Riascoltare Vincino, che stava morendo così e così stava vivendo. E’ stato un piacere

Adriano Sofri

Voglio fare un reportage, o più modestamente una cronaca, dalla notte fra martedì e mercoledì, da una casa lontana, un condominio di un posto tranquillo, in cui non si può nel cuore della notte tenere la radio accesa a un volume sufficiente. La radio radicale. Trasmetteva la registrazione di due presentazioni del libro ultimo di Vincino, “Mi chiamavano Togliatti”, perché Vincino era morto. Il volume basso e la trasmissione disturbata (un posto lontano, di montagna) facevano sembrare la voce di Vincino quasi un rantolo, e stavo per cedere a un’intera notte di rimpianto e di tristezza finché mi è successo – non so perché, forse le belle risate che si sentivano arrivare dal fondo del pubblico – di ascoltare come se fossi stato là, il 22 luglio a Latina, il 16 luglio a Roma, quando Vincino era vivo e i suoi interlocutori vivi e gli uni e l’altro sapevano qualcosa che non facevano mostra di sapere ed erano spiritosi e brillanti e il pubblico non doveva mostrare di non sapere e si divertiva e rideva.

 

A Latina – c’ero stato, una terrazza sul mare al tramonto e il titolo “Come il vento sul mare”, e Vincino ha detto “Stupendo, il vento, il mare, la terrazza. Un po’ come stare sul Titanic – non importa come andò a finire”, gli interlocutori erano la sua prediletta Rita Bernardini e il sindaco Coletta e Alessio Falconio e Massimiliano Coccia, Rita ha ricordato la volta in cui furono processati per spaccio da un giudice inesorabile che si chiamava Pasquale La Canna. A Roma Vincino era con Giuliano Ferrara, introdotti da Luca Raffaelli. Perdevo dei pezzi per la radio disturbata e il rispetto dei vicini e la voce cavernosa di Vincino e sentivo però le risate e le interruzioni allegre del pubblico, così la mattina dopo, mercoledì, quando scrivo, ho aspettato che la radio permettesse di riascoltare e ho riascoltato a volume pieno. Forse l’avete ascoltato anche voi, non importa, lo racconto lo stesso. Ha capovolto la satira, dice Raffaelli, ha portato il caos, pensieri a casaccio, disegni fuori cornice, cose buttate lì (Coso, Cosa, parole magnifiche e cruciali nella lingua e nelle mani di Vincino), e poi il parlare di sé (e il disegnare sé): l’indifferenza all’idea che la vignetta debba competere con l’editoriale, l’immediatezza, l’intuizione, l’illuminazione. (Gli amanuensi disegnavano sui bordi dei loro codici perché si annoiavano, disegnavano ritrattini di monaci o animali di fantasia).

 

Vincino, dice, ha dirazzato dalla sua infanzia rossa (non ha detto dirazzato, ma è il senso) dalla sinistra di cui eravamo e io, dice, sono ancora, e anche gli altri del Male, hanno tutti cambiato idea. Rossonera, l’infanzia, corregge Vincino, conoscemmo un reduce anarchico della guerra di Spagna, i comunisti avevano ammazzato tutti i suoi compagni, ci immunizzava da ogni Figc. A vent’anni ero a Praga, stupenda. Cambiamo il microfono, questo va meglio. Bevevamo e ballavamo all’università, stava succedendo qualcosa, trovammo una miniminor ma sbagliammo strada andammo verso la Russia, finimmo la benzina. Un professore giamaicano con una MG ci trainò con una fune, e arrivarono i carri armati, Ruskij tank, gremiti di soldati euforici, i vincitori, stavano per scamazzarci.

 

