Quando la musica è roba da vecchi. Hopkins e gli altri

Anthony Hopkins debutta a 88 anni con “Life Is a Dream” ma non è un’eccezione. Da Christopher Lee a William Shatner, sono molti gli attori che in età avanzata hanno trovato una libertà che Hollywood non poteva più dare loro

20 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 13:43
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Cosa vuol dire passare una vita a immaginare la musica prima ancora di suonarla? In Hannibal, con la calma inquietante del cannibale più famoso del cinema, Anthony Hopkins muoveva le dita sul pianoforte inseguendo le Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach. In The Father, invece, ascoltava in cuffia le note di Georges Bizet, proprio mentre la demenza cominciava a portargli via i ricordi.
Per quasi tutta la vita Hopkins ha tenuto la sua attività di compositore separata dalla sua carriera d’attore, lontana dai riflettori di Hollywood e dagli Oscar. Ora ha deciso di metterla in primo piano. “Life Is a Dream” è il suo primo album: dodici composizioni nate nell’arco di più di sessant’anni, registrate all’Alexandra Palace di Londra ed eseguite dalla Philharmonia Orchestra diretta da Gustavo Dudamel. Un debutto arrivato a 88 anni, quando, almeno secondo le regole dello spettacolo, non dovrebbe esserci più niente da cominciare
“Il mio primo amore è la musica. Ho iniziato a suonare il pianoforte quando ero molto giovane”, ha raccontato Hopkins. Nel 1960, a 22 anni, scrisse il suo primo valzer, “And the Waltz Goes On”. “La musica mi dà libertà, diversamente dalla recitazione che è una disciplina in cui devi sapere il fatto tuo. La musica per me è una forma d’arte senza pensieri”, ha ribadito.
Quando hai quasi novant’anni, due Oscar in bacheca e una vita che ormai appartiene alla storia del cinema, non hai più bisogno di trasformare una passione in una carriera. In un’industria dello spettacolo sempre più ossessionata dalla giovinezza, dalle metriche di TikTok, dagli algoritmi di Spotify e dalla ricerca del prossimo artista da lanciare, c’è qualcosa di sorprendentemente libero nel cominciare tardi. Non ci sono classifiche da scalare, un pubblico da conquistare o un’immagine da costruire. Non c’è più niente da dimostrare. E forse proprio per questo la musica può tornare a essere ciò che era all’inizio: un gioco, una curiosità, una cosa che si fa perché non si riesce a farne a meno. Hopkins non è un caso isolato. La storia dello spettacolo è piena di uomini che, arrivati alla vecchiaia, hanno deciso di concedersi una deviazione.
Sir Christopher Lee, per esempio. Attore britannico, interprete di Dracula in una lunga serie di film, a un certo punto della sua vita si è messo a fare heavy metal. Nel 2010 ha pubblicato “Charlemagne: By the Sword and the Cross”. Tre anni dopo, a 91 anni, è arrivato “Jingle Hell”, una versione heavy metal di “Jingle Bells” che ha raggiunto il numero 18 della classifica Billboard Hot 100. Lee è diventato così il più anziano artista vivente ad aver raggiunto la Top 20 statunitense. A quell’età, mentre il mondo avrebbe potuto limitarsi a celebrarlo come una leggenda, lui si metteva davanti a un microfono per cantare. È difficile immaginare un modo più divertente di invecchiare.
Anche William Shatner ha preso una strada simile. Dopo aver attraversato le galassie nei panni del capitano Kirk di Star Trek, ha avuto una seconda vita nella musica. In realtà aveva già inciso un disco nel 1968, “The Transformed Man”, in cui recitava testi dei Beatles e di Bob Dylan. Poi, per più di trent’anni, silenzio. Nel 2004, a 73 anni, è tornato con “Has Been”, prodotto da Ben Folds. Dentro c’era anche “Common People” dei Pulp. Nel 2011, a 80 anni, ha pubblicato “Seeking Major Tom”, un doppio album di cover dedicate allo spazio con una lista di ospiti che comprendeva Brian May, Ritchie Blackmore, Peter Frampton, Steve Howe, Zakk Wylde e Bootsy Collins. A quell’età, mentre chiunque avrebbe potuto accontentarsi di essere una vecchia gloria, Shatner si metteva a reinterpretare “Iron Man” dei Black Sabbath.
David Lynch ha seguito una strada ancora diversa. A 65 anni, nel 2011, ha pubblicato “Crazy Clown Time”, il suo primo album solista: blues deformato, elettronica, rumori e quelle atmosfere inquietanti che sembrano uscite direttamente da Twin Peaks o Mulholland Drive. Lynch aveva già lavorato con la musica, anche insieme a John Neff nel progetto BlueBOB.
Poi c’è Jeff Goldblum, che forse è il caso più curioso di tutti. Nel 2018, a 65 anni, ha pubblicato “The Capitol Studio Sessions”, il suo primo album ufficiale, insieme alla Mildred Snitzer Orchestra. Definirlo un attore che a un certo punto si è messo a fare il musicista sarebbe sbagliato. Goldblum suonava il pianoforte da quando era ragazzo e a 15 anni si esibiva nei locali di Pittsburgh. La musica era sempre stata lì con lui, semplicemente non era diventata il suo mestiere. Poi, dopo una performance con Gregory Porter al Graham Norton Show, è arrivata la proposta della Decca. E così Goldblum ha smesso di tenere il jazz separato dal resto della sua vita. 
Clint Eastwood ha fatto ancora un’altra cosa. Il jazz lo ha accompagnato per tutta la vita e, con il tempo, è entrato sempre di più nel suo cinema. Eastwood ha composto le musiche di Mystic River, Million Dollar Baby e di altri suoi film. Il pianoforte jazz è diventato quasi una seconda voce della sua regia: poche note, spesso malinconiche, senza bisogno di spiegare troppo. Infine c’è Christopher Walken, che nella musica è entrato senza mai incidere un disco. Nel 2001, a 58 anni, fu il protagonista del video di “Weapon of Choice” di Fatboy Slim, diretto da Spike Jonze, in cui balla da solo in un albergo deserto, fino a finire, letteralmente, a volare. Walken era stato ballerino di teatro prima di diventare attore e contribuì anche alla coreografia. La clip conquistò sei MTV Video Music Awards e il Grammy per il miglior video musicale.
Forse non è un caso che questa galleria sia tutta maschile. Di attrici e artiste passate anche dalla musica ce ne sono moltissime, da Juliette Gréco a Debbie Reynolds. Per loro però il rapporto con la musica era spesso parte della carriera fin dall'inizio. Qui, invece, il tratto che accomuna Hopkins, Lee, Shatner, Lynch, Goldblum, Eastwood e, in modo diverso, Walken è proprio l'idea di una passione che arriva da un'altra parte e, a un certo punto della vita, si prende finalmente tutto lo spazio.
La cifra comune di questa galleria di “terrible old men” non è la nostalgia, ma il disinteresse totale per i codici del presente. Lontani dai tour negli stadi progettati a tavolino, dai balletti sincronizzati per TikTok e dalla caccia alla hit, le loro incursioni nella musica ci ricordano che l’ispirazione non ha scadenza. E che a 70, 80 o 90 anni, quando non si ha più nulla da dimostrare, la musica resta un territorio in cui si può essere autenticamente e spietatamente liberi.