La guerra Puglia-stato

Redazione

Professor Cassese, Regione Puglia e Comune di Taranto hanno impugnato il piano ambientale e sanitario del settembre scorso preparato dal governo. Come valuta il conflitto?

 

Partiamo dalla ricostruzione, necessariamente rapida, della vicenda. Lo Stato ha commissariato nel 2013 l’Ilva dando incarico a tre esperti di preparare un piano ambientale approvato dal Consiglio dei ministri, sentito il parere della Regione Puglia. Norme del 2016 hanno previsto modifiche del piano, senza prevedere l’obbligo di sentire il parere della Regione. Quest’ultima ha impugnato le norme alla Corte costituzionale. La Corte ha respinto il ricorso, affermando che vi erano altri modi, già previsti da norme vigenti, per consentire alla Regione di far valere il proprio punto di vista all’interno del procedimento. Questa ha partecipato, ma le sue osservazioni e proposte non sono state accolte. Il 29 settembre 2017 venivano approvate le modifiche al “piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria”. Regione e Comune hanno fatto ricorso contro questo decreto.

 

Anche così semplificata, la vicenda è intricata.

Lo è perché è ispirata al criterio, seguito in Puglia, di governare facendo ricorsi: ricordi quel che è successo con la Tap, il gasdotto trans-adriatico. Lavoro per giudici e per avvocati. Politici che fanno il loro mestiere per via giudiziaria (forse perché chi presiede la Regione è un pubblico ministero).

 

Partiamo dal merito.

La Regione, in sostanza, vuole raggiungere un obiettivo diverso da quello dello Stato, vuole la “decarbonizzazione”. Sostiene: “Il gas che arriverà in grandi quantitativi in Puglia, attraverso il gasdotto Tap, potrebbe essere utilizzato per l’Ilva e le centrali elettriche” (intervista a Repubblica, 1 dicembre 2017). Noti che il gasdotto Tap è quello il cui iter è stato rallentato dal precedente ricorso della Regione e che con questa affermazione la Regione si candida ad essere l’autorità che stabilisce la destinazione del gas.

 

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Due diversi punti di vista.

  

Molto di più. Due punti di vista opposti. Non si tratta di “correggere” il piano del governo, si tratta di cambiarlo. Non c’è spazio per il dialogo, c’è una guerra. La regione, per sostenere il suo punto di vista, invoca il mancato rispetto di regole procedurali. Il Comune va anche oltre, sostenendo anche illegittimità costituzionali e globali (contrasto con la Convenzione di Aarhus).

 

Non era già intervenuta la Corte costituzionale?

 

Ci arriviamo. Vorrei cominciare con il rilevare che qui è in ballo, innanzitutto, il principio di competenza. Il piano al quale la Regione si oppone è frutto del lavoro delle amministrazioni competenti in materia ambientale. La Regione – sia pure facendo ricorso ad argomenti di tipo procedurali – contesta la capacità degli organi preposti dallo Stato italiano a tutela dell’ambiente di svolgere il compito loro affidato. Il caso è simile a quello che oppone i “No-Vax” al ministero della Salute. Condorcet e D’Alembert volevano “la vertu au pouvoir”, la Puglia evidentemente non condivide questa aspirazione.

 

Ritorniamo alla Corte costituzionale.

 

Sempre nelle forme di un ragionamento sulla procedura, in sostanza, la Regione Puglia rivendica l’attribuzione a se stessa del compito di decidere, vuole la “decarbonizzazione”. Chiede quindi al Tar di agire come un arbitro in un conflitto di attribuzioni con lo Stato. All’inizio del ricorso c’è scritto che il provvedimento statale è “lesivo della sfera giuridica e delle prerogative della Regione”. Abbiamo un altro sovrano.

 

Ma la Regione vuole esser ascoltata.

 

Anche qui la Regione fa un ragionamento errato. Esso è tutto fondato sul diritto di partecipazione al procedimento di decisione, sulla cosiddetta democrazia deliberativa. Ma il diritto di essere ascoltati non vuol dire avere diritto di veder accettato il proprio punto di vista. Essere ascoltati non vuol dire aver ragione. Così, la Regione non contesta la scelta fatta dallo Stato, ma contesta le regole sulla partecipazione (anche perché il Tar non potrebbe entrare nel merito delle opzioni, mentre può valutare il rispetto delle regole del procedimento: si usa la forma per forzare la sostanza).

 

Insomma, in apparenza lesioni delle “prerogative procedimentali”, in sostanza “decarbonizzazione”. Un conflitto in apparenza sulla procedura, in sostanza sul merito.

 

Condito con molti altri argomenti, sviluppati nelle più di trenta pagine del ricorso, sempre tutti in chiave procedurale. Con lo scopo di veder accolto il ricorso e ottenere un altro blocco. Tutto questo in nome della salute degli abitanti, che sarebbe meglio curata se qualcuno intervenisse, invece di continuare con lo stallo.

 

Che si può fare, per uscire da questa autentica guerra?

 

Innanzitutto, rispettare la competenza, non quella formale (quale è l’autorità che decide), ma quella sostanziale (si sono pronunciati gli esperti?). In sostanza, la regione Puglia sostiene che lo Stato italiano non tutela la salute dei suoi cittadini, mentre è solo la Puglia che lo fa. Gli abitanti del Lazio debbono preoccuparsi? E quelli delle altre regioni?

 

E, per quanto riguarda il Tar, visto che ora la palla è nelle sue mani?

 

Lei sa che c’è chi ne propone la soppressione. Quindi, niente giustizia amministrativa. Oppure la giustizia amministrativa nelle mani dei giudici civili: dalla padella alla brace. Più saggiamente, al Consiglio di stato si sta cercando di lavorare sui tempi, accelerando le procedure, cercando di smaltire gli arretrati. C’è anche in ballo un emendamento alla legge di bilancio per valersi di almeno 125 giudici in pensione, che, con poco costo, potrebbero ridurre l’arretrato. Si può auspicare che il Tar per la Puglia – sezione di Lecce, al quale si sono rivolti Regione Puglia e Comune di Taranto (forse ispirandosi all’idea del “forum shopping”, visto chi ha emanato il provvedimento), decida rapidamente (anche perché è stata chiesta la sospensiva) e tenga conto della vera finalità dei ricorsi.

 

Ma la Regione lamenta anche la violazione di diritti di partecipazione.

 

Anche qui qualcosa si potrebbe fare, per il futuro: prendendo spunto proprio dalla Convenzione di Aarhus, fondata su una delle Dichiarazioni di Rio, quella sulla partecipazione nella tutela dell’ambiente, si potrebbero articolare meglio le fasi procedurali della istruttoria con partecipazione, quando si tratta di prendere decisioni che riguardino ampie collettività, sul modello dell’inchiesta pubblica. Un intervento governativo generale, in materia, è atteso. La partecipazione non può comportare, però, lo spostamento del potere di decisione dalle autorità competenti, che sono quelle nazionali, alle comunità locali. Dopo aver dato voce agli interessati, quindi, si taccia per sempre, altrimenti, nessuna procedura di decisione va in porto e continueremo a lamentarci dell’Italia bloccata.

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