C’è chi cerca di dar vita di nuovo all’anima di Srebrenica, ancora sotto assedio

Adriano Sofri

Dice Edi Rabini, l’animatore della Fondazione Alexander Langer: “Quanta acqua preziosa scorre nel ventre di Srebrenica, che vorrebbe farne di nuovo occasione di cura come ai tempi delle sue famose terme, che la Republika Srpska impedisce di ricostruire”. Di fatto Srebrenica è ancora un’enclave assediata. La cittadina è famosa perché i serbobosniaci nazionalisti vi attuarono nel luglio del 1995 il più orrendo genocidio europeo dopo la Shoah. Ogni anno, dal 2007, l’associazione “Adopt Srebrenica” vi organizza una “Settimana Internazionale della Memoria”. “Adopt Srebrenica” nacque per iniziativa della Fondazione Langer e dell’associazione di Tuzla, la città bosniaca cui soprattutto Alex si era legato, “Tuzlanska Amica”, e col patrocinio della Provincia Autonoma di Bolzano. Anche quest’anno, fra il 25 e il 30 agosto, vi si sono incontrati volontari venuti dall’Italia e da altri paesi con il gruppo di giovani di Srebrenica, bosgnacchi e serbi insieme, che tengono aperta una piccola e bella sede nella città. Che, ricorderete, fu assegnata insensatamente o cinicamente dagli accordi di Dayton (novembre 1995) alla Repubblica Srpska, la parte nel cui nome era stato perpetrato il genocidio.

 

Un sentimento minimo di rispetto e di risarcimento avrebbe fatto di Srebrenica una città libera, con uno statuto speciale sotto la tutela internazionale, e non una città serbo-bosniaca che a ogni 11 luglio ospita graziosamente – finché vorrà – il pellegrinaggio di madri e sorelle alle migliaia di tombe ogni anno accresciute dai dissepolti delle fosse comuni. “Srebrenica – chiedeva la sua cittadina Irfanka Pasagic, già profuga e psichiatra, fondatrice di “Tuzlanska Amica” – diventi la città della memoria. Ma anche la città della speranza. La città nella quale tutti impareremo delle lezioni”. C’è poca voglia, al mondo d’oggi, di imparare lezioni. C’è un gusto speciale nel proclamare: “Non accettiamo lezioni”.

     

Srebrenica aveva prima della guerra 37 mila abitanti, per l’80 per cento bosgnacchi, gli altri serbi. Oggi ne ha probabilmente meno di diecimila, più alcune migliaia di “residenti” che vivono altrove, e non ha più una maggioranza bosgnacca (bosniaco-musulmana, la definizione religiosa sta per la differenza che la storia ha segnato all’interno di uno stesso popolo). Fino a due anni fa il diritto di voto esteso ai cittadini della diaspora aveva assicurato l’elezione di un sindaco bosgnacco. Nel 2016 la coalizione serbista ne ha avuto ragione e il giovane sindaco eletto, serbo, a sua volta orfano di guerra, rifiuta di riconoscere il genocidio del ’95 e mette in dubbio il conto dei morti. La Repubblica Srpska del resto è saldamente in mano all’oltranzista Milorad Dodik, fautore di un referendum (da indire quest’anno, addirittura) per staccare definitivamente il suo territorio dalla tripartita Bosnia-Erzegovina.

 

I giovani di Adopt Srebrenica fanno molte cose: raccolgono testimonianze e memorie materiali, libri e giornali, fotografie, video, assistono i vecchi superstiti – donne, soprattutto – nei rapporti con i parenti e gli amici della diaspora, guidano i visitatori, rianimano una vita economica e intellettuale che un tempo fu fiorente. Srebrenica era celebrata per le sue Terme. Nel 2012 erano avviati finalmente i lavori per il ripristino, da parte di un imprenditore serbo, ma evidentemente inviso al potere della Repubblica Srpska/Serba, che ordinò di interromperli. Ora c’è una contesa fra concessionari non di Srebrenica, per le licenze edilizie e l’utilizzo delle preziosissime acque curative.

     

Sono vicine le elezioni parlamentari, il 7 ottobre, con un rinnovato richiamo nazionalista e la fortissima pressione congiunta e disgiunta di Putin e di Erdogan. Il blogger Srdan Puhalo scrive di temere che dalle parole minacciose si passi ad atti violenti, com’è successo di recente col pestaggio di un giornalista non allineato a Banja Luka, la capitale della RS. Puhalo ha concluso così una giornata di incontri e testimonianze: “La malvagità non ha bisogno di gente malvagia, ma di persone obbedienti”.

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