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Song contest sotto pressione •
L’Eurovision perde paesi, soldi e spettatori per il boicottaggio di Israele. Che però resiste nel televoto
Nessuna emittente olandese vuole mandare un artista in Bulgaria, a causa della partecipazione dello stato ebraico, ma la tv pubblica trasmetterà comunque il concorso. Che così si indebolisce sul piano economico e simbolico, benché la protesta non coincida per forza con le scelte del pubblico. In compenso arriva il Canada

Vienna, manifestanti proPal espongono un cartello con la scritta "Blocca l'Eurovision" (Britta Schultejans/picture alliance via Getty Images)
Alla fine i Paesi Bassi non andranno all’Eurovision del 2027. Lo ha comunicato martedì la Npo, l’organismo che coordina le emittenti del servizio pubblico olandese, ribaltando la decisione presa appena un mese fa di tornare in gara: nessuna delle tv a cui si era rivolta ha accettato di presentare un artista olandese. La ragione è il coinvolgimento di Israele, benché nella nota non venga mai nominato: “A causa delle sensibilità legate ai temi oggi in discussione, abbiamo deciso di fare un passo indietro per il momento”.
È il secondo cambio di rotta in tre mesi. Ad agosto Avrotros, l’emittente che fino ad allora gestiva la partecipazione olandese, si era sfilata sostenendo che il concorso non poteva “più essere considerato neutrale”. A settembre la Npo aveva deciso di tornare comunque, ma circa 400 dipendenti hanno firmato una lettera per chiedere di rivedere la scelta, e le emittenti interpellate si sono tirate indietro una dopo l’altra. Più del boicottaggio di un paese, il caso riguarda insomma una tv pubblica in cui nessuno vuole metterci la faccia. Ed è proprio questo a rendere il boicottaggio un problema serio per il Song Contest: l’Eurovision non è una gara tra governi, ma tra televisioni pubbliche. Sono le emittenti a pagare l’organizzazione e il marketing, a trasmettere lo spettacolo, a nominare le giurie. Ogni tv che se ne va si porta via una quota di finanziamento, e un pubblico in meno da offrire agli sponsor. Il ritiro di cinque paesi dall’edizione di Vienna – Spagna, Paesi Bassi, Irlanda, Islanda e Slovenia – è costato al concorso, ha scritto Lisa Borst su Harper’s Magazine, “una piccola fortuna” in quote di partecipazione e pubblicità perse. Senza la Spagna, uno dei “Big Five”, i cinque paesi che contribuiscono di più alle spese, il colpo è stato anche economico. E si è visto negli ascolti: l’edizione 2026 è stata seguita da 131 milioni di spettatori, 35 milioni in meno dell’anno precedente. Più di un quinto del pubblico perso in un anno, con appena 35 paesi in gara, il numero più basso da oltre vent’anni.
All’Ebu, l’Unione europea di radiodiffusione che organizza il concorso, il direttore dell’Eurovision Martin Green si è detto “profondamente dispiaciuto” per la decisione olandese e ha rivendicato lo “spirito di unità” del festival. Uno spirito, a dirla tutta, messo alla prova quasi da quando Israele ha cominciato a partecipare, nel 1973 – primo paese a non appartenere al continente. Nel 1978, quando vinse per la prima volta, diverse televisioni arabe si rifiutarono di trasmetterne l’esibizione, e quella giordana, quando la vittoria divenne evidente, riempì il resto della diretta con l’immagine fissa di un mazzo di narcisi. L’anno dopo, all’edizione di Gerusalemme, la Turchia boicottò il contest. Quest’anno, quando l’Ebu ha rifiutato di escludere Israele, la spagnola Rtve ha parlato di “pressioni politiche”, l’irlandese Rté di una partecipazione “inaccettabile” alla luce della “orribile perdita di vite umane a Gaza”, la slovena RtvSlo si è ritirata “a nome dei 20mila bambini morti a Gaza”. L’argomento ricorrente è il confronto con la Russia, che l’Ebu escluse subito dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina, nel 2022.
Per il 2027 il conto è già cominciato. Oltre ai Paesi Bassi, l’Irlanda ha confermato a settembre che resterà fuori, e il presidente della spagnola Rtve si è detto favorevole a un nuovo boicottaggio. La Repubblica Ceca si è ritirata anche lei, ma per i tagli al budget: quando i bilanci delle tv pubbliche si stringono, l’Eurovision diventa la prima spesa sacrificabile, con o senza una ragione politica da invocare. Arriverà, in compenso, il Canada, primo paese nordamericano a farlo, nello stesso anno in cui Bruxelles gli ha offerto di diventare il primo “membro associato” dell’Unione (qualsiasi cosa ciò voglia dire). Mentre pezzi d’Europa se ne vanno, il paese che Trump vorrebbe come cinquantunesimo stato sceglie di cantare con gli europei. Del resto, una volta ha già vinto: nel 1988, con Céline Dion, che però gareggiava per la Svizzera. Il prossimo concorso si terrà a Burgas, in Bulgaria, il 15 maggio, dopo la vittoria di Dara a Vienna.
C’è però un paradosso che i boicottatori preferiscono non vedere. Mentre le televisioni si ritirano, il pubblico che vota continua a premiare Israele. Nella finale di maggio il cantante israeliano Noam Bettan, ottavo nel giudizio delle giurie, ha ricevuto dal televoto 220 punti, che lo hanno portato per qualche minuto in testa alla classifica, prima della vittoria bulgara. Già nel 2025 Israele aveva vinto il televoto in Spagna con largo margine, nonostante un’opinione pubblica tra le più critiche d’Europa sulla guerra. Un’inchiesta del New York Times ha sostenuto che dietro ci fosse anche una campagna di promozione del governo israeliano, costata più di un milione di dollari, e che in fin dei conti votino così poche persone da rendere i risultati facilmente orientabili. Ma il dato resta. E resta anche un ultimo dettaglio. I Paesi Bassi non manderanno un cantante a Burgas, ma l’Eurovision del 2027 sarà regolarmente trasmesso dalla tv pubblica olandese, come già quest’anno, quando Olanda e Islanda non gareggiavano ma il concorso lo mandavano in onda lo stesso. Si boicotta la gara, non gli ascolti.
