Giovani per sempre. E per forza

Essendoci un po’ stancati di vedere le nuove leve che entrano ed escono dai calendari a seconda della congiuntura, abbiamo parlato con due grandi attori del mercato che li sostengono davvero, Fulvia Bacchi e Alessandro Dantone, e tre emergenti con un grande seguito, Simone Botte, Flora Rabitti e Angelo Cruciani, rivolgendo loro tre domande secche su mercati, comunità, compromessi necessari (ma anche no) e la sfida dell’algoritmo 


1 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 12:28
Immagine di Giovani per sempre. E per forza

Un capo di Simon Cracker, inverno 2026

Provo un po' di imbarazzo a scrivere ancora di cosa si faccia per i giovani designer di moda. Semplicemente perché è stato detto tutto, perché si fa davvero molto, seguendone i passi dal diploma (Milano Moda Graduate) fino al supporto manageriale ed economico (Fashion Trust), ma nulla o quasi si è mosso. I giovani designer restano tali per sempre (mi spiace anche un po' a livello personale, perché non si tratta di eterna giovinezza, ma di un'illusione) e raramente viene data loro la possibilità di fare il salto per diventare grandi, nel senso di maturi. Perché? Penso perché parlano un linguaggio, creativo ed economico, diverso da chi lavora nel settore da decenni e questa novità spaventa. Mi imbarazza poi vedere ogni sei mesi liste di nomi sempre diversi che provano a lanciare un brand che dopo qualche stagione naufraga. Certo, essere presenti nel calendario della Fashion Week rappresenta il coronamento di un sogno, però sono quasi tre decadi che osservo decine di nomi entrarne e uscirne e mi rattrista assistere sempre allo stesso copione. "È un tema delicato perché è vero che se ne parla sempre. Con Lineapelle abbiamo appena iniziato un percorso che posso assicurare essere molto concreto, anche se potrebbe sembrare una goccia nel mare. Non è facile, ma abbiamo trovato persone come i Dantone, che ci aiutano e collaborano", spiega Fulvia Bacchi, ceo di Lineapelle e direttrice generale di Unic-Concerie Italiane, che con il progetto Lineapelle Designers Edition è giunta alla decima edizione, e la scorsa settimana ha ospitato nomi in reale crescita di consensi come Simone Botte-Simon Cracker, Yezael di Angelo Cruciani e Florania di Flora Rabitti. "Abbiamo accettato la proposta a scatola chiusa", aggiunge Alessandro Dantone che, con il padre Giorgio, gestisce la storica boutique milanese Daad Dantone. "Non conoscevamo i marchi coinvolti, ma quando li abbiamo incontrati la sorpresa è stata doppiamente positiva perché abbiamo visto lavori con una forte identità estetica, brand che lavorano con piccoli laboratori e che spesso sono fatti a mano, fattore per noi fondamentale perché il cliente di oggi non si fa più incantare dal logo, ma cerca l'unicità". Un sodalizio che promette bene, che va oltre il momento effimero della passerella, mettendo i designer e le loro collezioni direttamente a confronto con il cliente finale. "Nonostante le difficoltà del sistema, selezioniamo quelli per noi più talentuosi e li supportiamo in tutte le fasi", prosegue Bacchi. "Un tempo erano le aziende di materie prime della filiera a sostenerli, ora non è più così e i ragazzi si trovano ad affrontare tutto da soli". Come aggiunge Dantone, "siamo consapevoli della nostra conoscenza del consumatore, lasciamo che sia la creatività a guidare, ma quando è possibile diamo il nostro punto di vista per rendere i capi più fruibili, per esempio migliorandone la vestibilità". L'edizione appena conclusa ha visto quattordici nomi sfilare in piazza Tomasi di Lampedusa a Milano, diventata il cuore dell'iniziativa. Ci siamo seduti con tre di loro (Flora Rabitti per Florania, Simone Botte per Simon Cracker e Angelo Cruciani per Yezael) e ne abbiamo parlato insieme, attorno a poche domande precise per comprendere i vantaggi e le criticità di far crescere un brand oggi in Italia.

UN NUOVO PATTO TRA TURISTA E CLIENTE. Quando si parla di sinergia tra prodotto e cliente, cosa si intende davvero e qual è oggi il principale ostacolo alla relazione tra chi crea e chi indossa?

Flora Rabitti. La relazione tra designer e consumatore nasce con vendita diretta o servizi su misura, raccogliendo così anche opinioni e critiche. Chi ci segue cerca un punto di vista, una interpretazione, ma in primis la verità. Il digitale aiuta molto, ma è complicato instaurare un rapporto di fiducia e comunicare il vero valore dell’oggetto: nella vita reale la qualità si vede, online è più difficile e spesso, per questo, la gente predilige un brand conosciuto a uno emergente.
Simone Botte. Vedo una generazione che guarda le sfilate, ma spesso si sente esclusa e quindi replica le silhouette attraverso upcycling, DIY e mercatini. Così la moda si è allontanata dalle persone che vivono la strada, io invece non voglio mettere troppe barriere tra i miei abiti e chi se ne innamora. Per esempio, una mia T-shirt da 40 euro che però ha sfilato su una passerella milanese può diventare un sogno: può sembrare una follia, ma non mi interessa, perché l’ostacolo sono diventati i prezzi. In più noi evitiamo maxi produzioni e magazzini pieni di invenduto, producendo alcuni pezzi solo quando vengono ordinati e riducendo a zero magazzino e sprechi.
Angelo Cruciani. I tanti stimoli hanno portato designer e cliente a parlare lo stesso linguaggio, quindi l'appartenenza e le idee partecipano al sodalizio nell'acquisto. Il primo problema però è il prezzo: i troppi passaggi generano una escalation che esclude il 90 per cento della clientela. Penso ci sia tanto da reinventare e forse un passo indietro aiuterebbe tutti.

