“Abbiamo una democrazia debole perché è debole la classe dirigente”

“E’ sparita la fertilizzazione reciproca tra tecnici e politici puri”. “La maggior parte dei nostri rappresentanti ha scelto la politica come mestiere”. Parla il prof. Cassese

Professor Cassese, un tema che ritorna, quello della classe dirigente. Vogliamo parlarne?

A condizione di seguire il motto degli antichi: “Distingue frequenter”. Evitiamo semplificazioni. Cerchiamo di attenerci all’Italia. Distinguiamo personale, incentivi, “humus”, interlocutori, sentinelle.

 

Sono curioso di sentire che cosa intende per sentinelle, ma mi adeguo. Cominci con il personale.

In Italia, abbiamo una democrazia debole proprio perché è debole la classe dirigente. Il personale politico nazionale è scelto dai vertici dei partiti, cioè dalla sommità del nulla. Quello locale è una via di mezzo tra notabilato locale e scelta di partito. Max Weber, nell’ultimo anno della sua vita, fece una conferenza intitolata “Politik als Beruf”, la politica come professione (e vocazione). La maggior parte dei nostri rappresentanti ha scelto la politica come “mestiere”. Tolti di lì, non saprebbero dove andare. Molti non hanno completato gli studi, non hanno né arte né parte. Il nostro passato è stato di tutt’altro tipo. Pensi a Orlando, Nitti, De Stefani, Rocco, Beneduce, Dossetti, Moro, Fanfani, Einaudi, Amato, Monti, tutti professori universitari. Oppure a grandi tecnici come Giolitti, Menichella, Badoglio, Carli, Ciampi. Tutti questi venivano da studi severi o da nobili professioni. Accanto a essi vi erano i politici puri, come De Gasperi, che iniziò la sua vita politica a 25 anni, o Togliatti. Ma anche questi avevano terminato gli studi.

Insomma, lei vorrebbe una classe dirigente fatta di tecnici?

No, dico che i competenti – quelli che ora noi chiamiamo tecnici – si mescolavano ai politici puri. Insieme, facevano classe dirigente, come osservò Benedetto Croce in un articolo del 1948 su “il ricorso ai competenti nelle crisi storiche”.

 

Croce parlava anche sulla base della esperienza personale, perché era stato chiamato da Giolitti a reggere il ministero dell’Istruzione. Ora è venuta a mancare questa “fertilizzazione reciproca”.

 

Quale è la causa di questa mancanza?

L’assenza di incentivi. Questi sono forti per chi fa politica per avere un posto, s’intende la politica come mestiere, non avrebbe altre risorse se uscisse dalla politica (questo spiega la vicenda italiana dei vitalizi). Sono deboli o inesistenti per un amministratore pubblico, un manager privato, un professore, un libero professionista. Perché dovrebbero lasciare il loro mestiere? A questo si accompagna la povertà dell’“humus”.

 

Che cosa intende per “humus”?

Mi riferisco a scuole, maestri collettivi, tradizioni, mezzi di trasmissione della memoria storica. Per essere concreti, pensi all’“establishment” britannico o all’ “Ecole nationale d’administration” francese. L’“humus” forma, educa, controlla, consente di comunicare. Qui da noi non c’è né il terreno di coltura sociale, né quello creato dagli stessi poteri pubblici. Pensi all’Istat e alla sua assenza nel dibattito pubblico. Dovrebbe spiegarci quel che siamo, nutrire la classe dirigente di dati, aiutarla a interpretare il paese, rappresentare una barriera contro la diffusione di miti e pregiudizi. Invece, è silente, o produce con ritardo dati indigeribili, o indigesti, o parziali.

 

Ma la classe dirigente può contare sui vertici amministrativi, anche essi parte della classe dirigente.

Altro scoglio. Una buona parte dei vertici amministrativi è cresciuta al riparo della politica, non è stata scelta per la competenza o l’esperienza, ma per la fedeltà o lealtà. Un’altra parte è invecchiata, non è all’altezza. La parte migliore vede il vuoto che sta sopra di essa, il vuoto della politica, e, invece di fare il proprio mestiere, si mette a far politica. Un esempio si trova su queste pagine, nel numero dello scorso sabato, dove Cantone si è esternato su temi quali la giustizia, l’antimafia, politica e amministrazione, la burocrazia, la semplificazione legislativa, la legge sui partiti, la legge Severino, la disciplina dell’elettorato, il caso Consip, la procura di Roma, le correnti della magistratura. Un vero programma di governo. Ha esondato, ma non ha parlato della montagna di lavoro che sta dando agli uffici pubblici, delle infinite e contraddittorie pagine in cui consistono le “linee guida” prodotte dall’Anac, della sostanziale opera di freno che il codice dei contratti e l’Anac stanno svolgendo. Tutto questo con un governo che dichiara di voler semplificare (uno dei ministeri si chiama della semplificazione) e ridare efficienza all’amministrazione, oltre che ripetendo che combatte un fenomeno (la corruzione) di cui non conosce neppure le dimensioni.

 

L’Italia non è il solo paese debole dal punto di vista amministrativo.

Certo. Ma altrove suppliscono altri strumenti. Pensi alle “think tanks” nordamericane o ai “circoli di notabili” di cui parla Max Weber nella lezione che ho prima citato. Anche in Italia ci siamo innamorati qualche anno fa delle “Think tanks”. Sono state costituite fondazioni di vario genere. Sono diventate predellini per politici non rieletti in Parlamento, basi di appoggio.

 

Ora mi deve accontentare e parlare delle sentinelle.

Mi riferisco a uno scritto di Erwin Panofsky sugli intellettuali. Il grandissimo storico dell’arte vi fa un elogio della vita contemplativa dell’intellettuale, che vive in una “turris eburnea”, ma è come una sentinella in una torre di guardia: deve osservare il mondo da cui è isolato, comprenderlo, e, se serve, lanciare l’allarme. La torre d’avorio è anche una torre di guardia. E aggiunge: tocca ai prodi indossare le armature per la battaglia: la sentinella può solo suonare l’allarme. Ma anche per fare soltanto questo, deve rimanere nella torre. Ecco, qui vedo una carenza di noi intellettuali: non abbiamo cercato di comprendere il mondo, non siamo stati pronti a suonare l’allarme, siamo stati troppe volte tentati dal desiderio di indossare noi stessi le armature per la battaglia.

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