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Assolto (di nuovo) il generale Mario Mori per la mancata cattura di Provenzano

Smentito il teorema Scarpinato-Ingroia-Di Matteo, l’ex capo del Ros e il colonnello Obinu non hanno favorito Cosa nostra. Ecco il “filo rosso” che lega la mancata perquisizione del covo di Riina, la mancata cattura di Bernardo Provenzano e la trattativa stato-mafia: le assoluzioni.

19 Maggio 2016 alle 17:09

Assolto (di nuovo) il generale Mario Mori per la mancata cattura di Provenzano

Mario Mori (foto LaPresse)

Un’altra vittoria per Mario Mori e un’altra sconfitta per la procura di Palermo, in particolare per Roberto Scarpinato. La quinta sezione penale del Tribunale di Palermo, ha assolto anche in appello l'ex generale dei carabinieri Mario Mori e l'ex colonnello Mauro Obinu dall’accusa di favoreggiamento aggravato per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano. Secondo i giudici non c’è stato alcun favoreggiamento o complicità con il capo di Cosa nostra. L’accusa, rappresentata dal procuratore generale Roberto Scarpinato e dal sostituto Luigi Patronaggio, aveva chiesto una condanna a 4 anni e 6 mesi per Mori e a 3 anni e mezzo per Obinu, dopo la rinuncia a contestare l’aggravante mafiosa e quella della "trattativa".

 


Il procuratore generale Roberto Scarpinato e il sostituto Luigi Patronaggio (foto LaPresse)


 

Si trattava di una richiesta molto più bassa rispetto a quella avanzata in primo grado dai pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo (9 anni per Mori e 6 anni per Obinu), secondo cui gli accusati avrebbero lasciato libero Provenzano in base agli accordi stretti nell’ambito della cosiddetta “trattativa” tra uomini dello stato e della mafia: Provenzano avrebbe favorito la cattura di Totò Riina per prendere il controllo di Cosa nostra e mettere fine alla stagione stragista culminata con gli attentati di Capaci e via D’Amelio. Nel luglio 2013 il castello accusatorio della procura crolla con una sentenza di assoluzione per Mori e Obinu in cui i giudici arrivano addirittura a trasmettere gli atti ai pm affinché procedessero per falsa testimonianza nei confronti dei principali testi dell’accusa, Michele Riccio e Massimo Ciancimino.

 

Dopo la sconfitta in primo grado, il procuratore Scarpinato, evidentemente non avendo elementi per poter sostenere l’accusa, aveva rinunciato all’aggravante del favoreggiamento a Cosa nostra e di conseguenza a tutta la prospettiva che l’episodio si inserisse nella “trattativa”, di cui tra l’altro la mancata cattura di Provenzano sarebbe dovuta essere un elemento essenziale. Scarpinato invece aveva chiesto una condanna più lieve, senza l’aggravante, perché Mori e Obinu sarebbero stati “scandalosamente inerti” rispetto alla possibilità di arrestare Provenzano senza però che si sappia per quale motivo. Per la difesa l’ipotesi era ardita e contraddittoria: “Se eliminiamo, come ha fatto la procura generale, la ragion di Stato, l’aggravante di mafia, l’aggravante teleologica, cosa rimane? – aveva detto l'avvocato di Mori nell’arringa - Devo desumere che o non hanno favorito Provenzano ovvero, se vi è stato favoreggiamento, esso è stato dovuto ad una simpatia per Provenzano, peraltro come singola persona e non quale appartenente a Cosa nostra? O al fatto che il latitante è, mi perdonino tutti quanti, il fratello spurio di Mori o di Obinu? Ovvero perché entrambi sono improvvisamente impazziti?”.  E infatti l’accusa non ha retto: assolti di nuovo, perché il fatto non costituisce reato.

 

Dicevamo che si tratta di un’altra importante vittoria per Mario Mori: l’ex capo del Ros era già stato assolto definitivamente, insieme al capitano “Ultimo” Sergio De Caprio, nel processo per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina dopo che i due, Mori e Ultimo, avevano arrestato il Capo dei capi. Ora arriva, dopo quella in primo grado, l’assoluzione in appello per la vicenda Provenzano. Resta in piedi solo il processo sulla “trattativa”, portato avanti dagli stessi accusatori, in cui gli imputati, tra cui lo stesso Mori, sono accusati di concorso esterno in associazione mafiosa e violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. Ma anche l’impianto accusatorio che sorregge questo processo sembra avere le gambe fragili: Calogero Mannino, l’unico tra gli imputati che aveva scelto il rito abbreviato, è stato già assolto. Se come dice il procuratore Scarpinato “C’è un filo rosso che attraversa tutte le vicende di cui il generale Mario Mori si è reso protagonista”, è molto probabile che, seguendo questo filo che porta da un’assoluzione a un’altra, si giunga a conclusioni opposte a quelle che la stessa procura ipotizza.

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