La moda che diventa prisma per parlare di Roma e di un’epoca lontana. Una mostra

Nell'esposizione “Moda in Luce 1955-1975” alla Centrale Montemartini gli abiti non sono mai trattati come reliquie, ma diventano le figure di un racconto più ampio. L'equilibrio fra ricerca e progetto espositivo
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Le mostre di moda rischiano spesso di assomigliarsi. Una successione di abiti straordinari, illuminati con cura, accompagnati da fotografie d’epoca che sussurrano nostalgia e magari associati a una colonna sonora ammiccante. Il pubblico ammira, riconosce qualche nome celebre, scatta foto e prosegue. La storia rimane sullo sfondo. “Moda in Luce 1955-1975”, alla Centrale Montemartini, evita questo effetto mosaico che spesso si traduce in facile scorciatoia. Non perché gli abiti non siano importanti (data la qualità dei prestiti alcuni sono autentici capolavori, dal primo abito rosso di Valentino alle creazioni di Capucci, Forquet, Galitzine o Lagerfeld per Fendi) ma perché non sono mai trattati come reliquie. Diventano le figure di un racconto più ampio, quello della città di Roma che tra gli anni Cinquanta e Settanta costruisce un nuovo immaginario internazionale. L’aspetto interessante della mostra è proprio questo equilibrio fra ricerca e progetto espositivo.
Fabiana Giacomotti, anche curatrice dal 2021 del Foglio Moda, costruisce una narrazione fondata sul patrimonio dell’Archivio Luce, evitando la tentazione della cronologia didascalica. La moda dialoga continuamente con il cinema, con l’industria, con il giornalismo, con l’urbanistica, con l’arte, con la metamorfosi sociale di un paese che scopre il boom economico e inventa il Made in Italy. Roma non è semplicemente lo sfondo, è la principale attrice non protagonista. A questa chiarezza curatoriale corrisponde un allestimento immaginifico. La costruzione degli spazi è affidata a Dario Dalla Lana che rinuncia all’effetto spettacolare e preferisce trasformare gli spazi di archeologia industriale in una sequenza di ambienti da attraversare e non solo da osservare. Corridoi rivestiti di fotografie, sale che evocano atelier, grandi immagini retroilluminate, teche leggere, pareti grafiche. Ogni soluzione serve il racconto senza sovrastarlo. Le immagini in movimento, le retroproiezioni e il montaggio dei filmati costruiscono un ritmo cinematografico che accompagna il visitatore. Un esempio convincente di come l’architettura della mostra possa interpretare un progetto curatoriale invece di limitarsi a ospitarlo. Gli abiti convivono in relazione con le fotografie che li hanno resi iconici, ricordando che la fortuna della moda italiana nasce anche dalla sua capacità di essere fotografata, filmata, diffusa. Non esiste qui una separazione tra storia del costume e storia dei media, una ha sempre alimentato l’altra. Non è un caso che nel percorso trovi spazio Palma Bucarelli.
La storica direttrice della Galleria nazionale d’Arte moderna compare come figura di un’intellettuale capace di considerare l’eleganza come parte della cultura visiva e non come il suo ornamento, a dimostrazione che nella Roma di quegli anni la moda non nasce soltanto nelle sartorie o a Cinecittà ma anche nei musei. La moda non appare come un universo separato dall’arte, condividendone lo stesso sistema culturale, gli interlocutori e il linguaggio (anche oggi è lo stesso, ma per altri motivi). Si esce dalla mostra con una sensazione insolita. Più che aver visitato una rassegna di moda si ha l’impressione di aver attraversato una stagione culturale ancora così presente nel nostro immaginario. Gli abiti raccontano il gusto che dava diffondendosi ma raccontano soprattutto un’idea di modernità, di industria e di aspirazione collettiva. E’ forse questo il risultato migliore di “Moda in Luce”, dimostrare che una mostra sulla moda può parlare, prima ancora che di eleganza e di stile, di società.