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Che fine ha fatto la Leopolda? Inchiesta su una nuova classe dirigente

Politici, manager, deputati, imprenditori, sindaci, scrittori. Dove sono e cosa hanno fatto, nel bene e nel male, i renziani che negli ultimi cinque anni hanno sperimentato la prova del potere.

16 Settembre 2015 alle 17:03

Che fine ha fatto la Leopolda? Inchiesta su una nuova classe dirigente

Il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi è stata la coordinatrice della Leopolda nel 2013 (foto LaPresse)

Quattro novembre 2010. Giacca, jeans e camicia, la divisa del rottamatore. Uno con il ciuffo a banana, l’altro sbarbato. Matteo Renzi e Pippo Civati   l’assalto alla diligenza, pardon, alla dirigenza, lo lanciarono alla Leopolda, che fra poche settimane festeggia cinque anni di attività. E in cinque anni molte cose sono cambiate. Il Rencivati non esiste più (per la verità, durò appena qualche mese); quello con il ciuffo a banana s’è tolto il ciuffo e governa il paese, l’altro s’è fatto crescere la barba, è fuori dal Pd e prova a inventarsi qualcosa per riempire il vuoto, di leadership e di idee, che c’è a sinistra. Quelli della Leopolda erano senza classe dirigente perché avevano ancora ben poco da dirigere, erano consiglieri comunali, assessori, qualche deputato, erano sindaci, erano renziani quando ancora non era facilissimo essere renziani (oggi è difficilissimo anche solo dirsi il contrario). C’erano Debora Serracchiani, che oggi fa la vicesegretaria del Pd e la governatrice del Friuli, Ivan Scalfarotto, oggi sottosegretario alle Riforme e impegnato in una battaglia per il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali (uno dei punti della Carta di Firenze del 2010 era sulle unioni civili), persino un’improbabile Giovanna Melandri salì sul palco (e infatti fu fischiata), le star ancora non avevano fatto in tempo ad arrivare, ma anche ad andarsene, vedi Alessandro Baricco, che parlò a quella del 2011, del 2012 e del 2013 e poi sparì. La Leopolda stessa è cambiata nel corso degli anni, ha attraversato varie fasi, compresa quella liberista che però non ha portato molta fortuna.

 

Cinque anni dopo, Renzi è a Palazzo Chigi, alle prese, insieme a quelli della Leopolda e a quelli di Firenze, con “la prova del potere”, come da titolo dell’ultimo libro di Giuliano da Empoli, uno che la Leopolda l’ha frequentata e di cui ha scritto anche il programma (vedi le “cento idee per l’Italia” del 2011), salvo poi riprendere, dopo una parentesi politica a Palazzo Vecchio come assessore alla Cultura, la sua attività intellettuale. Ah, e quest’anno? “Si farà, ma dopo la fine dell’Expo”, cioè dopo il 31 ottobre, dicono dalla segreteria del Pd.

 

