Oggi si può fare a meno degli U2

Il ritorno esaltante di Bono e soci cela venature di mestizia per un rock ormai anacronistico. Meglio curiosare tra i giovani artisti, in cerca di invenzioni sonore
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Foto ANSA

Si può rispolverare una retorica già sfociata in un’estetica? Rifare un esperimento già diventato una liturgia, continuando a essere credibili e senza cadere in una malinconica operazione di marketing? Il tempo sarà pure una convenzione, ma viaggia in una sola direzione. E l’invettiva che segue è stata concimata dal comunicato che alla cifra di 220 euro sono in vendita i tagliandi per i sorteggiati che assisteranno alla resurrezione italiana degli Oasis, se mai è esistita una vicenda più gretta e superflua. Si dirà: parli bene tu che c’eri la prima volta. Però non siamo mica convinti che siano in maggioranza degli sbarbatelli quelli che sborseranno la cifra in questione per l’adorazione dei Gallagher. Hanno altro da fare e altro per cui spendere i quattrini. Saranno i reduci, a caccia del brivido da remake nemmeno fosse un fungo porcino. E’ così che la musica diventa davvero trascurabile. Ed è un peccato mortale perché niente è più emozionante di un’invenzione musicale.
Intanto arriva l’annuncio del nuovo album degli U2, con quel titolo sbarazzino, “Carnaval de Luz” (uscirà a novembre e loro sono andati a disvelarlo nella scuola dove si sono conosciuti – aka: intravedete il vago riflesso dell’innocenza?). La notizia provoca un cortocircuito. Gli U2? Davvero? Pare festeggino il cinquantenario di attività come band. Eh, direte, e allora i Rolling Stones che vanno per i 70? Non è lo stesso: gli Stones ormai sono di una materia diversa, semi-inorganica, fantasmatica, criogenica, titolare di periodici risvegli dalla cripta, e loro comunque contengono una cifra divina, appartengono a un altro mito, nel girone di Aristotele, Schopenhauer e Jfk. Gli U2, no: il loro è un grado di antichità più imbarazzante e provoca una più intensa angoscia. Ricordate la Trabant, il Muro che si sbriciola, “Achtung Baby”, prim’ancora i ciuffi irlandesi veracemente irredentisti, cavalcando la grande idea commerciale che fu la new wave. E poi la forza che ebbero nel rinnovare il concetto di rock band, che già dava segni di usura, ma che seppero rilanciare, perché sembravano gli indomabili predestinati ad accompagnarci verso la fine del millennio. Poi gli anni sono passati, parlando di musica vere ere geologiche, interi generi sono finiti sotto la cenere, essere in una band non è più sembrato pazzescamente figo. Il rock s’è spento, proiettato all’indietro con la cattiveria di dire “basta!”, è stata la musica di un tempo e di una gente che adesso deve lasciare spazio. Gli U2, i loro solenni mega show, le tirate di Bono, quell’incedere cadenzato, lacerato da chitarre urlanti… gli U2 sono diventati anacronistici, aggrappati a un’epoca finita nei discount. Eppure c’è stato un momento in cui erano perfetti, dominanti, allorché Bono dal palco parlava al telefono coi potenti, quando diventava Mefisto, quando contemplare una loro performance era un’occasione memorabile.
Ecco: sentir parlare degli U2, di un loro ritorno, dell’uscita di un nuovo long playing – formato sua volta pensionato – a cui seguirà l’implacabile tournée, è una notizia che porta in dote la dimensione del cambiamento, della metamorfosi del gusto, del succedersi dei riferimenti culturali. Bono e i suoi si aggrapperanno alla realtà come a un salvagente, canteranno dei mali del mondo, denunceranno ingiustizie e massacri, guerre e sopraffazioni, tenendo a bada la stanchezza con la tecnologia, cercando la scintilla che riaccenda il vecchio falò. Uno spettacolo che non abbiamo voglia di guardare, che va bene per Las Vegas, dove la ripetizione della leggenda, da Elvis in giù, è un genere d’intrattenimento per platee dall’assenso garantito.
Lo show business non deve essere così arrogante da riproporre visioni già consumate, deve consentire alla storia, anche a quella del pop, che ha subìto rivoluzioni, di dispiegarsi nelle sue fasi, nel suo progresso, nel suo presente e nel suo lungo passato. Ricordiamo che trentacinque anni fa il biondino Kurt Cobain ci risvegliava con “Nevermind”, e quasi non ci speravamo più. Ci piace intravedere una foto di Michael Stipe, che fu leggiadra voce dei Rem e ultima incarnazione della contro-culturale, che adesso si occupa di poesia e quadri, o David Byrne che si diverte a fare musical e libri in edizioni numerate. Sono tutti post, troppo adulti per ripetersi, ma ancora vivi – tanti no, Lou Reed e Tom Verlaine, Bowie e David Crosby. Rispettati. Poi c’è sempre la questione di Jagger e Richards e pure di Paul McCartney, che ancora suona “Let It Be”, ma lì siamo tra gli angeli, l’aria è rarefatta. Sentire di un ritorno degli U2, nel tentativo che lo spettacolo vada ancora avanti, non riusciamo a digerirlo. Se poi ci voltiamo dall’altra parte intravediamo le timide, giovani rock band che s’affacciano ai talent show di adesso, tritacarne del massimalismo e ci si stringe il cuore. Allora è meglio curiosare tra le cose strane, quelle che musicisti di diciannove anni mettono in circolo nei canali del presente. E’ là che ancora viaggia la corrente elettrica e può perfino capitare di prendere la scossa.