Moda
Foglio della Moda •
L’abito è scrittura drammaturgica
L’eredità di Bob Mackie nel cinema, nella televisione e nella moda (fu il primo a intuire che l’abito moderno avrebbe costruito un’identità) analizzata dal più famoso costumista italiano di questi anni, ora al lavoro sul serial diretto da Gabriele Muccino tratto dal memoir di Allegra Gucci
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Bob Mackie, scomparso poche settimane fa a ottantasette anni nella sua California di nascita, ha modificato il modo in cui l’abito agisce nella cultura visiva contemporanea. Moda, cinema, teatro e grandi eventi non furono per lui territori separati: vi fece circolare forme, tecniche e immagini. Comprese che l’abito moderno non avrebbe più soltanto vestito un corpo, ma costruito un’identità, funzionato sotto le luci e prodotto un’immagine destinata alla memoria collettiva. La sua influenza sulla moda nasce innanzitutto da un rovesciamento. Per molto tempo era stata la moda a offrire modelli allo spettacolo; con Mackie è spesso lo spettacolo a produrre moda. Le apparizioni televisive di Cher negli anni Settanta, viste ogni settimana da milioni di persone, diffusero con rapidità una nuova immagine femminile: il ventre scoperto, i pantaloni a zampa, le trasparenze illusionistiche, i copricapi smisurati, le piume e i ricami aderenti alla pelle. Quelle invenzioni, nate per una figura e per una precisa condizione scenica, vennero imitate dall’industria dell’abbigliamento e penetrarono nel gusto comune. Il palcoscenico smetteva di essere soltanto una vetrina: diventava un laboratorio capace di anticipare e orientare la moda. Mackie ridefinì soprattutto il rapporto tra abito e nudità. Le sue basi color carne, le applicazioni e i ricami non nascondono l’anatomia: la ridisegnano. Una linea di cristalli sostituisce visivamente una cucitura e una decorazione guida lo sguardo. Molto prima che l’espressione “naked dress” entrasse nel lessico della moda, ne aveva sviluppato la grammatica: la nudità non era assenza di abito, ma illusione prodotta dalla tecnica. Questa lezione è diventata centrale nella moda contemporanea, soprattutto nella sua dimensione mediatica. Trasparenze, ricamo integrale, rapporto ambiguo tra pelle reale e pelle simulata, decorazione anatomica e iperbole delle proporzioni appartengono ormai al repertorio corrente delle passerelle e dei red carpet. Ma in Mackie non erano espedienti isolati: rispondevano sempre al corpo, al movimento e al carattere di chi li indossava. La sua influenza più profonda non coincide quindi con la semplice imitazione di piume o paillettes, ma con l’idea che l’abito debba produrre un’immagine immediatamente riconoscibile.
Anche il red carpet, oggi considerato un sistema autonomo di comunicazione, deve molto a questa concezione. Il celebre insieme nero indossato da Cher agli Oscar del 1986, con il ventre scoperto e un enorme copricapo di piume, non cercava di adeguarsi con discrezione al cerimoniale. Trasformava l’ingresso in un numero teatrale e la premiazione in una dichiarazione visiva. L’abito non accompagnava più l’evento: diventava esso stesso un evento. Gran parte della moda da cerimonia contemporanea, pensata per generare fotografie, commenti e una circolazione immediata sui media, discende da questa intuizione. Nel cinema, l’influenza di Mackie appare meno letterale, ma non meno importante. Il suo lavoro ha dimostrato come il costume possa conciliare ricostruzione storica e presenza contemporanea dell’interprete. Nelle opere per le quali ricevette tre candidature all’Oscar — “Lady Sings the Blues”, “Funny Lady” e “Pennies from Heaven” — l’epoca non è trattata come un repertorio da copiare passivamente. Viene filtrata attraverso la memoria del cinema, la personalità degli attori e la funzione narrativa di ogni abito. La documentazione diventa materia viva, non vincolo illustrativo. In “Lady Sings the Blues”, firmato con Ray Aghayan, il guardaroba di Diana Ross evoca Billie Holiday e insieme sostiene la forza iconica dell’interprete. In “Funny Lady” l’abito lavora sul confine fra vita e palcoscenico; in “Pennies from Heaven”, gli anni Trenta sono restituiti attraverso il filtro artificiale del musical. La fedeltà storica non risiede nella copia, ma nella capacità di rendere credibile un mondo attraverso la selezione e l’interpretazione. Mackie portò nel cinema la silhouette come segno narrativo: colore, proporzione e movimento possono raccontare un’evoluzione psicologica con la precisione di un dialogo. È una lezione evidente nel cinema musicale e biografico successivo, dove il costume deve spiegare anche come una celebrità abbia costruito la propria immagine pubblica.