E Giuliano, quando l’ha conosciuto Vincino? Non mi ricordo, Vincino, quando ci siamo conosciuti? Forse a Reporter, quando tu scrivevi sotto falso nome per non compromettere il contratto col Corriere. Ecco, è vero. E’ vero che Vincino disegna rompendo le righe, e non è solo disegnatore satirico, è uomo di gesti, e di errori di italiano, non dimentichiamoli. (Anch’io, temo, all’origine feci qualche tentativo ortografico nei confronti di Vincino, prima che lui tagliasse la testa al toro rincarando gli errori: Vincino rincarava). Giuliano racconta degli sforzi di Michele Buracchio per ricondurre Vincino alla grammatica e al rispetto umano. (Dal pubblico risate, allegre, franche, si sta parlando allegramente di cose serie). Quanto a destra e sinistra Giuliano dice che Vincino non può essere classificato politicamente. (Alla lunga nessuno, forse? Alla lunga ciascuno vuole solo buttar via le classificazioni costituite con un’alzata di spalla e voler bene al passato proprio e dei suoi?). Vincino tiene al suo stare con gli ultimi, coi vulnerabili: in realtà l’ho sempre visto vicinissimo ai potenti, ai papi, ai reali inglesi… (Risate, approvazione). Certo che è uomo di passione profonda, sublime, forse è riuscito perfino a sbagliarne più di me, gruppi, giornali, tutti falliti – il Foglio no, nemmeno il Corriere, almeno per il momento. Ebbero, lui e i suoi, un proprio modo di fallire: il Male spopolava, vendeva ogni settimana di più – e vendere di più, spiega scrupolosamente Vincino nel libro, vuol dire guadagnare di più! – e così si misero ad aumentarsi il salario ogni settimana, finché fallirono. Sempre in nome del collettivo, Lotta Continua, prendiamoci la città, prendiamoci il giornale, Leporelli della mesata. Il libro, aggiunge, è davvero un Bildungsroman, dai Cantieri Navali (io lo conobbi là, quando andava a distribuire volantini ai cancelli dei Cantieri di Palermo e suo padre era il Direttore). Ora, a proposito delle affiliazioni politiche, Vincino dice: “Una volta votai Lotta Continua alla Camera e Liberale al Senato”. Risate. “Al Senato era candidato mio padre e non sono mai riuscito a fargli credere che avevo votato davvero per lui”. Il pubblico ride solidale anche ogni volta che si evoca il rapporto fra la vita di disegnatore, e la vita in genere, e il denaro. Basta che Vincino nomini la parola “anticipo”.

 

Si direbbe che gli appartenga un desiderio di denaro, gli appartiene invece una incontenibile dissipazione. (Il suo tratto più radicale, nel senso dei radicali: nessuno ha dissipato quanto loro, energie, vittorie, voti, vite). Si rievocano altre tappe – le trovate nel libro, qui c’è un piccolo orale. Pino Zac, il più grande. Angese, che voleva sempre fare i giornali. Il tour operator che li assolda a un viaggio al mese, “Andrea Pazienza al Rio delle Amazzoni, me sull’Achille Lauro, con Giovanna e figlie, crociera tutta napoletana, anche l’aragosta con la pummarola, e io ero là perché avevano assassinato un vecchio ebreo, investigavo”. E’ la storia di uno scrocco, dice Giuliano, tutta l’attività tua è connaturata allo scrocco. (Vivere a scrocco: sembra facile, Vincino mandava tre quattro volte tante vignette ai giornali, così avrebbero potuto scegliere senza rinfacciargli l’impubblicabilità. “Vincino l’opportunista”, si rivendicò. “Vennero da me in quattro, col coltello, enormi, mi intimarono di dire: Viva il duce. Io dissi: Viva il duce”. Un’altra volta a Gela venne Concutelli e altri, lo picchiarono, gli caddero gli occhiali, perse gli occhiali, salvò se stesso). Uomo di gesti. Cronista parlamentare, volevano espellerlo a tutti i costi, politici, presidenza, altri giornalisti. “A cavalcioni sul parapetto della tribuna, la Jotti scampanellò e sospese la seduta. La più grande sospensione della mia vita”. Il suo capolavoro, dice Giuliano, è di non essere mai stato moralista. Del moralismo bigotto e invidioso, credo che intenda. Il dibattito si avvia alla conclusione. Spero che vi siate divertiti un po’, dice Raffaelli. Si direbbe di sì, alla mia radio.

 

Alle 7 di mercoledì, il giorno in cui scrivo, Radio radicale ritrasmette anche l’ultima puntata delle rubrica di Vincino, “L’impresentabile”. Era venerdì scorso. L’avevo perduta. La voce e il respiro sono strazianti. L’interlocutore, Salvatori, gli propone di cominciare da Genova. Lui dice a fatica poche parole, che poi, sempre più a fatica, ripeterà durante tutti i minuti che gli spettano. Dice di un “conflitto di interesse”. Dapprincipio si pensa che sia un po’ confuso, che il conflitto di interesse non sia adeguato al disastro genovese. Ma vuole dire, e dice, che l’Italia, tutta l’Italia, è in un irreparabile conflitto di interesse con se stessa, e che è disperata. Anche questa parola ripete: disperazione. Non fraintendete, non sta parlando di sé, sta parlando dell’Italia. Non vuole ridere, non vuole far ridere. Abbiamo riso abbastanza perché era giusto e bello. Eravamo vivi. Una volta (lo racconta Benedetto Croce, se non ricordo male) uno che passava sotto il balcone sul quale sedeva Salvatore Di Giacomo lo salutò cordialmente: “Come state, don Salvatore?”, “Non vedi? Sto morendo”. Così gli interlocutori di Vincino, che sapevano una cosa e non la fecero pesare, e il pubblico, che non la sapeva, immagino, e non ne sentì il peso, e Vincino, che stava morendo così e così stava vivendo. E’ stato un piacere.

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