La classe dirigente renziana ha alle spalle cinque anni di attivismo politico (e un anno e mezzo di governo), è ancora in costruzione, ma ha fatto in tempo a essere montata e rismontata in un’operazione d’assemblaggio che – dice un dirigente del Pd, renziano – “ricorda quella della prima Forza Italia. C’erano Vittorio Dotti, Giuliano Urbani e altri. Oggi non ci sono più. Il gruppo dirigente renziano ha vissuto la stessa cosa e continuerà a cambiare, perché siamo solo all’inizio”. Sostenere questo, però, è anche un modo per autodifendersi quando dall’esterno arrivano critiche sul tabù della classe dirigente renziana, quando  sempre dall’esterno dicono che non c’è, che non è preparata, che è formata solo di yesman che contraddicono uno dei princìpi, a parole, del renzismo, e cioè che “se si vince vanno avanti quelli bravi, non quelli fedeli” (era il 2013). Un modo per dire, insomma, che c’è tempo per costruirla davvero. Quella di ora, infatti, c’è chi fa fatica a definirla, proprio, classe dirigente. “Con l’arrivo di Renzi al potere – dice al Foglio Luigi Zingales – c’è stato sicuramente un parziale ricambio non solo del personale politico, ma anche di quello economico. Basti pensare a una persona come Tito Boeri all’Inps. C’è stata anche una perdita di influenza della classe dirigente precedente, basti pensare alla marginalizzazione di un king maker come Gianni Letta. Ma quello che differenzia una nuova classe dirigente, da una nuova élite, è la condivisione di una nuova e comune visione intellettuale e morale. In questo senso non vedo una nuova classe dirigente, ma semplicemente persone diverse e più giovani. Sicuramente un passo avanti, ma non sufficiente”. Peraltro, aggiunge Zingales, la Leopolda non ha mai superato la fase adolescenziale: “La Leopolda, almeno quella del 2011 cui ho partecipato, era più un town meeting che un congresso programmatico. Non c’era un chiaro programma economico, ma più il tentativo di elaborare un approccio diverso ai problemi ideologici: il desiderio di superare la tradizionale contrapposizione destra/sinistra, di creare un movimento progressista che guardasse ai problemi del XXI secolo e non a quelli del XX e tantomeno a quelli del XIX, dove molte di queste distinzioni destra/sinistra originano. A questa fase movimentista avrebbe poi dovuto seguire la fase programmatica. Non ho partecipato alle Leopolde successive, ma non mi è chiaro se questa evoluzione sia mai stata realizzata. Renzi non ha mai dovuto presentare un programma economico complessivo in contrapposizione ad altri in una campagna elettorale politica. Per questo – che mi risulti – non ha mai elaborato un suo programma dettagliato”. 

 

Renzi, di classe dirigente, non ne aveva una pronta a disposizione, ha dovuto mettere insieme un po’ di persone, provando ad adeguarne l’uso al cambio di progetto, nel salto dal largo del Nazareno a largo Chigi. Sicché è dovuto passare dal blairiano slogan-precetto cambiare il Labour per cambiare l’Inghilterra a una visione più clintoniana: il partito si cambia stando al governo. “Insediato alla Casa Bianca – scrive Antonio Funiciello in un saggio pubblicato sulla rivista del Mulino – Clinton si ritrovò tra le mani un Partito democratico che l’aveva scelto un po’ per caso ed era culturalmente collocato agli antipodi della dottrina liberaldemocratica dei New Democrats”. Clinton, scrive Funiciello, “dovette letteralmente reinventare una missione e un relativo programma democratico. E s’incaricò di scegliere gli uomini che, Stato per Stato e nel distretto di Columbia, potessero sostenere con credibilità una rivisitazione generale del posizionamento culturale del partito”. Finora, però, la missione è tutt’altro che compiuta. “Si può dire – spiega al Foglio Edoardo Nesi, scrittore di successo e deputato – che la classe dirigente renziana non è molto renziana, perché veniva da tutt’altro mondo. Non era renziana prima e mi pare che qualcuno che ne fa parte non lo sia neanche oggi”. Con alcune eccezioni, dice Nesi: “Tra i consiglieri più stretti di Renzi ci sono persone di ottimo livello – da Filippo Sensi a Marco Simoni a Tommaso Nannicini – che mi piacerebbe vedere anche in posizioni più rappresentative, che vadano oltre il ruolo di consigliere. Sono persone che Renzi fa bene ad ascoltare, così come farebbe bene a consultare Guido Brera, umanissimo grande finanziere e scrittore. D’altra parte però è molto difficile riconoscere il merito, mentre si va formando. Però è assolutamente necessario che la classe dirigente dei prossimi dieci anni venga da quella ristretta cerchia di persone che si sono sforzate di capire, in questi anni, che ogni risposta solo italiana ai problemi, in un mondo così gigantesco, non ha alcun senso. E chi ha 50 anni come me è già fuori”.

 

Sensi, Simoni e Nannicini però lavorano a Palazzo Chigi. Nel Pd le cose sono un po’ diverse, anche perché gli uomini e le donne su cui Renzi fa affidamento sono stati già dislocati nei ruoli di governo, come Luca Lotti e Maria Elena Boschi, e il Nazareno s’è trovato scoperto, senza un segretario che può lavorare a tempo pieno e con una rivoluzione congelata dopo appena tre mesi di guida. Il Pd, al di là dei cambi di casacca sui territori e nel ceto politico di prima fascia di chi è stato bersaniano quando c’era da essere bersaniani, lettiano quando c’era da essere lettiani e oggi è renziano perché c’è da essere renziani (Dario Franceschini in questo è un campione), è oggi molto diverso da quello che Renzi ereditò nel 2013? Ed è molto diverso nel Mezzogiorno, dove il segretario per vincere deve affidarsi ai Vincenzo De Luca e ai Michele Emiliano (il secondo, un frequentatore della prima Leopolda, poi abbandonata), che difficilmente possono essere definiti come membri della classe dirigente renziana? Probabilmente no. Ma bisogna anche tenere conto della specificità del Mezzogiorno.

