Musica
1940-2026 •
Addio a Francesco Guccini, maestro riluttante
Si dirà che la sua musica è vivissima, ma è nostalgia d’un mondo lontano. Il suo impegno è stato un equivoco: non rinunciò mai allo snobismo, venato d’ironia, con cui si tenne lontano dal piedistallo. E per quel tempo era un’eresia. Un passato irripetibile oggi tormenta chi lo ha amato

Un bruttissimo colpo, arrivato a rendere più acida quest’estate rovente, è la morte di Francesco Guccini, esimio senatore della canzone italiana d’autore, ma per molti membri di due o tre generazioni un amico che comprendeva, raccontava e commentava splendori e miserie d’una vita normale, però non per questo insensibile. Sarà un lutto grosso e verrà celebrato con tutti gli onori, perché Guccini radunava pareri magari discordi sulla sua musicalità, ma estremamente compatti quanto alla sua coerenza e perciò al rispetto che merita. E, come quasi sempre accade, nelle dichiarazioni d’occasione si fingerà che la sua musica sia vivissima e immanente, anche se in realtà ormai ad ascoltarlo sono soltanto vecchi cultori e pochi giovani curiosi, perché di quel modo di fare canzoni – ovvero contenendo un proposito, obbedendo a un progetto sia pure empirico, trasfondendolo in versione poetica mantenendo la vicinanza al mondo reale, perché proprio quella “vicinanza” è la chiave dell’affetto che Guccini ha raccolto nel tempo, il suo essere accessibile, chiaro, alto e sanamente imperfetto – insomma di quel comporre s’è persa la matrice e chi ancora lo potrebbe fare, non lo fa più. Comunque si dice che la provincia, in Italia, non è mai stata soltanto un luogo, quanto è un dispositivo psicologico e una preparazione etica.
Chi resta in provincia, potendo andarsene, dichiara qualcosa, e lo spiega bene l’amico/nemico di Guccini Riccardo Bertoncelli nel suo ultimo libro “Abitavo a Penny Lane”. Riccardo è un altro che non s’è mosso da casa: è la diffidenza verso il centro, verso la metropoli che promette, ma troppo chiede in cambio. Si diventa osservatori taglienti di quel mondo oppure, come Guccini, scomparso ieri a 86 anni nella sua Pàvana, della provincia si finisce per fare un sistema compositivo, scrivendo canzoni politiche da un paese di poche centinaia di anime sull’Appennino, tenendo a distanza il centro, una distanza voluta.
Francesco nasce a Modena nel 1940, quattro giorni dopo l’ingresso dell’Italia in guerra, il padre finisce in un campo di concentramento tedesco e la famiglia ripara a Pàvana dai nonni. E’ un dettaglio biografico che Guccini trasformerà in letteratura, decenni più tardi: la sua infanzia comincia praticamente nella condizione dello sfollato. Superata l’adolescenza arriva a Bologna, s’iscrive alla facoltà di Lingue senza arrivare a laurearsi – “mia madre non aveva poi sbagliato a dire / un laureato conta più d’un cantante” – e intanto già nel 1958 suona in un gruppo da balera, a stretto contatto con la gente che si vuole divertire, un punto di partenza che l’accomuna a tanti, quasi tutti, i migliori autori della sua generazione. Come se stare su quei palchetti costituisse l’apprendistato per studiare la verità sospesa nelle persone che danzano davanti a te, figure che amoreggiano e intanto, nella testa, hanno tanti pensieri, preoccupazioni, aspirazioni, sogni, desideri. Il giovane Guccini comincia a mettere giù questo zibaldone circostante, mescolandolo con ciò che risuona nei suoi ascolti americani e con quel che pesca dalle sue letture e che attira la sua attenzione: scrive “Auschwitz” quasi per caso, dopo essersi imbattuto in un saggio sui campi di sterminio, non è nemmeno iscritto alla Siae e cede il pezzo all’Equipe 84, gente più o meno delle sue parti, che s’incontra nelle notti di lavoro e che, fortunati loro, a quel punto hanno già successo. E’ la voce di Maurizio Vandelli a fare un hit di quella che diventerà una delle canzoni civili più importanti della musica italiana. Il suo autore resta a lungo misconosciuto, perché ha ancora un’idea rustica del mondo dello spettacolo, che rapidamente si va formando intorno a lui. Ma nel 1967, giovanotto di 27 anni, fa il suo esordio solista, con “Folk beat n. 1”: i cantautori stanno cominciando a tirare seriamente, le inflessioni blues con cui colora i suoi pezzi promettono bene e il titolo di quel disco è azzeccato, anche se disegna una contaminazione fin troppo sofisticata. Difatti commercialmente è un fiasco, per quanto nelle sue tracce ci sia, oltre ad “Auschwitz”, anche “Dio è morto”, un flusso descrittivo fin troppo ambizioso e serioso, ispirato all’“Urlo” di Ginsberg e subito censurato dalla Rai, che in quel momento non va per il sottile. Guccini è bollato di blasfemia, anche se il pezzo viene trasmesso, pure con favore, da Radio Vaticana. E’ un debutto scandaloso che richiede un’immediata collocazione politica di Guccini: di chi è, a chi appartiene, per chi canta e lavora questo nuovo aedo del male oscuro della modernità? In linea di massima viene sistemato nella parte sinistra della sinistra parlamentare, appena dentro i limiti per farne l’eroe di centinaia di Festival dell’Unità, ma con in più un fattore di trasgressione, e soprattutto con una mistica dell’individualismo che, in effetti, è sempre il dato più lampante del suo modo d’essere.
