Moda
IL FOGLIO DELLA MODA •
Oltre alle mezze, sono sparite anche le stagioni intere (e non è una bella cosa)
Mentre gli istituti di ricerca e i team che curano le fiere di settore stanno già promuovendo le nuove indicazioni per la primavera estate 2028 il calendario è divenuto un concetto – se lo si può definire tale - sempre più fluido, tanto da chiedersi se abbia ancora senso la ripartizione stagionale della moda

(Foto Getty)
Dopo un'estate torrida che si è prolungata in un autunno tardivo, è quasi obbligatorio fermarsi a riflettere sulla stagionalità delle collezioni e scrivere ancora di ricerca e produzione di tessuti. Non ci sono più le stagioni: non soltanto le “mezze”, ormai patrimonio condiviso delle frasi fatte, ma neppure quelle canoniche che prevedevano lane pesanti in pieno inverno e lino leggerissimo in estate.
Basta guardare le collezioni che hanno sfilato nelle fashion week primavera-estate 2027 per rendersene conto: pellicce sintetiche e shearling indossati con indolente negligenza ovunque, da Gucci a Diesel. Da qui curiosità e domande – temute dagli addetti quanto i quesiti sul colore dell’anno prossimo venturo al cenone di Natale – sulle strategie dietro questa confusione materica. Mentre gli istituti di ricerca e i team che curano le fiere di settore stanno già promuovendo le nuove indicazioni per la primavera estate 2028 (input interessanti ma ancora abbastanza astratti come Metamorphosis per Milano Unica e Blossom per Première Vision) il calendario è divenuto un concetto – se lo si può definire tale - sempre più fluido, tanto da chiedersi se abbia ancora senso la ripartizione stagionale della moda.
Probabilmente sì, anche se per ragioni diverse da quelle eminentemente meteorologiche: il termine “seasonless” non è una formula magica che faccia uscire dalle secche di un'offerta ridondante, iper-frammentata in mille capsule e, in definitiva, confusa. E la confusione, insieme a fattori di ordine sociale ed economico che abbiamo visti applicati in devastazioni e ruberie in tutti i capoluoghi del centro-Italia nelle ultime settimane, sta allontanando sempre di più la clientela finale dal prodotto moda.
La sovversione dei calendari che ha elevato il “fuori stagione” a mantra stilistico ha almeno in parte delle ragioni contingenti: il cambiamento climatico, la clientela internazionale con le relative latitudini, l'accelerazione dei tempi di produzione e consegna. Ma concorre allo scopo anche il tentativo spasmodico di bruciare sul tempo i competitor e di proporre il proprio prodotto con un anticipo che catturi al volo chiunque desideri un piumino a luglio.
E infatti, la pressione sulla filiera non diminuisce, semmai è aumentata: le mini collezioni tematiche a getto continuo, i lanci addirittura mensili che rispondono alle condizioni del momento (non solo nel fast fashion) oltre a causare esaurimenti psico-fisici negli uffici stile - problema doloroso per chi lo vive ma che nessuno sembra considerare una priorità - sono comunque dispendiose e impattanti.
Se per alcuni produttori può essere impegnativo affrontare a intervalli di pochi mesi la messa in lavoro di tipologie di tessuto diverse, tenendo conto del costo di materie prime provenienti da aree geografiche critiche e del rischio di grandi stock di merce a magazzino, per contro assistiamo a una sempre maggiore specializzazione da parte delle tessiture.
Sono sempre più numerose, infatti, quelle che si concentrano su un’unica categoria di prodotti lavorando sulla personalizzazione e trasformando il DNA dell’azienda in riconoscibilità e promessa di qualità.
Quanto alla clientela internazionale e alle esigenze dei vari target geografici, si tratta di una necessità circoscritta soprattutto ai brand del lusso o con un forte posizionamento nell’immaginario contemporaneo (un club decisamente ristretto). La maggior parte dei marchi, infatti, vende già in mercati molto ben definiti e in aree geografiche specifiche, pur presentando le collezioni durante fashion week a copertura globale.
Il design senza stagione non è il superamento di un vincolo che limita la creatività, piuttosto qualcosa che si risolve nella standardizzazione, nell’abbigliamento modulare e nel layering - l’ovvia sovrapposizione - promossi come novità: al di fuori delle passerelle, non più capi scolpiti nei tessuti corposi ma ibridi sufficientemente leggeri da reggere anche con temperature miti, lane ultraleggere e cotoni pesanti che si adattino a repentini sbalzi di temperatura.
E se proprio si vuole cedere al cappotto di gusto nostalgicamente invernale è bene tenere a mente di inserire in collezione abiti superleggeri da indossare sotto, riproponendo una proposta di outfit ormai più che ripetitiva, o altri accorgimenti simili, più affini al visual merchandising che allo stile.
Seasonless è un bel concetto, ma sfuggente, e che dovrebbe essere guidato da maggiore ricerca di qualità e stile, il che richiede tempo e si scontra con la presunta necessità di nuove produzioni continue.
In un momento nel quale si fatica a costruire le identità creative forti di cui tutto il comparto moda ha bisogno per rifondarsi, l’assenza di limiti, anche quelli stagionali, non è libertà di progettare; al contrario i parametri, le “griglie di contenimento”, servono a racchiudere i capi in una relazione di senso. In fondo, o meglio, prima di tutto, si tratta solo di capire a chi ci rivolgiamo e quali siano le sue esigenze, termiche o altre.