Sul teatro l’influenza di Mackie è ancora più diretta. La scena richiede che il costume sia leggibile da lontano, reagisca alla luce e accompagni il gesto. Mackie ha dimostrato che l’esuberanza può essere rigorosa: una silhouette smisurata, una massa di piume o un ricamo scintillante funzionano soltanto quando proporzioni, peso ed equilibrio sono perfettamente controllati. Il Tony Award ricevuto nel 2019 per “The Cher Show” sancì la portata teatrale del suo linguaggio. Ricreando per nuovi corpi e cambi rapidi costumi ormai storici, Mackie non produsse copie museali: ne restituì l’effetto dentro una nuova drammaturgia. Il suo archivio diventava racconto, e il costumista autore e interprete della propria opera. La sua influenza teatrale riguarda anche l’ironia. Nel celebre abito-tenda creato per “Went with the Wind!”, la parodia di “Gone with the Wind” interpretata da Carol Burnett, il costume produce la battuta prima ancora che l’attrice parli. Il tendaggio verde, con l’asta ancora appoggiata sulle spalle, racconta simultaneamente la pretesa eleganza del personaggio, la sua povertà e la demolizione del melodramma hollywoodiano. Quel costume, oggi conservato allo Smithsonian Institute, dimostra in modo esemplare che l’abito può essere scrittura drammaturgica. La comicità non nasce da un oggetto approssimativo, ma dall’assoluta serietà con cui viene costruito l’assurdo.
Nel campo degli eventi e dello spettacolo dal vivo l’impronta di Mackie è forse ancora più pervasiva. Il concerto pop contemporaneo è organizzato come una sequenza di apparizioni: cambi rapidi, silhouette immediatamente leggibili, immagini destinate a vivere non soltanto davanti al pubblico presente, ma nelle fotografie, nei video e nella loro diffusione globale. Mackie lavorava già secondo questa logica quando il costume da concerto non era ancora percepito come un sistema narrativo complesso. Per Cher, Diana Ross, Tina Turner, Elton John e altre grandi personalità non creava semplicemente abiti vistosi, ma strumenti costruiti sulle differenti energie performative. Mackie aveva compreso che il costume di un grande evento deve operare contemporaneamente su scale differenti. Deve funzionare per lo spettatore lontano, per la macchina da presa, per il primo piano e per la fotografia che continuerà a circolare quando la performance sarà terminata. Una frangia prolunga il gesto; un cristallo intercetta la luce; una piuma modifica il volume; un colore separa il corpo dallo spazio. Nulla è puramente decorativo. Ogni elemento partecipa alla leggibilità dell’immagine e alla sua capacità di imprimersi nella memoria. Questa concezione ha influenzato concerti, cerimonie, Las Vegas, varietà e grandi show internazionali, rendendo il guardaroba parte della regia, sullo stesso piano delle scene, delle luci e delle coreografie. La sua eredità attraversa anche la cultura queer e l’arte drag, che vi hanno riconosciuto una celebrazione dell’artificio, della metamorfosi e del diritto a essere visibili.
L’unità del suo lavoro risiede nell’aver trasformato l’abito in comunicazione totale. Nella moda ha reso lo spettacolo generatore di tendenze; nel cinema ha conciliato storia e presenza divistica; nel teatro ha fatto del costume una drammaturgia; negli eventi ha imposto l’apparizione come parte della regia. Il suo lascito non è un repertorio di strass e piume, ma un metodo fondato sulla conoscenza del corpo, della luce e della distanza. Bob Mackie ha insegnato che lo spettacolare non coincide con il vistoso, ma nasce quando tecnica, carattere e immaginazione diventano inseparabili. Un costume riuscito continua nel gesto, attraversa lo schermo e sopravvive all’evento. È nel trasformare l’abito in immagine, e l’immagine in memoria, che risiede la sua influenza più duratura.
* L'autore è Costumista, storico del costume, candidato agli Oscar per Pinocchio e Cyrano, ha vinto sei David di Donatello, quattro Nastri d’Argento e quattro Ciak d’Oro. Proprietario della più importante collezione di abiti d’epoca in Europa (quasi settemila capi dal Seicento agli Anni Ottanta del Novecento, che includono Worth, Doucet, Chanel, Babani, ma anche Ventura, Montorsi, Valentino, Albini), curatore della mostra “Regine di scena” ancora in corso alla Reggia di Venaria, attualmente sta completando le riprese del serial sulla famiglia Gucci, diretto da Gabriele Muccino e prodotto da Sky Studios e Lucky Red, tratto dal libro di Allegra Gucci “Fine dei giochi: luci e ombre sulla mia famiglia” (Edizioni Piemme)