Francesco Guccini, uomo colto d'altri tempi che mancherà a tutti

Difficile incontrare qualcuno che non conosca una sua canzone, sia a destra che a sinistra. Con la cultura si è liberato delle valigie pesanti della sua infanzia, costruendo un abbraccio collettivo che arriva con le sue parole


6 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 15:07
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Foto ANSA

Non ho mai incontrato uno che non conoscesse una canzone di Guccini. Non ho mai incontrato nessuno di qualunque parte politica che non avesse un album di Guccini. Strano. Ho visto parecchi concerti e mi sembravano tutti di sinistra. E’ strano che Matteo Salvini abbia dichiarato che suonava la Locomotiva a 16 anni, anche se prove non ce ne sono, però Luigi Paragone sì, suonava eccome le canzoni di Guccini. Le persone interrogate sul perché Guccini (almeno nel mio personale sondaggio), anche quelle giovani, rispondevano un po’ per l’Avvelenata, prima canzone rap, ma pure trap (disse al Corriere: “Io detesto l’Avvelenata. Una canzoncina. Non capisco perché abbia avuto tutto questo successo”), qualcun altro per Cirano, perché prima o poi ci capita di odiare i signori imbellettati. Qualcuno per Canzone quasi d’amore (che a scriverle oggi canzoni così toccanti). A me piace perché era d’altri tempi ma in anticipo sui tempi.
Non tanto per la musica (l’album più bello rimane il live dalla via Emilia al West, soprattutto per il contributo di ottimi musicisti capaci di rinverdire la sua musica: basta sentire Ellade Bandini che ritmo da alla Locomotiva, o Juan Carlos Flaco Biondini che arpeggio inventa per canzone quasi d’amore). Era un uomo d’altri tempi dal punto di vista sentimentale. Un po’ come mio padre e tanti miei parenti. Il padre di Guccini non l’ha mai abbracciato. Esperienza comune alle vecchie generazioni: “Mio padre non mi ha mai abbracciato in vita sua. Ogni tanto in tv vedo persone che si lamentano: Ho avuto una famiglia anaffettiva, da bambino mi facevano pochi regali…”. Io non ho mai avuto regali. Non ho mai festeggiato il mio compleanno. Guai se lasciavo qualcosa nel piatto: il babbo era stato in campo di concentramento, il cibo era sacro”.
Da queste valige pesanti Guccini come tante altre persone (come mio padre) nati prima della Guerra hanno cercato di liberarsi. Prima di tutto con la cultura. Guccini era molto colto. A questa distinzione tra canzoni colte e meno colte ci teneva. E faceva bene. E’ una distinzione che tracciava una linea tra un abbraccio mancato e un probabile abbraccio collettivo, perché quando la cultura funziona questo fa, abbraccia un po’ tutti. Per difendere il suo lavoro mise su una polemica sulla canzone Gloria di Umberto Tozzi e sostenne che dietro Gloria non “c’è una storia dietro, i libri. C’è un lavoro. Tutto un mondo diverso che dietro Gloria non c’è. Anche se è una bella canzone, una canzone simpatica”.  In pochi (nel mio sondaggio personale) ricordano la canzone della bambina portoghese. Che, incredibile, pubblicata nel 1972 parla di oggi. Siamo noi quelli chiusi in tante celle che fanno a chi parla più forte, per non dir che stelle e morte fan paura.
Guccini nelle sue ballate non ha mai mancato di parlarci del dubbio, la cultura dovrebbe essere strumento conoscitivo dubitativo (che imporrebbe anche un metodo di verifica). E pochi hanno infine capito il dubbio esistenzialista:  il vizio che ci ucciderà non sarà fumare o bere ma vivere, vivere e ancora vivere. Se avessimo questo dubbio ci abbracceremo tutti con più facilità, nell’attesa ci sono le sue canzoni.