 

[**Video_box_2**]“Lì – dice al Foglio Angelo Panebianco, editorialista del Corriere della Sera – vincono i notabili, non importa sotto quale bandiera. Può essere del Pd o di Forza Italia. Renzi non può cambiare il Mezzogiorno, che ha una sua logica che non c’entra niente con il renzismo. Quasi tutto il Mezzogiorno si sposta dove c’è un vincitore. E lì c’è una classe dirigente meridionale, composta da notabili meridionali, quindi influenzabile entro certi limiti da Roma e dai romani. Una classe dirigente renziana invece sorge soprattutto dove l’effetto è più traumatico, cioè nelle regioni rosse; lì è arrivato lo scossone, perché le continuità sono saltate”.

 

Con Renzi sta emergendo soprattutto, aggiunge Panebianco, “il non partito. La caratteristica del Pd prima di Renzi era quella di essere l’unico partito rimasto su piazza, mentre Renzi lo ha indebolito con una leadership personale, indebolendo quindi a sua volta l’organizzazione per come era strutturata, che già era il fantasma di quella del Pci. Il risultato è che c’è un Pd molto più leggero e per Renzi si apre un problema, perché si trova a gestire le varie situazioni con Marino, con De Luca, con Emiliano, cioè con un notabilato che non gli è omogeneo. Nel rapporto con il partito periferico, Renzi vive alla giornata. Forza Italia era un altro partito personale, ma lì c’era un capo carismatico che mandava impulsi che arrivavano fino alla periferia, che nel Pd invece è autonoma o parzialmente autonoma dal centro. A differenza della periferia di Forza Italia, la periferia del Pd ha una storia, che precede Renzi e di molto. Questo però significa per Renzi trovarsi a fare i conti con una periferia diversa dal leader e non omogeneizzabile. Il conflitto dunque è inevitabile: il conflitto con la vecchia guardia che si manifesta in Parlamento si manifesta anche in periferia con il vecchio partito periferico”. Quanto alla Leopolda, il suo ruolo di reclutamento l’ha svolto: “Gli ha consentito – dice Panebianco – di avere una serie di relazioni e contatti con mondi che poi ha coinvolto in una fase successiva”. L’operazione però non sembra essere perfettamente riuscita, ad ascoltare i renziani, compresi quelli vicini al premier. “La grande promessa renziana – dice uno di loro – era che una generazione nuova arrivasse al potere. Poi che le idee arrivassero al potere. Solo che mancava il capitale umano per farle; non la dirigenza apicale, i ministri, ma quelli che stanno sotto. Il punto è che senza i vecchi non si va da nessuna parte; loro hanno i ministeri, i corporate, e tu non hai le competenze tecniche per governare, e ti manca quella gravitas e quella profondità del potere della generazione precedente. Prendiamo quelli che hanno firmato l’appello pro-Renzi: appartengono a un’altra generazione, quella dei sessantenni”.
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Non tutti quelli che hanno partecipato alla Leopolda, oggi sono ancora con Renzi. Vedi Baricco, ma anche Zingales, molto applaudito all’edizione 2011, quando stupì tutti non parlando d’economia ma di giustizia. “L’Italia – disse l’economista – è governata dai peggiori. L’80 per cento dei manager dichiara che la principale strada per arrivare al successo è la conoscenza di una persona importante, poi ci sono lealtà e obbedienza, la competenza arriva solo quinta”. Anche lui, come altri, si è allontanato dal PdL, il Partito della Leopolda, preferendo l’esperienza di Fare per fermare il declino di Oscar Giannino. Quando Renzi è arrivato al governo, lo ha chiamato per entrare a far parte del cda dell’Eni, ma la convivenza con l’attuale dirigenza della partecipata di Stato è durata poco e Zingales ha salutato – di nuovo – la curva. A distanza di quattro anni dal suo intervento che cos’è cambiato? Risponde Zingales: “Io penso – dice al Foglio – che Renzi fosse motivato dalle migliori intenzioni. Il suo desiderio di ‘rottamare’ era un desiderio di rompere con la peggiocrazia esistente. Purtroppo la peggiocrazia è così difficile da sconfiggere perché ha un equilibrio molto stabile. Scegliere sulla base del merito non crea consenso se non è parte di una rivoluzione meritocratica, se non cambia le aspettative della gente. La mia speranza alla Leopolda 2011 era proprio di gettare il seme di una simile rivoluzione. Purtroppo, quel seme finora non ha dato frutti”.

