La crisi di Aeffe e Gilmar, le soluzioni del Gruppo Florence nella formazione

Mentre il calo degli ordini mette in difficoltà la filiera della moda italiana, tra esuberi e ristrutturazioni, la formazione e la ricollocazione dei lavoratori diventano strumenti per salvaguardare competenze e capacità produttiva 

8 NOV 26
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(Foto Getty)

Le vertenze occupazionali sono il segnale più visibile delle difficoltà che attraversano la moda italiana. Dietro ristrutturazioni ed esuberi si muove una questione più ampia: la tenuta del sistema produttivo che lavora per i marchi, mentre gli ordini rallentano e la ricerca di redditività impone nuove condizioni ai fornitori. La questione è quanta capacità industriale resterà alla ripresa dei consumi. I numeri delle aziende del lusso aiutano a inquadrare la fase. 
Nei primi nove mesi di quest’anno, la divisione Fashion & Leather Goods di Lvmh ha registrato una flessione del 2 per cento, scesa al 5 per cento nel terzo trimestre. Gucci ha perso il 6 per cento su base comparabile nel trimestre, mentre la crescita del gruppo Prada si è fermata all’1 per cento. La frenata si riflette anche sul fronte occupazionale e produttivo. Nel riminese, a san Giovanni in Marignano, Aeffe affronta una ristrutturazione che può coinvolgere 389 lavoratori negli ammortizzatori sociali. Gilmar, che produce anche Iceberg, ha avviato la composizione negoziata della crisi, mentre Fuzzi è in concordato semplificato. In Veneto, il trasferimento del polo logistico collegato a Valentino da Valdagno mette a rischio 83 posti di lavoro. Il vicino distretto della Riviera del Brenta, specializzato nelle calzature, è sotto osservazione per le difficoltà di realtà come Him Co e il Calzaturificio Michielon.
Allo scenario si aggiungono i dati “lenti” della Manufacture de Souliers Louis Vuitton di Fiesso d’Artico, con ricavi 2025 in calo del 5,1 per cento e una lieve riduzione dell’organico. Vicende diverse per dimensione e cause, ma che mostrano come la revisione delle attività possa avere conseguenze profonde sui territori e sulle professionalità coinvolte. I dati generali sulla cassa integrazione restituiscono un quadro meno uniforme. Secondo Confindustria Moda, nel primo semestre 2026 le ore autorizzate nell’industria tessile-abbigliamento sono diminuite del 29,6 per cento rispetto al 2025, fermandosi a 17,8 milioni. Restano però criticità aziendali: a Prato, secondo Ebret, l’Ente Bilaterale dell’Artigianato Toscano, tra maggio 2025 e maggio 2026 hanno cessato l’attività 200 imprese della moda. 
In Toscana, nell’ultimo anno, l’artigianato ha perso 1.248 imprese e 7.919 addetti: la moda è responsabile di oltre metà della contrazione occupazionale. “La preoccupazione è che un sistema pendolare di crisi e riprese finisca per lasciare conseguenze strutturali”, osserva Giordano Fumarola, della Filctem Cgil nazionale. Il calo degli ordini può tradursi in una perdita permanente di capacità produttiva se le aziende chiudono e le competenze non trovano impiego. Anche programmare le attività è più difficile: si accorciano i tempi di sviluppo, la stagionalità è meno rigida e aumentano le richieste di tracciabilità e circolarità. “Una volta si facevano progetti che duravano cinque anni. Oggi il futuro non si può programmare più”, osserva Riccardo Colletti, della Filctem Cgil nazionale. Adeguarsi è necessario, ma ridurre organici e impianti può indebolire la capacità di rispondere alla ripresa. Una risposta è investire in formazione e mobilità interna. È l’approccio indicato dal Gruppo Florence, piattaforma di produttori conto terzi nata nel 2020 e controllata dal 2023 dal fondo Permira. 
Il gruppo conta oltre 4.500 addetti in nove regioni italiane e circa 70 siti produttivi. Una dimensione che consente di valutare trasferimenti di attività tra società, riqualificazione e ricollocazione del personale, percorsi più difficili da attivare per un piccolo fornitore spesso legato a pochi clienti. “Il settore del lusso sta attraversando una fase di trasformazione che interessa l’intera filiera produttiva”, dicono dal gruppo guidato da Fabrizio Ciafrei, che nel biennio 2025-2026 ha coinvolto 50 persone in percorsi di job rotation, con formazione e affiancamento. Le ore di formazione tecnica sono state 120 mila, anche attraverso le ventitré accademie del gruppo in Italia. Dove non è stato possibile ricollocare subito i lavoratori, sono stati utilizzati gli ammortizzatori sociali, con un’incidenza pari all’1,6 per cento delle ore lavorabili. 
Strumenti che non eliminano le difficoltà del mercato, ma aiutano a gestire la riorganizzazione preservando competenze ed esperienza all’interno della piattaforma industriale. Resta il rapporto tra marchi e fornitori, perché le maison incidono direttamente su volumi, tempi e organizzazione delle lavorazioni. Il caso Hugo Boss, riportato dalla stampa specializzata tedesca e confermato a “Il Foglio della Moda” da soggetti direttamente coinvolti, è indicativo delle tensioni che possono emergere. Secondo le ricostruzioni, il gruppo avrebbe chiesto ad alcuni fornitori, tra cui diversi italiani, uno sconto sulle fatture in sospeso in cambio di pagamenti più rapidi. 
Un caso da non generalizzare, che evidenzia però il rischio di scaricare una parte crescente dei costi della trasformazione sulle imprese più esposte: quelle che devono fare i conti con ordini in calo e, allo stesso tempo, investire per adeguarsi alle nuove regole e alle richieste dei clienti. La possibile ripresa dei consumi dal 2027, indicata da osservatori e sindacati, impone di ragionare sul medio periodo. Gli ammortizzatori sociali sono necessari, ma non sostituiscono una strategia industriale. Come riassume Riccardo Colletti, della Filctem Cgil nazionale: “Non si tratta di impedire ogni riorganizzazione, ma di renderla compatibile con la continuità del sistema produttivo”.