Musica
la parentesi •
Quando Guccini traduceva Jimi Hendrix e Simon & Garfunkel
Agli albori della carriera, il cantautore dell’Appennino pistoiese-emiliano venne reclutato per realizzare le versioni italiane di "Hey Joe" e "Mr. Robinson". Una pagina meno nota nella storia dell'artista

Foto ANSA
Tra il 1967 e il 1968, mentre l’Italia stava per ribollire di fuoco giovanile, Guccini era solo “Francesco”, il nome di battesimo con il quale pubblicò l’esordio, “Folk Beat vol.1”. Ed era ignaro, senza troppi presentimenti, che i tre singoli di quell’album - non troppo fortunato nelle prime vendite - sarebbero diventati la colonna sonora delle proteste di maggio e dell’autunno caldo: la pacifista “Canzone del bambino nel vento” (Auschwitz), “Noi non ci saremo” contro la minaccia del nucleare bellico, e “In morte di S.F.”, che sarebbe diventata l’intima “Canzone per un’amica”.
Il giovane cantautore dell’Appennino pistoiese-emiliano bazzicava gli uffici di Pontiack a Milano, in cerca di scritture da paroliere, e respirava lo spirito del tempo. Che non era del tutto vocato all’impegno esplicito: lo stesso Luigi Tenco, anni prima, debuttò in forme ben più ye-ye di quelle che lo resero noto fino al tragico, contemporaneo epilogo. Anche il futuro “Maestrone” aveva dimestichezza col pop, con la musica leggera come si diceva allora: il che significava, per certo, con l’onda che trasportava la costa ovest di Jimi Hendrix nella New York di Simon and Garfunkel.
Ecco che allora, dimestico della lingua inglese e attento alla musicalità delle parole anche più di quanto avrebbe lasciato fare nello sviluppo della sua carriera personale, si mette a disposizione di Mansueto De Ponti che ha l’esigenza di tradurre per il grande pubblico italiano due brani da jukebox, uno per le masse che vanno al cinema e l’altro nel taccuino rockettaro. Sono “Mrs. Robinson”, la colonna sonora del discusso “Laureato”, e “Hey Joe”, la bandiera del Seattle sound ante litteram. Francesco, non ancora Guccini, si mette al lavoro come un garzone di bottega.
Doveva fare presto, il mercato era vorace e Pontiack - con Toni Verona dell’Ariston - sapeva di andare a colpo sicuro: i diritti di riproduzione erano già in tasca, il beat premeva nelle classifiche e perdere un treno poteva significare addio riempipista. Così, l’uomo di Pàvana sforna i testi commissionati, ma in cuor suo sa che non ci avrebbe messo voce: troppo distante quel panorama da ciò che egli stesso aveva in animo di voler diventare. In fondo, anche se il mondo lo sbirciava con qualche ambizione, rimaneva legato alla terra e al vecchio mulino del capostipite Chicon.
Per sapere fin troppo bene leggere e scrivere, Guccini scelse di modificare il senso delle canzoni originarie, premiandone l’andamento e mantenendo l’accentuazione dell’ultima parola di ogni frase, più facile da memorizzare per le platee. La signora Robinson, nella versione italiana, è ritratta circondata da gatti e vecchie amiche, tra occhiali e rose finte, priva dei residui poteri seduttivi che il film donava ad Anne Bancroft: forse l’Italia pre-divorzio non era ancora pronta per una rottura così plateale da essere affidata alla hit parade del sabato pomeriggio, più Équipe 84 che Nomadi.
De Ponti e il suo staff non fecero un plissé, avevano ricevuto ciò che volevano, e destinarono note e liriche alla band padovana dei Royals, che provava a emergere nel mare magno del beat tricolore. Niente di più borghese dell’abbinamento fra l’attempata lady in salsa modenese e i giovani studenti di Medicina che imperversavano nelle balere dell’alto litorale adriatico: solo che “Mrs. Robinson”, pubblicata mentre fuori cambiava tutto, non sfondò come previsto. E non era colpa di nessuno, tantomeno di Francesco Guccini altrimenti indirizzato, o dei cinque beatnik del Santo.
Ci riprovò Bobby Solo, proprio lui, che inserì il pezzo nel suo album “Bobby Folk” addirittura due anni dopo: un’eternità in quel tempo, quando bastava il passaggio di “Acqua azzurra, acqua chiara” al Festivalbar per spazzare via qualsiasi cosa d’intorno. Analogo effetto ebbe, suo malgrado, la “Hey Joe” affidata a Giancarlo Martelli in arte Martò, frontman della scena garage bolognese: ma Guccini, ormai, era già da un’altra parte a cercarsi un amore, fosse pure ancillare. E a contribuire, per l’eterogenesi dei fini, al senso di “encompassed nostalgia” generalizzata che oggi trova voce.