 

Destino simile al suo lo hanno avuto altri del gruppo di lavoro del 2012 che sfidò Bersani alle primarie per la leadership, quello della fase “il liberismo è di sinistra”. Si è disperso. Zingales ma anche in parte Pietro Ichino, che ha fatto in tempo ad andare in Scelta Civica e poi a tornare nel Pd, o Giorgio Gori, che oggi fa il sindaco di Bergamo dopo aver sognato di partecipare alla “rivoluzione” renziana a Roma. Molti dei dispersi non devono nulla a Renzi e al renzismo, si sono defilati e hanno raccolto un successo personale che prescinde dall’appartenenza leopoldiana: è il caso di Cosimo Pacciani, oggi chief risk officer del Fondo Salva Stati. Altri che sono rimasti invece hanno atteso e raccolto i frutti, come Antonio Campo Dall’Orto, nuovo direttore generale della Rai, che alla Leopolda c’è dal primo momento e oggi vuole ridisegnare il volto della tv di Stato. Campo Dall’Orto è in continuità con la tradizione leopoldiana e c’è dall’inizio. Altri invece si sono aggiunti dopo o hanno aumentato la qualità della loro presenza nelle file della classe dirigente renziana in momenti diversi. Alcuni nomi li ha fatti Nesi, ma ce ne sono altri. Filippo Sensi, lo spin doctor per il quale Instagram è il nuovo Twitter, al servizio dello stramaledettissimo storytelling; Antonio Funiciello, scrittore e intellettuale, si occupa di editoria per conto del sottosegretario Lotti; Tommaso Nannicini, economista alla Bocconi, ha scritto il Jobs Act (insieme all’attuale responsabile Economia del Pd Filippo Taddei), resterà fino a fine anno e forse se ne andrà via; Marco Simoni, economista della London School of Economics, che ha accompagnato Renzi al forum di Davos, si occupa di trovare investitori internazionali che scommettano sull’Italia; Carlotta De Franceschi, economista della Bocconi pure lei, si è occupata di materie di competenza del ministro del Lavoro Giuliano Poletti ed è data in partenza; Andrea Guerra, ex amministratore delegato della Luxottica, che aveva già detto no a un ministero quando Renzi formò il governo, è diventato pure lui consulente, sarebbe dovuto diventare capo di una grande azienda di Stato, ma la sua consulenza è servita per alcune questioni come il caso Ilva (e anche lui probabilmente se ne andrà per fare il presidente di Eataly); Luigi Marattin, ex assessore a Ferrara, ricercatore, si occupa della finanza pubblica locale; Yoram Gutgeld, deputato del Pd, è commissario alla revisione della spesa dopo l’èra Carlo Cottarelli (dossier che segue insieme all’economista Roberto Perotti). La squadra di economisti di Palazzo Chigi è una sorta di intercapedine fra Renzi e il resto del mondo, fra Renzi e il resto del governo; sembrano quasi commissari del ministero dell’Economia retto da Pier Carlo Padoan.

