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Se Gucci fa sneaker in Cina, il problema non è la tecnologia italiana
Il direttore generale di Assomac Agostino Apolito ha qualcosa da dire

Non siamo davanti a un problema di competenze tecnologiche. E il punto non è nemmeno se nella scelta del partner industriale abbiano pesato ragioni economico-diplomatiche. La decisione di Gucci di produrre in Cina la sneaker Drip, dopo una storia produttiva fortemente legata al territorio di origine, pone la manifattura italiana davanti a una questione più profonda: se il brand dichiara di aver selezionato un fornitore cinese per il know-how tecnologico e le capacità produttive più adatte a raggiungere gli standard di performance e qualità che cercava, che cosa è oggi in grado di offrire il made in Italy quando la Cina si sta qualificando come produttore di sneaker premium?
Per Agostino Apolito, direttore generale di Assomac, l’associazione nazionale che rappresenta i costruttori italiani di tecnologie per calzature, pelletteria e conceria, è questa la vera lezione della vicenda. «Non c’è un divario tecnologico generale tra noi e la Cina». L’Italia, spiega, ha competenze «di assoluto livello» nell’iniezione e nello stampaggio, nella lavorazione del poliuretano e dei materiali termoplastici, nella progettazione degli stampi, nell’automazione e nella robotica, oltre che nella chimica dei materiali. Perché allora Gucci ha guardato alla Cina? «Evidentemente ha individuato un partner tecnologico particolarmente adatto a quel prodotto». La differenza, secondo Apolito, non è necessariamente nella singola tecnologia, ma nel modo in cui le diverse competenze vengono applicate e integrate. «Il modello di applicazione del know-how è completamente diverso». La questione, quindi, non è solo disporre delle singole competenze, ma riuscire a concentrarle e farle lavorare insieme attorno allo stesso prodotto. «Probabilmente è questo il punto centrale della vicenda», sottolinea Apolito. «La Cina ha sviluppato una capacità molto forte di integrare materiali, tecnologia, ricerca, design e produzione all’interno dello stesso sistema industriale». È un vantaggio che riguarda soprattutto la velocità con cui un’idea può diventare un prodotto. La sneaker è il caso più evidente di questa trasformazione. Non è soltanto una scarpa sportiva, ma un prodotto tecnologico in cui materiali, design, struttura della suola, stampaggio, automazione e controllo digitale devono essere sviluppati insieme. «Sono processi che anche noi conosciamo e sappiamo gestire». La differenza, però, sta nella capacità di far dialogare queste competenze all’interno dello stesso processo di sviluppo. In Cina, sottolinea Apolito, ricerca, materiali, macchine e produzione sono molto più vicini tra loro e questa integrazione si è consolidata anche grazie alla presenza di grandi produttori, marchi sportivi e un enorme mercato interno. Ci sono aziende capaci di produrre 15, 18, 20 milioni di paia all’anno. «Noi non abbiamo questa capacità di volume e non è necessariamente quello il modello che dobbiamo inseguire», precisa Apolito. Ma quella scala ha consentito di sperimentare materiali e processi su grandi numeri e di costruire filiere fortemente integrate. «Possediamo tutti i pezzi del puzzle. La sfida è ricomporli, costruendo un quadro di insieme». Questo significa costruire l’ecosistema: mettere in relazione chi produce macchine, chi sviluppa materiali, chi costruisce stampi, chi lavora su automazione e robotica e chi conosce il processo produttivo. E farli dialogare con il brand già nella progettazione. Oggi, ammette Apolito, se Gucci chiedesse di riportare nel Paese la stessa sneaker mantenendo caratteristiche tecniche, volumi e tempi, «direi di no, almeno non con la rapidità con cui probabilmente sarebbe necessario farlo. Dovremmo lavorarci». Ma proprio sulla velocità si può intervenire: «Esistono gli spazi, esistono le aziende e soprattutto esistono le tecnologie». La strada non è trasformare il nostro sistema produttivo in una piccola Cina. «Non dobbiamo produrre come la Cina. Dobbiamo produrre meglio». Il terreno di competizione è un altro: flessibilità, piccoli lotti, personalizzazione, nuovi materiali, tracciabilità ed efficienza energetica. È quello che Apolito definisce «tailor made tecnologico»: macchine e processi adattati alle esigenze dello stilista e del brand. Serve anche una piattaforma. Qui entra in gioco Assomac con la sua fiera Simac Tanning Tech, dove il passo successivo sarà mostrare non più soltanto singole macchine, ma soluzioni integrate. «Dobbiamo presentare sempre più soluzioni integrate, nelle quali tecnologia, materiali e processo produttivo siano pensati insieme». Nel progetto, già avviato, rientrano anche sneaker, ma è applicabile al mondo calzatura. «Come associazione nazionale dei produttori di tecnologia, dobbiamo innanzitutto fare in modo che questi know-how si incontrino». Il caso Gucci può diventare uno stimolo. «Dobbiamo riuscire una volta per tutte a mettere intorno allo stesso tavolo tutte queste competenze e poter dire ai brand: non dovete necessariamente andare lontano, perché quello che cercate lo avete già qui». La domanda che lascia aperta la sneaker di Gucci non è soltanto perché il marchio di Kering abbia prodotto quel modello in Cina. È soprattutto: «Quando un designer, italiano o internazionale, immaginerà la prossima sneaker tecnologicamente avanzata, dove andrà a svilupparla?».