COME CONIUGARE CREATIVITA' E ALGORITMO. In un sistema moda che spinge sempre più verso dati e algoritmi, che margine reale ha oggi la creatività per rimanere imprevedibile, rischiosa, autentica?

Flora Rabitti. La creatività deve partire da valori e da un immaginario, piuttosto che da un prodotto, spingere sulla sperimentazione. Per me creatività ed innovazione sono strettamente collegati con l’artigiano o il modellista. Sapere fin dove posso arrivare mi permette di spingere i limiti più in là pur restando coerente, perché il trend sparisce, il punto di vista rimane.
Simone Botte. Alcuni di noi, “forever emergenti”, scelgono questo mestiere a proprio rischio e pericolo. Siamo nati tra le macerie di un sistema moda con fondamenta marce, ma io non ho mai mollato né saltato una stagione, per non avere una pagina bianca nel diario di quello che ho sempre sognato di fare. In quei dieci minuti di show posso dire la mia e questo mi riempie di gioia più di qualsiasi fatturato. Poi quella che chiamano “community”, che per molti è solo un tag, per me è la salvezza: le mie collezioni nascono dal dialogo con persone che credono nel progetto.
Angelo Cruciani. Per me la creatività è esigenza di verità: non inseguire le tendenze, ma un'idea di bellezza unica per chi avrà gli occhi per riconoscerla e sceglierla. Saper portare il cliente nel tuo stesso sogno e diventare complici in un'estetica comune. Come in una coppia, cliente e stilista possono crescere insieme.

COME RESTARE INNOCENTI CON I FATTURATI IN CRESCITA

Dare ai giovani designer un palco ufficiale durante la Fashion Week milanese è un atto di fiducia nel loro linguaggio o anche un modo per verificarne il potenziale commerciale? Di cosa ha realmente bisogno oggi la creatività emergente italiana? E come si può ricucire il legame tra un materiale come la pelle e la sua manifattura e il cliente finale, disorientato da messaggi contrastanti?
Flora Rabitti. Il supporto delle istituzioni è stato indispensabile per costruire Florania: senza queste opportunità non avremmo potuto migliorarci. Però manca sicuramente un supporto economico pubblico come agevolazioni statali, bandi dedicati, incentivi all’esportazione o alle fiere estere: siamo noi a costruire il futuro Made in Italy anche perché i brand storici faticano a convertirsi, mentre noi siamo più dinamici e flessibili. Lineapelle Designers Edition permette ai designer di giocare con i materiali, avendo alle spalle una realtà con una forte struttura e legami storici così ognuno possa portare con sé una community e farle scoprire i pregi di questo materiale. A me interessa lavorare con pelli di rimanenza perché sono altrettanto preziose, ma a impatto zero.
Simone Botte. Non siamo messi da parte, siamo parte della cosa. A vent’anni scrivevo nel mio diario che avrei voluto essere in calendario prima di Miuccia Prada, oggi sfilo dopo Gucci. Ma il sistema vuole vedere fatturati: ci prende in considerazione quando da soli abbiamo raggiunto un certo livello. La moda oggi rischia spesso di diventare un meme virale, ma che non necessariamente si traduce in guadagni. Il sistema non funziona più nemmeno per i big, quindi forse siamo noi che lo stiamo riscrivendo e che siamo pronti anche per un’industrializzazione, ma in un modo nuovo: potremmo insegnare alle aziende a sprecare meno e risparmiare, ma purtroppo restiamo per sempre con l’etichetta di “giovane emergente”. Fino all’accordo con Lineapelle, usavo poca pelle (costa), ma grazie a loro si è estesa a più capi e accessori: ho replicato alcuni miei modelli storici con questo materiale e ha funzionato molto bene.
Angelo Cruciani. Conquistarsi un palco durante la Fashion Week è difficilissimo. Fast Fashion ed e-commerce hanno azzerato prospettive e sogni di ragazzi che confondono la possibilità con la popolarità. Serve tempo per permettere al pubblico di comprendere e scegliere nuovi linguaggi. Inoltre, l'Italia è famosa per i suoi talenti, ma non ha mai varato un sistema, anche normativo, per tutelarli: servirebbe un sistema che tutelasse chi porta valore aggiunto culturale e che stimolasse il legame tra creativi e imprenditoria. Per fortuna i più tenaci sviluppano canali nuovi dove il successo non coincide più con la popolarità. In merito all’uso della pelle, beh: anche noi siamo vestiti di pelle quando siamo nudi. Io, vegetariano dalla nascita, ho avuto molta difficoltà ad approcciare questo materiale; però, studiando il tema degli scarti alimentari ho capito che l’animale è sacro anche per la sua bellezza: nessun designer potrà mai eguagliare quanto fa la natura. Così ho capito che la pelle garantisce qualità e durata e con l'uso delle pelli di scarto, come nel mio caso, anche un alto potenziale ecologico.