Moda
Il Foglio della Moda •
Il brillante futuro degli ex
Conversazione con Marc Jacobs e Frida Giannini fra Venezia e Palmarola, in attesa del ritorno di Donatella Versace. “Continuo a lavorare, ma voglio una vita oltre le collezioni e i negozi”, dice il designer americano, esibendo le celeberrime unghie istoriate, che sono parte del suo nuovo racconto amoroso
3 OTT 26

Marc Jacobs arriva a casa di Diane von Fürstenberg con le unghie lunghe, affilate, coperte di brillantini viola che catturano la luce a ogni movimento della mano. Nonostante la stanza dove ci troviamo sia affollata di abiti, fotografie, opere d’arte e persone abituate a guardare la moda e il cinema molto da vicino (fra gli ospiti sono anche Sofia Coppola che gli ha dedicato il docufilm “Marc by Sofia”, suo padre Francis Ford e la fotografa Annie Leibovitz), finiscono per essere loro, le unghie, il dettaglio più osservato. Anche da noi. Jacobs lo sa, sorride. Continua a parlare del suo lavoro con quella leggerezza un po’ infantile che gli è rimasta intatta mentre tutto, intorno, è diventato molto più grande di lui. Lo abbiamo incontrato a Venezia, nella nuova casa che Diane ha preso in affitto da una cugina che non sapeva cosa fare, evidentemente, di un appartamento così grande con vista sul Canal Grande. C’è anche Charly Defrancesco, ex spogliarellista, imprenditore e compagno di vita del designer (si sono sposati nel 2019), una presenza spiritosa e affettuosa che contribuisce a rendere la serata ancora più divertente. «Se quelle mani e quelle unghie potessero parlare», ironizza. Jacobs ha venduto il controllo del marchio che porta il suo nome dopo quasi trent’anni di rapporto con LVMH, ma continua ad esserne il fondatore e direttore creativo. L’accordo annunciato nel 2026 con WHP Global, insieme a G-III per alcune attività operative, apre una nuova fase societaria con lui che resta al centro delle collezioni, delle sfilate e della direzione creativa. «Sto vivendo un momento bellissimo, perché oltre a lavorare sto con mio marito e gli amici, c’è una vita oltre le collezioni e i negozi», oltre il marchio che ormai vive anche oltre la sua figura, aggiungiamo noi. «Sono più interessato al mio futuro, mentre molti, invece, preferiscono continuare a raccontare solo il mio passato», aggiunge. Il suo passato arriva sotto forma di immagini, di archivi, di campagne, di una lunga storia cominciata con Perry Ellis e passata attraverso Louis Vuitton, fino al marchio personale. Il presente invece ha anche la forma delle sue mani con le unghie che diventano una conversazione parallela. Sono lunghe, decorate, ricoperte di cristalli Swarovski viola e costruite con la precisione di un piccolo oggetto di design, una manicure che da diversi anni è parte del suo vocabolario. Nel 2016, infatti, con l’hashtag #MalePolish, aveva contribuito a rendere familiare un gesto che per molti uomini della moda appariva ancora eccentrico. Da allora ha continuato a sperimentare forme, colori, cristalli, loghi, superfici, ricrescita volutamente esibita e decorazioni tridimensionali. Le mani di Marc sono diventate una specie di taccuino in movimento. Parlano, in effetti, più di quanto suo marito possa pensare e ogni volta raccontano qualcosa prima ancora che inizi una conversazione. Alla padrona di casa la situazione diverte, come la diverte ancora la moda e il wrap dress che per lei ha sempre avuto un rapporto diretto con il carattere. La sua occupazione principale sono oggi i DVF Awards, arrivati nel 2026 alla diciassettesima edizione. Li ha creati nel 2010 insieme con la Diller-von Furstenberg Family Foundation per sostenere donne impegnate in progetti capaci di produrre conseguenze concrete nella vita di altre donne. Quest’anno i riconoscimenti sono andati a Jane Fonda, all’ex prima ministra delle Barbados Mia Amor Mottley, alla fotogiornalista Lynsey Addario, alla fondatrice e amministratrice delegata di Food4Education Wawira Njiru e a Gisèle Pelicot. Diane osserva oggi la moda con una distanza che le consente di parlarne senza nostalgia. Il suo interesse si è spostato progressivamente dall’oggetto all’effetto che l’oggetto può produrre. I premi sono diventati una parte importante della sua attività, così come la scrittura, le conversazioni, la cura del proprio archivio e la costruzione di una memoria personale che continua a produrre lavoro. Anche il trasferimento a Venezia - cui ha dedicato due libri (“La donna che volevo essere” e “Serenissima”, entrambi pubblicati da Marsilio) appartiene a questa fase: “É una scelta di vita che ha il sapore di un nuovo capitolo, accompagnata da una casa perfetta per accogliere persone e racconti”, ci dice. Gli stilisti si ritrovano oggi dentro un sistema in cui il marchio è un’impresa globale, il direttore creativo una figura manageriale, il pubblico una comunità digitale e l’immagine personale una parte del prodotto.
