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Il processo per l’omicidio di Tupac oggi sembra solo uno spot mediatico di LA
Trent’anni dopo la guerra fra bande di rapper in America, in un’aula di tribunale di Las Vegas si celebra qualcosa che somiglia a un processo a un’epoca. Ora la marginalità che uccise Tupac è materiale d'archivio
22 AGO 26

Foto Epa via Ansa
Quello che si celebra in queste settimane in un’aula di tribunale di Las Vegas somiglia a un processo a un’epoca: sul banco degli imputati, per l’omicidio del rapper Tupac Shakur, siede un 63enne ex capo di una gang di Compton, quartiere difficile di Los Angeles mentre, già in apertura della prima seduta, vengono esibite alla giuria le foto dell’incontro di Mike Tyson del 7 settembre 1996, e vengono letti ad alta voce frammenti di un memoir, nemmeno fosse un vangelo. Corre il trentennale di un omicidio che ha traversato la cultura americana restando sempre irrisolto, ma che oggi ha finalmente un volto da sottoporre a giudizio. Duane “Keffe D” Davis è infatti l’unico incriminato per la sparatoria che provocò la morte di Tupac, e, al tempo stesso, è il testimone-chiave dell’evento criminoso: il grosso degli elementi a suo carico non viene infatti da un’arma o da un video di sorveglianza, ma dalle parole che lui stesso ha scritto e pronunciato. Nel 2019 Davis ha pubblicato “Compton Street Legend”, autobiografia in cui riporta precisi dettagli su come quella notte sia salito su una Cadillac bianca con tre complici e con una Glock in mano, col preciso intento di pareggiare i conti per il pestaggio subito da suo nipote Orlando Anderson poche ore prima, a margine della seduta di boxe in cui aveva combattuto Tyson. “Il tempo di parlare era finito”, scrive David in quel libro pensato per fare cassa su una leggenda criminale apparentemente disinnescata, ma che ora diventa l’atto d’accusa che potrebbe spedirlo dietro le sbarre.
La difesa di Keffe D, affidata a Michael Sanft, punta a smontare l’attendibilità di un volume che definisce “incline all’iperbole, con almeno una bugia sostanziale”: “E’ fiction”, ha detto Sanft alla giuria, chiedendo quali altre prove concrete possano essere mostrate trent’anni dopo i fatti, fra testimoni morti, memorie svanite e un fascicolo di polizia superficiale e incompleto. La linea di Sanft è difficile da confutare: Davis ha esagerato per vendere copie, e non c’è neanche chi possa dimostrare che lui quella sera fosse a Las Vegas. D’altra parte l’accusa replica utilizzando la coerenza ostentata dallo stesso imputato nelle proprie dichiarazioni, ribadite per un decennio in interviste e programmi tv. Tra i primi testimoni, ha già detto la sua un ex poliziotto che ha raccontato d’aver scortato quella sera Shakur sull’ambulanza, ferito ma ancora lucido e sprezzante: alla domanda su chi gli avesse sparato, il rapper avrebbe risposto “ce ne occupiamo noi”. Non ha fatto nomi ed è morto sei giorni più tardi, senza collaborare con la polizia, secondo un codice d’onore che oggi, in aula, diventa un buco nero probatorio.
Il processo dovrebbe durare un mese, convocando una quarantina di testimoni. Alla fine difficilmente si stabilirà chi quella sera abbia materialmente premuto il grilletto: la tesi dell’accusa, infatti, non è che Davis abbia sparato (si è sovente ipotizzato che l’avrebbe fatto lo stesso Orlando Anderson), ma che lui sia stato il pianificatore dell’agguato. E’ una distinzione giuridica che parla di “organizzazione di un omicidio con l’intento di promuovere l’attività di una gang” – accusa che può portare a una condanna all’ergastolo, sia pure senza accertare l’effettivo esecutore dell’omicidio.
La selezione della giuria è durata quattro giorni e a Vegas è showtime giudiziario: tra i testimoni figura l’ex sindaco della città, Oscar Goodman, già avvocato di gang e figura di rilievo di un’epoca in cui la Strip e la malavita di Compton s’intrecciavano ogni notte. All’alba, fuori dal tribunale, si mettono in fila i fan per aggiudicarsi un posto in galleria, tutti con indosso le magliette col volto del rapper, che al momento della morte aveva venticinque anni e che, in nome d’una nostalgia intrisa di marketing, oggi appare imbalsamato come il martire che non è mai stato. I trascorsi di Tupac sono turbolenti e hanno il sapore di una nazione diversa: nato a East Harlem da due militanti delle Black Panthers, appassionato di letteratura antica, autore di grandi liriche di rabbia sociale, ma anche capace di sparare a due poliziotti fuori servizio, di vedersi condannato per molestie sessuali e di firmare un contratto discografico che lo mise in prima linea nella guerra tra le crew delle due coste americane – una tragedia commerciale travestita da faida d’onore. Tupac era consapevole di vivere una vita sul filo e oggi la sua opera rap conta più della sua biografia, per come ha saputo trasformare momenti di cronaca in riflessioni politiche, dando voce e dignità all’emarginazione dei neri d’America. Suge Knight, il boss della Death Row Records, intuì il suo talento e, un anno prima della sua morte, pagò la cauzione grazie alla quale Shakur uscì di prigione, facendogli in cambio firmare un contratto per tre album: è il patto faustiano che Tupac accetta senza fiatare, perché la fama per lui era l’unica forma disponibile di potere.
Ma trent’anni sono un tempo lungo. Il 1996 era anche l’anno della politica del pugno di ferro sul crimine, che il presidente Clinton sdogana con l’incarcerazione di massa dei giovani neri di Compton, catalogati come minaccia per il sistema. Il ’96 è prima dell’11 settembre, prima di presidenti come Obama e Trump, a metà strada precisa tra l’omicidio di Martin Luther King e il presente. Nel ’96, agli occhi del mainstream americano, l’hip hop era ancora una forma espressiva sospetta, una musica da temere, da censurare e mettere all’indice per degenerazione morale. Oggi Kendrick Lamar vince il Pulitzer e si esibisce al Super Bowl e i figli della classe media bianca discettano di hip hop nei loro podcast culturali. La marginalità che uccise Tupac – le gang, le strade di Compton, gli intrighi della Death Row – è materiale d’archivio. E’ un paradosso evidenziato da questo processo con quell’aula affollata di giornalisti e telecamere, annunciando un intrattenimento che ricorda i fasti del processo-spettacolo a O. J. Simpson. Anche se l’opinione pubblica d’oltreoceano guarda all’evento con un misto di stanchezza e di curiosità per il nuovo cold case riemerso in un’epoca satura di true crime. Il fondato sospetto è che la giustizia arrivi fuori tempo massimo: per anni nessuno ha avuto reale interesse a risolvere l’omicidio di un nero considerato, all’epoca, un problema di ordine pubblico. E oggi l’intera questione sembra più un’iniziativa mediatica che un gesto di pacificazione sociale. E poi c’è quello sfondo rutilante di Las Vegas, cornice perfetta per una messinscena anacronistica: vecchie hit, slogan superati, polvere di un hip hop che fatica a mantenere il battito dell’America contemporanea.