo di M5s nella commissione Esteri della Camera. “Abbiamo sempre detto: né filorussi né filoamericani. Semplicemente filoitaliani”. E dunque non c’è nulla di strano, nel viaggio di Luigi Di Maio negli Stati Uniti, nella sua ansia di vedersi accreditato come leader affidabile, come alleato fedele di Washington. “Assolutamente no”.

 

Sarà. Eppure Di Stefano, come anche Alessandro Di Battista, quando si è trattato di partecipare a missioni diplomatiche, hanno sempre preferito volare a est: a Mosca hanno incontrato i collaboratori di Putin, a Mosca, nell’estate del 2016, Di Stefano in persona è intervenuto al congresso del partito del presidente, Russia Unita. “Quei viaggi – spiega ora – erano finalizzati solo a discutere delle scellerate sanzioni contro Mosca. Scellerate, sì, perché danneggiano la nostra economia”. E in questo senso, “la missione di Luigi ha lo stesso scopo: favorire il nostro paese uscendo dalle logiche ottuse che abbiamo ereditato dal passato”. Che poi sarebbero, sostanzialmente, “quelle che hanno portato politici di ogni schieramento a confondere l’alleanza con la sudditanza”. Come a dire che siamo schiavi degli americani? “No. Io non parlo in polemica con gli Usa, che sono un partner inevitabilmente esigente: io parlo in polemica coi partiti italiani che per decenni si sono mostrati proni a qualsiasi richiesta arrivasse da oltreoceano”. Il Movimento invece no, si sa: il Movimento è contro le pressanti richieste di Washington. Giusto? “Attenzione: noi siamo i primi partner degli Stati Uniti. Sia a livello economico sia geopolitico”. E dunque? “Dunque è inutile vagheggiare soluzioni irrealizzabili”.

 

Tipo l’uscita dalla Nato, ad esempio. “Ma quella non è mai stata in discussione, suvvia”, nicchia Di Stefano. E sì, riconosce anche lui che a volte qualche esponente pentastellato ha esagerato con dichiarazioni sopra le righe, ma precisa che “si trattava di esternazioni di singoli esponenti”. E così i comizi di Grillo contro le basi americane, le manifestazioni con stendardi a cinque stelle contro il Dal Molin e il Muos: anche quelli appartengono, dice Di Stefano, a un’epoca passata. “Un’epoca in cui eravamo troppo generici e sommari. Ed è stato un errore. Ora, dopo cinque anni in cui abbiamo potuto consultare documenti importanti, siamo passati da un approccio massimalista a uno più analitico”. In una parola: normalizzazione? “E’ stato necessario istituzionalizzarci, capire che esistono cause di forza maggiore: talvolta si può, cioè, dover accettare compromessi al ribasso in nome di logiche superiori”. Ma “al di là di qualsiasi considerazione personale”, quello che conta, per Di Stefano, sono gli atti ufficiali. “E nelle nostre mozioni noi abbiamo proposto la ‘parlamentarizzazione della Nato’, perché sono la Camera e il Senato le sedi in cui discutere delle nostre strategie internazionali. Poi, certo: ci sono vicende delicate, dossier riservati che è giusto che rimangano tali. Ma per questo tipo di discussioni c’è il Copasir, che è comunque un organo parlamentare”.

 

E dunque, se M5s andasse al governo, ci sarebbero atti clamorosi in Parlamento? “Non proporremmo certo alla camere di discutere la cacciata degli americani da Sigonella o l’uscita dell’Italia dalla Nato. Le cose sono più complesse, gli accordi hanno una loro scadenza che va rispettata. Non è pensabile che gli americani investano dieci miliardi su un progetto che riguarda il nostro paese e poi noi, dall’oggi al domani, gli sbattiamo le porte in faccia. Non possiamo dare l’impressione di essere un paese di burattini”. Insomma, i cinque stelle convertitisi al più fervente credo atlantista? “Il punto non è definirsi atlantisti o antiatlantisti. Il punto è che noi dobbiamo fare gli interessi degli italiani”. E per farlo, oggi? “Bisogna necessariamente restare nell’ottica di un mantenimento dell’alleanza atlantica”. E c’è chi la chiamerà abiura, chi pragmatismo. Chi, più banalmente, trasformismo. Ma, si sa, “i giornali sul Movimento dicono sempre quello che vogliono”.

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