L’esperimento surreale dei Tamango, una piccola luce in questi tempi bui

Suoni quasi teatrali, spettacoli raccolti e un sorprendente campo base: come tre musicisti del torinese hanno creato un piccolo fenomeno (e ora sono in quarantadue)

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In questa estate musicale vacua e banale, a base di stadi ed esagerazioni, si accende una piccola luce e noi ci avviciniamo come falene. I Tamango sono una band venuta su nei dintorni benestanti di Torino (Pino Torinese: c’era la Ferrero, ma pare se ne sia andata). Adesso è molto meglio definirlo un collettivo di quaranta persone, che include una sartoria, un capannone sul Lungo Dora, e una teoria piuttosto originale sull’autoproduzione. Non è un caso che facciano la musica più diversa che ci sia capitato d’ascoltare da un bel pezzo, qui dalle nostre parti. “T’amango”, ovvero con l’irruzione di un apostrofo in più, è il titolo del loro primo album, dopo un po’ di singoli di rodaggio. L’evidente ossessione per questa parolina risale al nome di un intruglio che in pieno Ottocento pare andasse di moda a Torino, tanto per fare il verso al successo parigino dell’assenzio: radici esotiche, odori e molto alcol, per un drink che provocherebbe come minimo euforia, battezzato col nome di un racconto di Prosper Mérimée in cui si racconta d’un guerriero africano che si ribella al padrone.
All’alba del 2018 i Tamango sono solo in tre, Marcello Maida, voce, Federico Anello, pianoforte e Alberto Tirelli, chitarra. Probabile che a quel punto si chiedano se hanno veramente voglia di fare trap. Optano per il no, in fondo sono cresciuti sentendo i cantautori, il jazz e il rock. Perciò concepiscono un suono pastiche ad alto voltaggio, corredato di testi già assai surreali per poi stare a vedere cosa ne poteva sortire. E difatti, in tempo di predominio delle piattaforme, succede che un loro pezzo, “Il cielo sopra Berlino”, diventa un culto su Spotify, con milioni di stream. E’ il primo segnale. Il secondo arriva a Natale 2023, su Instagram (sempre territori digitali: inevitabile): pubblicano un’esecuzione live di un loro pezzo, “Arrembaggio al cane pazzo”, registrato al Mad Dog, uno speakeasy di Torino. Virale in un batter d’occhio – motivazioni ancora da appurare. A quel punto è ora di fare sul serio. La scelta però non è quella di firmare per un’etichetta ufficiale, ma piuttosto di espandersi orizzontalmente, associando al progetto un esercito di creativi multidisciplinari, mantenendo al tempo stesso la più virtuosa indipendenza. Non sono già più una band, ormai sono una struttura. Ora, mentre scriviamo, il personale assomma a circa 42 persone, ma la cifra è altamente variabile e ricopre tutte le espressioni della sigla, inclusi la gestione del bar ai concerti, i cori, il merchandising e i costumi di scena. Quella che invece è fortemente analogica e non-digitale è la sede operativa dei Tamango, situata in un ex deposito sul Lungo Dora, nella zona dei marmisti. Loro ne parlano come della declinazione popolar-spartana-piemontese della Factory di Andy Warhol, ma con molte più regole, spaziando dal chi deve fare le pulizie, fino a chi e quanto lavora, con le relative paghe parametrate. In questo caso la definizione che i fondatori suggeriscono è di maoismo creativo, declinato sotto l’ombrello indispensabile della sostenibilità.
Ma la musica? Un vero vaudeville, dove il punk e tutte le forme di trasgressione canzonettistica italiana convergono gioiosamente, inclusi Elio e Freak Antoni, Cosmo, l’operetta, i Gufi e gli Squallor, e perfino Greg e Lillo, spesso ingiustamente dimenticati. Il tutto però suonato con estrema perizia, con un saliscendi di alti e bassi, perfino dei momenti di riflessione e una versione stravolta di “Oh! Darling” – da “Abbey Road” – in odore di genialità. Quest’estate, per fortuna, arriva anche il tour, e si chiama “Rampallonata” – lungo spiegare perché, chi ci andrà lo saprà, e meglio affrettarsi perché le date sono solo quattro – negli stadi. Ma no, non a San Siro o all’Olimpico, bensì in campi di periferia profonda, dove si andrà in scena per tre ore e passa con cinque cambi di scenografia, balletti e coreografie, situazionismo, slogan e teatro, all’insegna della rigorosa autoproduzione. Biglietti a quindici euro e rifiuto della centralità, spazio ai margini, con la promessa di ripulire il campo, il giorno dopo il concerto. Sono sussulti, forse singulti, agitazioni. Pare il massimo che possa essere iscritto alla voce “rivoluzione”, almeno per i tempi che stiamo attraversando. Ed è perfino commovente, in certi momenti.