 


Nella battaglia, paretianamente parlando, delle élite, la ristretta cerchia di quelli di Firenze, il Giglio Magico, ha avuto la meglio su tutti gli altri. E in questo anno e mezzo di governo ha avuto anche alcuni cambiamenti, non nella composizione ma nella qualità della propria presenza all’interno dell’esecutivo. La Boschi ha assunto un ruolo più politico, non è più solo il volto pop e mediatico del renzismo e oggi, dice Nesi al Foglio, che più volte è salito sul palco dell’ex stazione ferroviaria fiorentina, “il lascito che la Leopolda ha fatto sulla scena politica italiana è, di gran lunga, Maria Elena Boschi, che in tutti questi anni da deputato non ha mai avuto un comportamento fuori posto o fatto una dichiarazione che fosse sbagliata. E che ha dovuto affrontare difficoltà personali, come essere quella che pone la fiducia sui provvedimenti più importanti, accettando gli ululati furibondi delle opposizioni”. Graziano Delrio, per dire, ex sindaco di Reggio Emilia, fece un esordio col Bot parlando con Lucia Annunziata al primo giorno di governo da sottosegretario alla presidenza del Consiglio, prima di trasferirsi al ministero dei Trasporti (e non s’è mai capito se fosse una promozione o una retrocessione). Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd, continua a preferire ruoli politici a ruoli istituzionali (nel 2009 disse no a un posto di assessore nella giunta fiorentina per fare il capogruppo) segue i conti del partito e ha lavorato alla riapertura dell’Unità, oggi diretta da Erasmo D’Angelis dopo alcuni “no, grazie”.

 

[**Video_box_2**]E gli altri della Leopolda, che fanno? Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd che forse potrebbe traslocare al governo, si è guadagnato la fiducia di Renzi facendo il pontiere e il mediatore sulle riforme. Francesco Nicodemo dopo essere stato responsabile comunicazione del Pd, è arrivato a Palazzo Chigi, sempre nella comunicazione, ed è noto soprattutto per fare lo “spingitore di spingitori”, coordinando war room sui social network pronte a intervenire quando c’è da orientare una discussione pubblica (sì, anche Renzi ha i suoi troll). Dario Nardella aveva avviato una carriera da deputato a inizio legislatura, ma ha dovuto ripartire da Firenze, dove oggi fa il sindaco e si trova a gestire tutto quello che l’attuale presidente del Consiglio non ha avviato (oggi Firenze è sbudellata dai cantieri della tramvia, i cui lavori Renzi non fece partire, un po’ perché le imprese costruttrici fallivano, un po’ perché avrebbe dovuto fare il sindaco con una città bloccata e, per questo, piena di elettori incazzati). Andrea Marcolongo, ex ghostwriter di Renzi, ha lasciato l’incarico perché non pagata, ha collaborato con DotMedia, l’agenzia di comunicazione vicina a Renzi, e con Cattaneo&Zanetto, società di public affairs e lobbying. Sara Biagiotti, una delle Renzi’s Angels alle primarie del 2012 insieme alla Boschi e a Simona Bonafè (oggi europarlamentare), ha fatto il sindaco di Sesto Fiorentino prima di essere disarcionata da un’agguerrita minoranza Pd e dopo il commissariamento del Comune fiorentino potrebbe ricandidarsi. Federico Vantini, che nel 2012 parlò prima di Renzi a Verona e lo introdusse nel lancio della sua candidatura per la presidenza del Consiglio, ha subìto un destino analogo: guidava il piccolo Comune di San Giovanni Lupatoto, ma è stato affondato dai suoi consiglieri che si sono dimessi provocando lo scioglimento del consiglio comunale. David Ermini, eletto deputato nel 2013, è diventato responsabile giustizia del Pd, ha seguito il ddl intercettazioni nella commissione Giustizia, ed è, da poco, commissario del partito in Liguria, dove i Democratici hanno perso e di brutto la regione. Nicola Danti, già consigliere regionale della Toscana, oggi è eurodeputato, ha fatto il commissario del Pd a Livorno (non con troppa fortuna). Alberto Bianchi, prima tesoriere della Fondazione Big Bang e poi della Fondazione Open, è nel consiglio d’amministrazione di Enel. Fabrizio Landi, ex amministratore delegato di Esaote, e tra i finanziatori delle campagne elettorali di Renzi, nonché delle Leopolde, è nel cda di Finmeccanica. Marco Seracini, già presidente di Montedomini, società di servizi agli anziani, tra i fondatori di NoiLink, l’associazione con cui Renzi raccolse soldi per le primarie comunali del 2009, è nel collegio sindacale di Eni. Federico Lovadina, socio di studio di Bonifazi, è nel cda di Ferrovie. Davide Serra continua a fare il finanziere e frequenta meno il premier: “Adesso interagisco col suo staff, con la struttura della Presidenza del consiglio. Di solito scrivo dei paper che metto a loro disposizione”, ha spiegato a Huffington Post.

