Due postille alle sfuriate di Cacciari

Adriano Sofri

Per fatterello personale. Giorni fa ero a Velletri per un mio libro su Kafka. Ospiti gentili, pubblico partecipe, la conversazione si protrae per quasi due ore. Mi fanno anche delle domande sullo stato dell’Italia, cui rispondo. In extremis una giovane signora mi chiede, per conto del programma de La7 “In Onda”, che cosa si dovrebbe fare per risollevare le sorti della sinistra. Rispondo che non so, ma so che cosa non si dovrebbe fare: chiedere a me che cosa fare. Fine della serata. Venerdì mattina trovo tre messaggi. Uno mi chiede che cosa è successo fra me e Massimo Cacciari. Uno scrive testualmente: “E’ fuori come le terrazze”. Uno, di un caro amico, si dice d’accordo con quello che ho detto a La7. Non so che cosa ho detto, né posso rivederlo – trovo solo la puntata del giorno prima, con Toninelli, preferirei di no. Ricostruisco che è stata inserita, per qualche ragione che mi sfugge, nella conversazione dei conduttori con Lilli Gruber e Cacciari una mia frase secondo cui la situazione ha ancora bisogno di due aggettivi per essere descritta: è orrenda e fatua. Tutto lì. Concetto non peregrino, è orrenda come una nave di dannati, è fatua come un selfie a un funerale di stato. Le cose sono orrende e fatue prima di diventare tragedie. Cacciari fa una sfuriata contro me, le mie “prediche”, dice che “detesta” le mie parole, chiede che cosa ho fatto, che cosa faccio contro la situazione orrenda (tutto quello che posso, faccio, grazie, e tu?). Ho due postille: inveire a capocchia contro qualcuno per giunta in televisione è di cattivo gusto. Da almeno una cinquantina di anni ritengo – ritenevo – di avere con Cacciari rapporti amichevoli, e invece no: questo è di cattivissimo gusto. Fine. Delle sfuriate, altrui e mie, ne ho abbastanza.

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