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I posti in cui ci somigliamo

Una gran bella serata, tanti ex, e qualche loro nipote, nell’ex manicomio Paolo Pini

19 Giugno 2018 alle 10:57

I posti in cui ci somigliamo

Adriano Sofri e Lella Costa (foto di Claudio Agostoni via Facebook)

L’altra sera ho parlato del mio libro su Kafka alle festa di Radio Popolare a Milano, nello spazio grande e suggestivo dell’ex manicomio Pini. Che bei posti, che begli eventi, nei manicomi e nelle galere smesse. L’occhio aggiornato è quello che già progettando una nuova galera – è stagione di nuove galere – tiene conto dello spazio-eventi che diventerà una volta smessa. Come il Colosseo. Sono stato particolarmente bene l’altra sera, non me l’aspettavo e me ne sono allarmato un po’. Vivo per mio conto, vado lontano, non frequento, e l’altra sera mi sentivo a casa e c’era tanta gente, migliaia sparsi qua e là e tutti con l’aria di sentirsi a casa. C’erano parecchi dei miei più cari, già studenti, già operai, di quelli che si incontrano di rado ma non importa, sono legati quasi da sempre, per sempre – il poco o tanto che resta.

     

Non abbiamo parlato molto del governo e dell’Italia novissima dei buoni a nulla e capaci di tutto: così Marco Pannella, che non ha visto fino a che punto. Le cose sono andate troppo oltre la voglia di parlarne. Mi ha introdotto Lella Costa, che poi ha fatto il suo spettacolo, un compendio di tanti suoi spettacoli, e l’ho guardata a bocca aperta come al solito, spaventato che si impuntasse in una delle vertiginose elencazioni di nomi – dei mestieri degli uomini che vanno a puttana, per esempio, cioè tutti, e anche quelli senza mestiere. Puttaniere: il mestiere più antico del mondo.

  

Sempre a teatro sto col fiato sospeso, come da piccolo al circo, per la paura che sbaglino la battuta, che inciampino, che si confondano, come quando si guarda la ginnastica artistica e la ragazza più leggera dell’aria rovina d’un tratto e svela il suo peso e si rialza inchinandosi e inghiottendo le lacrime, dev’essere per questo che i teatri fanno pendere sulla platea enormi lampadari più minacciosi della spada sulla testa di Damocle. Niente, non è mai inciampata Lella ed è passata da Ofelia alla Traviata, da Desdemona a Euridice tenendo le persone, dieci volte tante quelle che avevano ascoltato me, attente e contente, anche gli uomini, cui piace in posti così sentirsi sfottere in modo intelligente, non sono più permalosi, e magari anche questo è un problema.

  

Lella è una visitatrice di carcerati che sanno a memoria il suo profumo, ma una volta che camminavamo insieme, a piede libero tutti due, a Firenze, lei entrò nel negozio di calzature femminili più elegante e io mi infilai con lei, come un caddy col suo principale al golf, e non fu invano perché l’altro giorno ho letto che non so quale tribunale europeo competente ha stabilito che le suole rosse appartengono in esclusiva a Louboutin e sono stato in grado di decifrare la notizia, benché quella volta avessi creduto che si trattasse di nome e cognome: Lou Boutin.

  

No, non credo che ci riabitueremo a frequentare i posti in cui ci somigliamo e abbiamo uno stato d’animo condiviso senza bisogno di dircelo. Oltretutto rischiamo di dimenticarci che qualcuno anche lì, parecchi probabilmente, hanno votato per qualche novissimo, porca miseria. E’ appena successo e già il loro mondo si divide in quelli che se ne sono pentiti, per il raccapriccio del governo di Salvini, e quelli che scelgono di rincarare la dose, passando dai grillini a Salvini, perché allora tanto vale. Però è stata una gran bella serata, tanti ex, e qualche loro nipote, nell’ex manicomio. C’era una promessa di futuro.

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