 

Antonella Manzione è alla guida del dipartimento degli Affari giuridici legislativi della presidenza del Consiglio (il fratello Domenico è sottosegretario all’Interno). Luigi De Siervo, direttore commerciale di Viale Mazzini, potrebbe essere uno dei vice di Campo Dall’Orto. Riccardo Luna, ex direttore di Wired, tra i sottoscrittori nel 2011 di un appello (“A cosa serve la Leopolda”) insieme a Gori, Campo Dall’Orto e da Empoli, è “digital champion” del governo. Lorenza Bonaccorsi (sorella di Filippo Bonaccorsi, ex presidente dell’Ataf e oggi nella struttura di missione per la riqualificazione dell’edilizia scolastica), è responsabile nazionale cultura e turismo del Pd. Andrea Romano, all’inizio solo un osservatore alla Leopolda, ha lasciato Scelta Civica ed è entrato nel Pd. Ernesto Carbone, deputato, è nella segreteria nazionale dei Dem come responsabile Pubblica amministrazione. Andrea Marcucci è presidente della Commissione Cultura del Senato. Angelo Rughetti, ex direttore generale dell’Anci, è sottosegretario alla funzione pubblica. Davide Faraone dopo essere stato responsabile welfare del Pd è oggi sottosegretario alla pubblica istruzione, ma si è fatto conoscere soprattutto per quell’intervento in cui ha detto che da giovane occupava le scuole e che male c’è se oggi i giovani lo fanno, serve a fare esperienza (“Se quei momenti contribuiranno a superare la rassegnazione e l’apatia, se stimoleranno la partecipazione, il governo ha il dovere di esserci”). Enrico Morando fa il viceministro dell’Economia. Giorgio Tonini è senatore e membro della segreteria nazionale. Roberto Reggi, già sottosegretario all’Istruzione, già coordinatore dello staff elettorale del 2012, oggi dirige il Demanio. Non a tutti è andata bene. Il già citato Civati, per dire, non è più nel Pd ma il discorso sembra valere anche per quelli che sono rimasti. Matteo Richetti, già presidente del Consiglio regionale dell’Emilia Romagna, nel 2011 era una specie di numero due (anche se con Renzi i numeri due non esistono o quantomeno non sopravvivono), ogni tanto si parlava di lui come possibile capogruppo ma poi alla fine quando Roberto Speranza s’è dimesso, il ruolo è toccato a Ettore Rosato, non esattamente un leopoldiano della prima ora. Perso un po’ di vista anche Federico Berruti, sindaco di Savona, anche lui protagonista della Leopolda del 2011 (si era ipotizzata una sua candidatura alle elezioni regionali in Liguria). Ma magari fra sei mesi le cose, e le persone, saranno cambiate di nuovo, per dirla con l’anonimo renziano di cui sopra.

 

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Le incoerenze non sono solo nei destini personali di chi magari c’era e ora non c’è più. Ci sono incoerenze anche nella sostanza politica, o meglio nell’attuazione del programma leopoldiano. Al punto 17 delle Cento proposte per l’Italia c’era scritto “fuori i partiti dalla Rai”, perché “l’obiettivo è tenere i partiti politici fuori dalla gestione della televisione pubblica”. Il recente cda della Rai, con la nomina di Guelfo Guelfi – da Lotta Continua a Viale Mazzini passando per Leopolda e Pd – ma anche di altri è all’insegna dell’italianissima e poco leopoldiana lottizzazione dei partiti. Le stesse sortite di Franceschini, che non è generazione Leopolda perché è generazione Franceschini (più che essere renziano o bersaniano o lettiano il ministro è anzitutto franceschiniano), poco c’entrano con il renzismo leopoldiano. La proposta di fare il museo delle opere non pubblicate, al netto dell’ilarità generale suscitata, pari solo a quella di Very Bello, un sito very brutto, è il contrario della meritocrazia, perché affida a chiunque, indistintamente, la possibilità di essere custodito a prescindere dal valore dell’opera letteraria. La peggiocrazia ancora si aggira come un fantasma per l’Europa, pardon, per l’Italia.

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