Hopkins in musica, l’esordio discografico dell’attore come compositore

Paesaggi sonori, grande lirismo melodico, il Premio Oscar a 88 anni ha composto il suo primo album. La sua musica si inserisce saldamente nella tradizione del linguaggio tonale. Quelle che si ascoltano nel disco sono pagine di un compositore neoromantico che attribuisce il primato alla melodia in un’ottica squisitamente cinematografica
5 SET 26
Immagine di Hopkins in musica, l’esordio discografico dell’attore come compositore

Foto LaPresse

Quando si pensa a paesaggi descritti in musica, tanti sono gli esempi nella letteratura classica: Smetana che si ispira al corso del fiume Moldava dalla sorgente fino a Praga, Mendelssohn che nelle Ebridi affresca la grotta di Fingal e le scogliere scozzesi sull’Atlantico, Grieg che descrive il mattino norvegese nel Peer Gynt o Sibelius nella cui musica si respira a pieni polmoni la natura finlandese, le sue foreste, i suoi ghiacci, i suoi cieli rarefatti. L’incontaminato paesaggio nordico è tra quelli che maggiormente hanno plasmato la musica di molti compositori. E paesaggi nordici sono quelli che si odono anche nella musica di un autore che compositore di professione non lo è stato, ma che avrebbe voluto esserlo: è da pochi giorni uscito per Decca, infatti, il primo disco di Anthony Hopkins. L’attore 88enne, in Life is a dreaminsegue il suo sogno, la musica: Hopkins, infatti, divenne attore dopo aver desistito, spaventato dalla presunta eccessiva difficoltà, dall’intraprendere la strada del conservatorio. Eppure, per Hopkins la musica non fu mai solamente un diletto o un passatempo. Le note hanno sempre costituito, lungo 81 anni, dopo che sua madre le regalò un piccolo pianoforte all’età di sette anni, un faro: “La musica è stato il mio primo desiderio, il mio primo sogno. Compongo musica da tutta la vita”.
L’incisione per l’etichetta rossoblù, ora, consacra Anthony Hopkins nel pantheon dei compositori cosiddetti classici. Il nord del suo Galles è ciò che fonda, ad esempio, 1947 Suite in tre movimenti (“Circus”, “Bracken Road”, “The Plaza”) caratterizzata da atmosfere agresti e idilliache o, ancora, My Fatherland su temi tradizionali gallesi. Non siamo di fronte a un autore di musica rivoluzionario, che rompe con gli schemi: la musica di Hopkins si inserisce saldamente nella tradizione del linguaggio tonale. Quelle che si ascoltano nel disco sono pagine di un compositore neoromantico che attribuisce il primato alla melodia in un’ottica squisitamente cinematografica: le sue partiture – molto evocative, come perfette colonne sonore – grondano di lirismo melodico, di leitmotiv orecchiabili e di temi genuini e sempre facilmente riconoscibili. Il risultato, grazie anche alle orchestrazioni dell’amico Stephen Barton, porta a musiche spesso descrittive, mai astratte, in cui si odono echi di Copland, Williams, Elgar, Khachaturian.
La componente cinematografica è, dunque, l’altra cifra distintiva della musica di Hopkins: potenti ottoni all’unisono per creare tensione come in un thriller, archi tenuti nel registro acuto per momenti di rilassamento, esotismi, voci corali in lontananza, momenti giocosi in stile big band, assoli struggenti di violino o di violoncello o di pianoforte: tutto, nell’ascoltatore, racconta una storia immaginaria. L’esecuzione è affidata a Philharmonia Orchestra di Londra, Bach Choir, cantori della cattedrale di Winchester, Gregorio Nieto al violoncello e Sergio Tiempo al pianoforte; la direzione è di Gustavo Dudamel.