Alcuni hanno venduto, altri hanno lasciato il comando, altri hanno costruito fondazioni, libri, ristoranti e collaborazioni. La loro seconda vita è diventata un laboratorio. Per esempio, quello di Frida Giannini. Quando l’abbiamo incontrata a Palmarola, l'isola di Alda Fendi (che per prima la assunse con le sue sorelle), mancavano poche settimane allo scoppio della sua polemica contro l’amministrazione di Sabaudia per le condizioni in cui versa la zona e la restituzione del titolo di ambasciatrice della cittadina laziale ricevuto nel 2019. Dopo nove anni alla direzione creativa di Gucci, il suo lavoro si è progressivamente spostato verso consulenze (per Liberty London, tra gli altri), collaborazioni e progetti personali. La moda rimane dentro il suo modo di osservare le cose, mentre il tempo viene distribuito su interessi che erano già presenti prima delle grandi responsabilità della maison, per esempio la musica. La sua raccolta di ottomila vinili, per esempio, diventata libro, di cui parlò con “Il Foglio della Moda” qualche anno: “A Journey Into the Style and Music of My Icons Since 1969 – The Year of the Big Bang”, pubblicato da Rizzoli New York. Nella sua vita c’è però anche Bixio, il caffè bistrot che ha aperto a Monteverde, nel quartiere romano in cui è nata. Il locale occupa lo spazio dello storico bar Faustini e nasce dalla volontà di restituire un luogo della memoria alla vita quotidiana. Lei ne ha curato l’identità e il progetto degli interni con lo chef Dario Pompei: l’ambiente conserva il senso di un vecchio bar di quartiere e lo aggiorna attraverso lampade, arredi, materiali e dettagli, che Giannini sceglie con la precisione di una designer, mentre il menu attraversa l’intera giornata, dalla colazione ai piatti romani e mediterranei, ai cosiddetti tegamini e alle scarpette con pane fatto in casa, ciambellone compreso. “Il nostro - precisa - viene rigorosamente prodotto in casa”. Lei che per anni ha lavorato su borse, gioielli, abiti e accessori ora lavora su una stanza, una luce, un piatto, una tazza, sul modo in cui una persona entra e si siede. La scala è diversa, ma l’attenzione è identica. C’è poi Donatella Versace che alle ultime sfilate milanesi si è trasformata in una specie di presenza trasversale del sistema moda. Seduta nelle prime file, invitata da maison diverse, è stata fotografata, salutata, abbracciata e coinvolta in conversazioni e feste private. Da Gucci rideva con la modella Mariacarla Boscono, durante il Vogue World era accanto a Demna e a Pierpaolo Piccioli, poi altre serate, altri tavoli, altri marchi. La sua presenza sembrava raccontare la fase successiva alla grande stagione in cui il suo cognome era stato sinonimo di una sola casa, un passaggio storico e personale insieme. Versace appartiene ormai al gruppo Prada, che nel 2025 ne ha completato l’acquisizione annunciando pochi mesi dopo l’ingaggio di Pieter Mulier come nuovo Chief Creative Officer. Pochi giorni fa, dopo aver terminato una direzione creativa lunga ventisette anni, Donatella Versace ha il proprio ritorno al lavoro creativo con Revolve Group: un nuovo progetto di moda e beauty destinato soprattutto a un pubblico giovane. Sarà Chief Creative Officer del nuovo brand, il cui nome e dettagli produttivi sono ancora riservati. Il lancio partirà dagli Stati Uniti e da altri mercati internazionali, con un’attenzione dichiarata alle nuove generazioni. È una Donatella diversa da quella che ricordiamo nelle campagne degli anni Novanta e Duemila, eppure immediatamente riconoscibile, più presente sui social, più libera nel parlare direttamente con il pubblico, molto seguita su Instagram e TikTok, una che continua a usare parole come “fearless”, “inclusive” o espressioni come “alive in the world”. Il rapporto con la comunità LGBTQI+ rimane una componente importante della sua identità pubblica e la sua capacità di trasformare un atteggiamento in un’immagine, un’immagine in un simbolo e un simbolo in una relazione con il pubblico continua a essere una delle sue caratteristiche più evidenti. Il suo nuovo progetto con Revolve nasce proprio dentro questo nuovo ecosistema e la maison tradizionale, con il suo calendario, le sue collezioni e il suo patrimonio, sembra oramai appartenere ad un’altra struttura. Donatella può concentrarsi sulla persona Donatella, ha il suo posto garantito non solo a cena (la citazione è dal “Diavolo Veste Prada”, d’accordo), ma sul proprio linguaggio e su un pubblico che conosce soprattutto attraverso lo schermo. La questione interessante riguarda la traduzione di quella personalità in un nuovo marchio, quanto del suo passato verrà trasferito e quanto verrà lasciato fuori. Un po’ come ha fatto Marc Jacobs con la società che ha cambiato proprietario, il nome che è rimasto e il designer che continua a disegnare e lui - Jacobs - che può permettersi di essere contemporaneamente autore, personaggio, collezionista, osservatore e protagonista dei propri social, con o senza unghie finte. **La moda, a questo punto delle loro vite, sembra essersi allargata.**Il vestito resta, naturalmente, così come il negozio, la sfilata, il logo e la collezione, ma attorno sono comparsi il cinema, i libri, la cucina, i premi, le fondazioni, le collaborazioni e i social. Lo stilista ha smesso di essere soltanto colui che consegna una collezione (molte) volte all’anno e si è trasformato in una figura capace di produrre attenzione in molti formati. Forse è questa la vera continuità fra generazioni diverse di creativi, la capacità di cambiare il proprio mestiere prima che il mestiere cambi loro. Jacobs lo fa attraverso una nuova fase societaria e una creatività personale sempre più libera. Von Fürstenberg attraverso una piattaforma dedicata alle donne, con i libri e una vita intellettuale ancora molto attiva, Giannini attraverso la musica, la scrittura, la consulenza e un bistrot romano e Donatella attraverso un marchio che deve ancora avere un nome (il suo, molto probabilmente), ma che nasce sotto il segno della sua presenza. Se la moda li ha resi famosi, il problema, e anche il privilegio, sarà capire che cosa fare della fama quando il calendario non basterà più. La moda può aspettare la prossima sfilata, tanto a loro importa solo non restare fedeli alla propria leggenda, ma continuare a sorprenderla.