Piccola Posta

Shalabayeva. Il privilegio di riparare un'infamia

Adriano Sofri

Il tribunale di Perugia ha condannato a pene gravi alcuni importanti funzionari della polizia italiana per il caso Shalabayeva. Ho un fatto personale con quella vicenda

In un empito di vanità, frustrazione e servilismo, il ministero dell’Interno italiano, con la complicità di magistrati e coinvolgendo l’intero governo, sequestrò una donna, Alma Shalabayeva, e la sua bambina di sei anni, Alua, protette dallo stato di rifugiate e prive di ogni ragionevole imputazione, e le deportò su un aereo privato noleggiato in combutta con l’ambasciata kazaka, in Kazakistan, a far da ostaggio del regime avido di catturare il loro marito e padre, già ministro e poi oppositore ed esule, e ottenerne l’estradizione.

 

Ora il tribunale di Perugia ha condannato a pene gravi alcuni importanti funzionari della polizia italiana. La signora Shalabayeva si è detta colpita, e ha commentato che questo, la giustizia resa, è impensabile nel suo paese. Il resto è ordinario: gli altri e alti responsabili di quella impresa, non si sa se più marchiana o indegna; il tempo trascorso per arrivare alla prima sentenza di una prevedibile serie dall’imprevedibile esito, come dev’essere: sette anni, abbastanza per insinuare un’ingiustizia dentro una giustizia.

 

Allora, a una faticosa riparazione, il rientro di madre e figlia e le scuse rese loro in nome dell’Italia, si prodigarono per mesi specialmente Emma Bonino e le persone del ministero degli esteri da lei diretto. Ho un fatto personale con quella vicenda, una delle numerose in cui il giornalismo concesse privilegi altrimenti impensabili, a me non giornalista e a Neige De Benedetti, fotografa, capace di conquistare il cuore della bambina Alua e di esserne conquistata.

 

Il privilegio di dar mano alla riparazione di un’infamia. Quello di testimoniare di altre persecuzioni correnti nelle strade, nei tribunali, nelle caserme di polizia e nelle galere del Kazakistan. Quello di conoscere la delirante capitale Astana, oggi rinominata Nur-Sultan, dal nome del suo ex-presidente Nazarbayev, lui vivo, e di consolarsene, mille km a sud, camminando nella zona vecchia della favolosa Alma Ata, Almaty. Del confino di Trotsky, del rifugio di Eisenstein. Alma, mela, come il nome di Shalabayeva. Mi dissero che Alma Ata vuol dire anche Non toccarmi. Metti giù le mani.

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