Ragioni per non sprecare energia andando dietro ai No Triv

Dalla truffa mediatico giudiziaria alle risorse da garantire per le future generazioni, dalla pericolosa ideologia anti industrialista alla Costituzione brandita contro gli astensionisti. Girotondo fogliante
15 APR 16
Ultimo aggiornamento: 21:14 | 13 AGO 20
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Valide ragioni per dire "No" alla truffa del referendum. Un girotondo di opinioni per non cadere nella trappola retorico-ambientalista dei No Triv
di Giulio Sapelli
Considero l’istituto referendario molto pericoloso. Se la democrazia rappresentativa è il sistema più adatto per esercitare la virtù dei migliori, la democrazia diretta esalta le virtù dei peggiori. Già il principio ruffiniano della maggioranza (dal giurista Edoardo Ruffini autore de “Il principio maggioritario”, ndr) è pericoloso, se poi lo si lascia scatenare ne derivano gravi pericoli perché le plebi non uniscono mai la maggioranza con la razionalità. A ciò si aggiunge l’avanzare di una mentalità anti-industriale in un contesto in cui l’industria viene venduta ad altri e contemporaneamente vengono allontanati gli investimenti stranieri: si torna così a Luigi Einaudi che ci voleva una nazione agricola-commerciale, mettendo da parte Francesco Saverio Nitti e Pasquale Saraceno che ci hanno fatto entrare nell’industria. [continua]
di Rocco Todero
I promotori del “si” al referendum i hanno intravisto nel richiamo politically correct all’ossequio verso le “virtù civiche” la possibilità di raccattare qualche “no” che possa comunque consentire il raggiungimento del quorum previsto dall’articolo 75 della Costituzione repubblicana. I più severi si sono persino spinti ad ammonire i componenti del Governo e gli altri pubblici ufficiali propensi a non recarsi alle urne ad evitare di fare propaganda a favore dell’astensione per non incorrere nei reati previsti dal Testo unico delle leggi elettorali (distorcendo ad arte così il senso delle norme richiamate). [continua]
di Massimiliano Trovato
Secondo il presidente della Corte Costituzionale, sfilare al seggio “fa parte della carta d’identità del buon cittadino”. Paolo Grossi come Sarah Silverman: “Votate! Io voterò per Bernie, ma basta che votiate (…per Bernie)”. Raramente l’invito al voto è davvero spassionato: anche nelle parole del grande giurista fiorentino par di cogliere una postilla: “basta che votiate (…per il sì)”. Quella del voto come dovere civico è una superstizione di cui non riusciamo a liberarci. “Se non voti, non ti puoi lamentare” – ma, come ammoniva George Carlin, è semmai chi vota a perdere la facoltà di disconoscere decisioni che ha contribuito a vidimare. [continua]
di Emilio Miceli
di Alberto Mingardi
di Paolo Romani
di Marco Olivetti
di Raffaello Lupi
di Angelo Mellone
Non è questione di se e cosa votare al referendum. Non mi impiccio. La questione grande, gigantesca, subdola è il virus retrosviluppista che paritariamente destra e sinistra si sono inoculate come una sorta di terapia postmoderna per allenarsi alla trasformazione dell'Italia da potenza industriale a villaggio vacanze. La sinistra ha dimenticato in un colpo solo la difesa della civiltà del lavoro, il progressismo delle macchine, la stessa mitografia operaia per convertirsi in un frullato postmoderno di agriturismi, alberghi diffusi e prodotti tipici come cifre ideologiche, in una visione del territorio come panorama ricostruito a cartolina e del tutto depurato da dolori e ferite del passato. Dalle fabbriche sono passati al bed and breakfast come strumento rivoluzionario, e pace loro. [continua]
di Marco Gay
di Benedetto Della Vedova
Siamo di fronte a un referendum paradigmatico, che da un punto di vista giuridico conta poco o nulla, ma che riflette un atteggiamento consolidato, immutato da 30 anni, ed esprime un solo contenuto politico: quello del “no” a prescindere. Non c’è alcuna attenzione all’interesse nazionale, che è quello di ridurre l’importazione di idrocarburi da paesi complicati e non sempre affidabili. Domina un messaggio demagogico e manicheo – “energia pulita contro energia sporca” – e la promessa di una crescita miracolosa, senza assunzioni di responsabilità. E una visione comprensibile per chi pensa che il nostro futuro sia nella “decrescita felice”, meno per chi ritiene risieda nella capacità di competere e generare ricchezza. [continua]
di Giorgio Spaziani Testa
Che quello di domenica prossima sia un referendum dalla connotazione fortemente ideologica è dimostrato da quanto affermano gli stessi promotori della consultazione. “La vera posta in gioco di questo referendum – si legge nell’appello del comitato promotore – è quella di far esprimere gli italiani sulle scelte energetiche strategiche che deve compiere il nostro paese, in ogni settore economico e sociale per un’economia più giusta, rinnovabile e decarbonizzata”. Belle parole, che indicano però che al di là del contenuto del quesito – che vuole impedire, non già nuove trivellazioni, bensì la prosecuzione sino ad esaurimento di alcune di quelle già in corso – la volontà dei sostenitori del “sì” è quella di dare e chiedere segnali politici, più che di risolvere problemi. [continua]