Moda
IL FOGLIO DELLA MODA •
Volete vendere qualità? Riportate tessuti e tessutai nella comunicazione come un tempo (se potete permettervelo)
Fino a tutti gli anni Novanta, un certo tessuto era l’elemento chiave di una collezione. La scelta di un tessuto o di un altro rappresentava un manifesto estetico o, come si dice ora - purtroppo a volte per definire il nulla - uno “statement”. Oggi è invece la frammentazione a dominare la moda, nelle forme e nei materiali

Ossie Clark (Foto Getty)
Se pensiamo alla moda del secondo Novecento siamo colpiti, immancabilmente, da un'atmosfera che l’identità tessile contribuisce ad evocare quanto le linee e i volumi: le superfici lisce o “spettinate” come il mohair degli anni ’70, le mani morbide o più rigide di ispirazione couture, e naturalmente i motivi stampati: nulla più della stampa caratterizza i periodi. Fino a tutti gli anni Novanta, un certo tessuto era l’elemento chiave di una collezione (pensiamo per esempio all’acetato tubico di Galtrucco per Armani, che ha segnato un decennio). La scelta di un tessuto o di un altro rappresentava un manifesto estetico o, come si dice ora - purtroppo a volte per definire il nulla - uno “statement”.
Oggi è invece la frammentazione a dominare la moda, nelle forme e nei materiali. Dimentichiamoci quindi la nettezza visiva degli anni Sessanta, l’appiombo “democratico” dei tessuti sintetici, alla portata di tutte le tasche, le stampe optical e psichedeliche, attraverso le quali ogni designer aveva comunque il proprio tratto riconoscibile, tanto da identificare un genere, come per esempio Emilio Pucci, e ancora i velluti, lisci o a coste, e i Paisley degli anni settanta, le micro geometrie postmoderniste e il lamé degli anni Ottanta e infine i primi tessuti tecnici di derivazione active, cioè sportivo-metropolitana.
Queste, e molte altre immagini, sono il racconto di epoche identificabili anche attraverso la materia indossata, mentre ormai da troppo tempo siamo immersi in micro-trend limitati, di brevissima durata che, marcando le distanze l’uno dall’altro, non diventano mai un segno distintivo della contemporaneità. I produttori di tessuti conoscono bene e in parte subiscono questa frammentazione, tanto che alla presentazione delle nuove collezioni ai clienti o nelle fiere è percepibile come le risorse tecniche e il know how interno siano spesso non abbastanza valorizzati, nel tentativo di accontentare una clientela tanto vasta quanto indecisa. Intanto, i designer che devono differenziarsi quanto più possibile per paradosso trovano gli input essenzialmente negli archivi aziendali delle tessiture, un patrimonio tecnico di valore che è un peccato ridurre all'ennesima reinterpretazione, alle minime variazioni nella mischia delle fibre dettate più da motivazioni economiche che di resa del tessuto e nelle infinite varianti colore banalizzate dall’AI a partire da un originale inarrivabile per gli accostamenti.
Eppure, dal punto di vista tecnico le condizioni per inventare un materiale che incarni una visione ci sarebbero tutte, molte di più di quando Cristóbal Balenciaga volle regalarsi un tessuto tutto per sé, il gazar, e non soltanto nell’ambito del recupero e della sostenibilità, che dovrebbero essere precondizioni alla produzione più che segno visivo. Tecniche artigianali riprodotte o coadiuvate da procedimenti industriali, colorazioni che possono essere stabilizzate solo con l’ausilio della tecnologia (ho rinunciato con rammarico all’artigianalità oltranzista di una seta storica della Maison Bucol tinta e invecchiata sotto terra in una coltivazione di tuberi, che stingeva irrimediabilmente), telai che permettono la stampa digitale contemporaneamente sulle due facce del tessuto eliminando l'antiestetico rovescio bianco e dando la possibilità di creare abbinamenti senza preoccuparsi dei minimi di produzione. In generale le pur presenti sperimentazioni e innovazioni hanno un carattere episodico, rappresentano un micro-argomento, ancora una volta frammentario, a margine di collezioni molto raccontate, concettuali o dense di riferimenti, citazioni e sovrastrutture (accessori, lavorazioni), nelle quali la materia tessile è persa di vista e diventa una tela bianca da ricoprire.
Ogni tanto c’è qualche fiammata di attenzione (il “ritorno” del denim, del velluto…), di effimera durata commerciale e scarsa rilevanza visiva nella fiera dell’eterogeneo. Forse è colpa dei tempi; abbiamo di fronte a noi letteralmente centinaia di stili e, come designer, milioni di ispirazioni: fare sintesi prendendo una direzione decisa a partire dalla scelta dei materiali è un'operazione che richiede coraggio (il calo di vendite è comunque sempre in agguato per mille altri motivi) ma il contrario non è la totale libertà creativa quanto piuttosto la confusione.
Se fino agli anni Novanta, le campagne pubblicitarie di maison e creatori riportavano spesso a fondo pagina il nome delle tessiture partner della collezione, e designer mitici come Ossie Clark hanno legato la propria identità alle stampe della moglie Celia Birtwell senza perdere un grammo della loro rilevanza creativa potremmo dare spazio alla tecnica e alla creatività troppo spesso inespressa di chi per primo il tessuto lo fa vivere.
Manifatture e produttori italiani sono un asset strategico della moda che non sfruttiamo appieno, al di là dei salvifici archivi, con il rischio di dover rimpiangere a breve competenze e qualità svanite nell'omologazione e nella rincorsa a una illusoria competitività commerciale.