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La regina della seta di Napoli
Giuseppe Menniti (ex Harmont & Blaine) ha acquisito l’ultima seteria originaria della Real Colonia di San Leucio, a Caserta, dove Ferdinando IV aveva istituito con Maria Carolina d’Asburgo la prima colonia socialista della storia, utopia paritetica e meritocratica che venne travolta dalla rivoluzione di Napoli e che Murat tentò vanamente di ampliare. Un progetto, ma soprattutto un simbolo
5 NOV 26
Ultimo aggiornamento: 08:15

Roma-Napoli, pomeriggio di ottobre. Oltre le mura spesse modello fortezza di una casa della capitale Teams funziona a tratti come al solito, e finisce che tocca disattivare il video. L’imprenditore campano Giuseppe Menniti, amministratore delegato di Barbuti, abbigliamento maschile di eccellenza, compare in tutta chiarezza, ed è di ottimo umore. Entro pochi giorni ospiterà un migliaio di persone a san Leucio per mostrare loro l’Antico Opificio Serico De Negri, tre secoli di storia, che ha acquistato circa un anno fa e restaurato a fondo ribattezzandolo Opificio Menniti, richiamandone gli artigiani e i sarti e assumendone di nuovi, in tutto una trentina, che per le modalità del progetto a cui sta lavorando sono in effetti molte. La sua idea ha un nome, HERitage, con il prefisso scritto in maiuscolo, come il pronome femminile e per le ragioni che si vedranno, ma soprattutto una struttura come piattaforma di recupero e rilancio dell’arte della seta. L’idea prende le mosse dal primo prodotto che lì venne immesso sul mercato nell’ultimo scorcio del Settecento: il fichu, foulard piccolo o grande ma comunque indossato piegato a triangolo con la punta sulle scapole che fu uno dei simboli della moda del periodo, infilato nel corsetto o portato come uno scialle e fermato sotto la cintura.
La scelta di Menniti è decisamente inattesa, visto che da due secoli le sete di san Leucio, o perlomeno quelle che si fregiano della dicitura di origine, molto sostenuta dalla politica locale ma in fondo nebulosa e sconosciuta a chi non sappia di storia dell’Italia e del tessuto, cioè a quasi tutti, compaiono nei palazzi del potere europei come elementi di arredo. “So bene che quando si pensa alle sete di san Leucio si evocano tappezzerie di siti reali e cancellerie”, dice. “Però, il primo manufatto che Maria Carolina di Asburgo Lorena volle immettere sul mercato furono appunto quei foulard piccoli come i carré attuali o grandi come la moda dell’epoca imponeva alle dame più abbienti. Ripartiamo da lì, con una piccola manifattura e ordinativi su commissione, o per meglio dire su invito e presentazione, come in un club. Non mi interessa che arrivino le folle, anche perché non avremmo modo di soddisfarne le richieste: sarà una produzione per conoscitori”.
Non è la prima volta che qualcuno tenta di rilanciare il Real Sito, per essere onesti già ai tempi dei fondatori le cose non si erano messe bene nonostante il genio dell’impresa, e dunque molti auguri. D’altronde, comprendiamo benissimo che sia impossibile non rimanere affascinati quando si arriva al Belvedere, si visita il palazzo con quella incredibile piscina di marmo grigio dal peso ciclopico al primo piano - fra Vanvitelli e Collecini due geni della progettazione, altroché – si percorre l'opificio dalla nursery dei bachi con la grande stufa e da lì si osservano le casette degli operai, linde ed eleganti col giardino sul declivio da cui si vede a sinistra il Real Bosco di Caserta e di fronte, in lontananza, il mare. La colonia di san Leucio fu la prima, in realtà l’unica, utopia socialista messa in atto in Europa settant'anni prima della pubblicazione del “Capitale”, insomma più che socialismo, Illuminismo in purezza. Venne peraltro progettata e parzialmente attuata da un re, Ferdinando IV di Borbone, che a dispetto del soprannome di “lazzarone” affibbiatogli per il gusto di mescolarsi al popolo e che avrebbe soffocato in un’orgia di sangue la Rivoluzione del 1799, aveva una formazione raffinata e un sacco di idee innovative, vedi il decreto che nel 