Di sicuro, visto il momento storico e le peculiarità richieste a chi aspiri alla qualifica maxima di “cantautore”, si comincia a sottolineare l’ispirazione impegnata di Guccini, che a rivederla oggi pare soprattutto un equivoco, perché nella dominante anarchica del suo pensiero prevale piuttosto uno snobismo di fondo che lo tiene lontano da partiti, sigle, gruppi e congregazioni, spingendolo verso una lettura laica, illuminista e anche piuttosto moralista (con periodici cedimenti) della vita e delle opere. Per cui il suo impegno si configura in prima luogo come poetico, ma di una poesia istantanea e a braccio – trovando casa naturale ai tavoli dell’Osteria delle Dame che fonda insieme a un sacerdote, coltivando nelle successive canzoni più il dissenso e la disillusione che la militanza, perché il ’68 è stato un miraggio, e una storia d’amore come quella di “Eskimo” finisce in pezzi per un motivo vecchio come il mondo: la differenza di classe. Disincantato quindi, prima che polemico, esteta del tempo perso, anche se per uno dei soliti scherzi del destino un bel pezzo di celebrità a Guccini lo porta “L’Avvelenata”, manifesto dello scazzo rivolto a chi l’infastidiva, gli rinfacciava risposte inevase, oppure l’etichettava, lo convocava, lo incasellava. Un “vaffa” primigenio espresso da quella sua fisicità ciclopica, che lo faceva chiamare, con suo ribrezzo, “Maestrone”, uno sfogo poi fonte di rimorso, anche se forse solo formale. Lui però vuole abbassare il tiro, “Non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia”, invoca libertà e non più di un minimo di considerazione artistica, anche se in quel momento essere cantautori è davvero importante, le emozioni riversate nelle canzoni sono enormi e con esse le aspettative d’un servizio di conforto permanente.
Guccini crede alla funzione critica della canzone, ma rifugge dal suo valore pedagogico e la cosa adesso pare naturale, ma allora le cose stavano diversamente. E del resto Francesco ci mette del suo quando scrive la cronaca epica de “La locomotiva”, otto minuti (impubblicabili a 45 giri) che rivoluzionano il concetto temporale della discografica, intitolati alla storia d’un macchinista anarchico che nel 1893 ruba un treno per lanciarlo contro tutto ciò che detesta. E’ l’apice della popolarità di Guccini, della condivisione della sua musica e dei dibattiti, anche roventi, che riesce a provocare. Lo si ama molto e in certi casi lo si contesta, o perfino lo si disconosce. Ma è una centralità del discorso dalla quale Francesco prende a sottrarsi con sempre più energia, imboccando una svolta formalistica della propria scrittura, venata di romanticismo, perfino di decadentismo, ma per fortuna condita ancora da un buon tasso d’ironia, che poco alla volta lo sottrae dallo scranno dell’accusato, mantenendogli una popolarità diffusa sebbene, forse, impallidita. Il Guccini di “Cirano” non cerca discussioni, ma vuole tracciare, con sapienza consolidata, ritratti e vicende, il più delle volte ambientate tra i gironi dell’inadeguatezza. Comincia intanto la seconda vita di Guccini, quella da scrittore, più comoda, cadenzata e soprattutto solitaria. Nel 1989 pubblica “Cròniche epafàniche” e la critica scopre che quello non è un cantante prestato alla letteratura, ma un versatile memorialista, abile nel cogliere dettagli, nel far brillare ricordi, nel riutilizzare linguaggi, dialetti, trasmissioni orali. La produzione col tempo s’infoltirà, arricchendosi perfino dei gialli scritti a quattro mani con Loriano Macchiavelli, in cui l’understatement emiliano diventa genere e il suo mondo rurale fa da scenario a un’operazione antropologica oltre che letteraria, sempre rispettando il solito dualismo: cultura, ma non accademia.
Quanto alla musica, nel 2012 chiude la produzione con un disco intitolato, senza ironia, “L’ultima Thule”, mantenendo la promessa di non scrivere più canzoni, né fare concerti: niente ritorni, un progressivo sottrarsi, molte riflessioni trasmesse sulla pagina e poi, con la vecchiaia, preoccupazioni e malanni. Nel momento della sua morte, proprio per la natura particolare del suo essere e del suo carattere, che ha favorito un esercito di intime affiliazioni, per chi l’ha amato con fedeltà e l’ha sempre portato con sé, l’afflizione sarà terribile. E’ il manifestarsi di questo sentirsi sovrastati dal passato: non è ripetibile, riproducibile un personaggio così, il suo modo di masticare l’intellettualismo e certe forme di parzialità senza chiedere permessi, quel modo di stare sempre là, nel suo posto, lasciando lontana perfino la morbida Bologna, trasformando in storia quasi leggendaria l’estetica dell’osteria che al tempo sembrò quasi rivoluzionaria. E’, in particolare, l’appartenenza di Guccini a un tempo talmente trascorso, così distante, sebbene non davvero lontano, da far pensare ai classici. Addirittura a quelli dell’Ottocento, ai quali, chissà perché, Francesco sembra più affine, saltando a piè pari il reticolato di schematismi del Novecento.