Moda
Foglio della Moda •
La donna vestita di stelle
Ingegnere, figlia dell’alta borghesia ebraica austriaca, la diva più bella del mondo degli anni Trenta e Quaranta, agente per gli Usa durante la Seconda guerra mondiale e alle origini, con i suoi brevetti, della tecnologia wifi, Hedy Lamarr rivive in una collezione di accessori. “Della fama non le importava nulla. Vendette tutti i suoi abiti”, racconta la nipote Wendy Colton

Il costume che continua a fare moda. Hedy Lamarr, nome d’arte di Hedwig Eva Maria Kiesler (1914-2000), in una foto di scena di “Ziegfield girl” (Robert Z. Leonard, 1941) in cui indossa “Galaxy of stars”, creato per lei da Gilbert Adrian
Che esistano nel mondo diverse giovanissime chiamate Chanel, inclusa una cestista congolese, è un evidente, ancorché confuso, omaggio alla fama del brand e al cognome della sua fondatrice, tuttora vivissima nella memoria mondiale grazie a una sapiente e costante attività di comunicazione. Che invece viva a Napoli, nella fascia attorno ai quaranta, una creatrice di accessori che si chiama Hedylamarr, battezzata col nome e cognome, peraltro fittizi, di una diva degli Anni Trenta del Novecento, è particolarmente interessante perché apre scenari inediti al tempo stesso sullo studio dell’anagrafica e i codici della perduranza del mito. Nel caso di Hedy Lamarr, non solo cinematografico o modaiolo, ma anche scientifico. Nel solco dell’attuale riscoperta di geni femminili della matematica come Ada Lovelace, la figlia di lord Byron che è alle origini degli studi informatici, si è infatti inserita anche Hedy, nata nel 1914 a Vienna come Hedwig Eva Maria Kiesler, figlia dell’alta borghesia ebraica, laureata in ingegneria, che è invece per dirla in estrema sintesi la donna che inventò il Wifi. Tenace oppositrice del nazismo, la “Ziegfield girl” (1941), film feticcio di tre generazioni di costumisti, couturier e stilisti, da Danilo Donati a Valentino e Giuseppe di Morabito, dagli Stati Uniti dove aveva trovato rifugio per sfuggire al nazismo lavorò per i servizi Usa e brevettò con il compositore George Antheil il cosiddetto salto di frequenza, che decenni più tardi avrebbe rappresentato la base della tecnologia sviluppata per creare GPS, Wi-Fi e Bluetooth, motivo per il quale è stata inserita nella National Inventors of Fame. Ora le sue formule compaiono su una borsa a tiratura limitata curata dalla sua omonima, Hedylamarr Rodrigues, designer brasiliana che risiede in Italia; sono state realizzate da uno storico artigiano napoletano, Salvatore Polieri, e presentate nelle scorse settimane alla Festa del Cinema di Roma. “L’idea di creare una collezione in suo onore è nata durante la pandemia, quando ho commissionato un dipinto a sua figlia, Denise Loder-de Luca. Avere prima in casa e poi nel mio ufficio il ritratto di questa donna inimitabile mi ha portato a chiedermi che cosa rappresentasse per me e come potessi trasmettere l’eredità di una figura così forte alle altre persone. La borsa è un modo per custodire e celebrare le sue formule». Dunque, nessun richiamo ai suoi film, ai meravigliosi costumi di cui la vestì Gilbert Adrian, incantato da quella bellezza “esotica” per Hollywood, da quei capelli corvini e quell’incarnato eburneo che per contrasto faceva apparire sbiadite, antiquate e volgari le star platinate degli anni Trenta: per vestirla ne “La signora dei tropici”, (1939), Adrian spese più di 35mila dollari, una cifra folle per l’epoca, avvolgendole il volto in una rielaborazione sofisticatissima del caratteristico hijab Al-Amira con il velo che parte dal cappellino. Eppure, come racconta la nipote della diva, Wendy Colton, che ha dedicato alla nonna un documentario (“Bombshell”, 2017, lo trovate su Prime Video) nulla di quegli anni fastosi è arrivato fino a oggi, conservato o perfino citato. “Mia nonna è sempre stata molto riservata, e questa regola si estendeva ovviamente anche alla sua famiglia. Vivevamo lontane, quindi non abbiamo avuto modo di trascorrere molto tempo insieme. L’ultima volta che l’ho incontrata di persona avevo sei anni. Ma parlavamo molto, gestiva molte delle sue relazioni al telefono. Aveva eretto un muro tra lei e la sua carriera, chiudendo col suo passato: non ne parlava mai, nemmeno con noi familiari”. Come molti altri artisti, anche Hedy Lamarr si era scontrata con la gestione del proprio doppio, di quell’altro da sé che era la creatura a cui lei stessa aveva dato vita. A eccezione di qualche apparizione televisiva, ha voluto vivere un’esistenza comune, seppur non esente da tormenti e ombre, vedi gli episodi di cleptomania che la riportarono più volte tristemente sulle pagine dei giornali. Finì i propri giorni in una residenza per anziani. “Non voleva più far parte del mondo delle celebrità, non le interessava assolutamente la fama”. Ci piacerebbe favoleggiare di un suo guardaroba simile a una wunderkammer, con abiti di scena e cimeli legati ai film che aveva interpretato, incluso il celeberrimo “peacock dress”, ricoperto di piume di pavone, che Edith Head le fece realizzare per “Samson and Delilah” (1949), vinse l’Oscar e che è ancora nei sogni di tutte le queen del mondo. Nel 1968 si sbarazzò di ogni avere mettendolo all’incanto pur di chiudere, appunto, col suo glorioso passato. Come vestiva, quindi, nel quotidiano una donna che aveva incarnato la quintessenza del glamour? “Aveva uno stile estremamente sicuro, audace e al tempo stesso naturale”. Non è un caso che tutti gli stilisti l’abbiano idolatrata e continuino a farlo. Possedeva la nonchalanche naturale che gli stilisti ricercano in tutte le loro muse. “E ne quotidiano” aggiunge la nipote, “sfoggiava di un’eleganza casual ma chic. Fondamentalmente, era rimasta un’europea”.