1817 avrebbe concesso all'imprenditore francese Pietro Andriel l'esclusiva per l'illuminazione a gas idrogeno a Napoli: l'idea rimase sulla carta e sarebbe dovuto arrivare suo nipote perché venisse messa in pratica, vent’anni dopo, ma la realtà fu che Napoli divenne la prima città italiana illuminata a gas dopo Londra e Parigi, non Milano o tanto meno Roma, e che qualcuno ci aveva pensato prima degli altri. Certamente spinto della moglie, l’inarrestabile Maria Carolina che non disprezzava la compagnia femminile (lady Hamilton) e che immaginiamo ispiratrice non esclusiva ma principale dello Statuto di san Leucio del 1789 perché nessun altro stato europeo, di certo non i rivoluzionari francesi che due anni dopo le avrebbero imprigionato e poi decapitato la sorella minore Maria Antonietta, avrebbe fatto altrettanto per le donne per altri due secoli e mezzo, re Ferdinando approvò e applicò un testo che, salvo alcuni dettagli come per esempio l’orario di lavoro è ancora oggi un esempio di equità, parità di genere e meritocrazia. Lo statuto prevedeva la scuola dell’obbligo, maschile e femminile, e includeva nel programma le discipline professionali. Forniva agli abitanti del sito, che il re progettava di modellare in una città ideale, Ferdinandopoli, una casa gratuita con giardino, acqua corrente e servizi igienici, un lusso assoluto per l’epoca e non solo fra le classi operaie, e inoltre prevedeva dote e congedo di maternità per le giovani, una cassa comune “di carità”, assistenza garantita agli anziani e agli infermi. Ispirato alle teorie di Gaetano Filangieri, lo statuto aboliva anche la proprietà privata. Entusiasti, accorsero lavoranti dai centri setaioli di tutta Italia, Francia, Turchia (ed ecco spiegato perché a san Leucio arrivò attorno al 1780 un Francesco De Negri, cognome ligure, e perché la famiglia vi rimase per oltre duecentocinquant’anni. Anzi, come racconta Menniti, “furono gli ultimi a mantenere l’opificio all’interno del Belvedere”). Il progetto venne infatti interrotto per la prima volta dieci anni dopo per lo scoppio della Rivoluzione di Napoli di cui tanto avrebbe scritto negli anni successivi Alexandre Dumas, quindi per la nascita della Repubblica Partenopea con la discesa di Napoleone e l’instaurazione del regno di Gioacchino Murat, che pure tentò di riprenderlo e ampliarlo, e infine abbandonato definitivamente con l’unità d’Italia, perdendo anche il suo particolare statuto. Da artigiani con patente reale, con lo sbarco a Milazzo i De Negri si erano infatti ritrovati imprenditori: lo sono stati fino a una decina di anni fa, superando ogni sorta di sconquasso politico ed economico, fino a quando la concorrenza cinese, e l’aumento dell’uso delle per due secoli e mezzo, un decennio fa richiesero l’intervento dello stato che, attraverso la Gepi, aveva trovato un nuovo azionista nella famiglia romana Sabelli. Poco prima era arrivato il “marchio di tutela” promosso dalla Camera di Commercio di Caserta, ricca di belle parole e proponimenti per “contrastare la produzione cinese”, in realtà inapplicabile e infatti inapplicata. Menniti, che è anche presidente della locale Fondazione Orizzonti e che, nomen omen, si propose di dare un nuovo futuro alla zona, con particolare riguardo all’impiego femminile, arriva quando tutto sembrava davvero perduto con un’esperienza pluridecennale alla guida delle strategie commerciali di Harmont&Blaine nel mondo: non appartiene alla schiera di quei politici un po’ patetici per i quali sempre “il mondo ci invidia” qualcosa che in genere nemmeno conosce, non è nemmeno ossessionato dalla moda.
È arrivato a un punto della propria carriera in cui può permettersi di investire tempo e denaro in una impresa rilevante dal punto di vista sociale, politico e culturale. Dunque, ecco l’Opificio restaurato e riattivato sulla Piazza della seta e il progetto “HERitage San Leucio” affidato alla direzione creativa di Stefano Chiassai e una serie di codici visivi e manufatti, dai fichu agli arazzi, che dovranno cementare il percorso di rinascita inscrivendosi nel