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Registrando Armani: il libro che in effetti mancava
A un anno dalla scomparsa dello stilista-imprenditore, che ricorre domani, esce il libro di Roberta Filippini, tenuto in un cassetto dal 2014 per molti motivi. Due mesi di incontri, confessioni, pudori reciproci, per un ritratto dal fascismo a oggi
5 SET 26

Fra i protagonisti della prima campagna Giorgio Armani firmata da Silvana Armani e Leo Dell’Orco e scattata da Oliver Hadlee Pearch
Sintesi di uno scambio whatsapp di metà agosto con Roberta Filippini, storica responsabile della moda dell’Ansa andata in pensione troppo presto, a seguito della menzione, sul numero di luglio del Foglio della Moda, dell’uscita di una nuova biografia di Giorgio Armani a sua firma: “Giorgio secondo Armani. La vita oltre il successo”, edito da Marsilio. Dalla scarna descrizione che ne è arrivata, sembra un’altra cosa e infatti scoprirò che lo è. “Ciao Roberta, come stai? Hai voglia di scrivere perché hai sentito che fosse arrivato il momento di un nuovo libro su Armani?” (sottotesto: fra gli aforismi scritti da lui, i libri fotografici, le numerose bio, le molte reticenze che aveva attorno ad alcuni episodi della sua vita, che cosa possiamo scoprire di nuovo?). “Grazie, preferirei non farmi l’autorecensione proprio sul “Foglio”. Roberta e suo marito, Ernesto Auci, storico direttore del “Sole 24 Ore”, sono affezionati sostenitori di questo giornale, e dunque hanno letto anche il simpatico controcanto all’ormai celebre autorecensione di Sigfrido Ranucci che molte delle sue firme hanno fatto nelle scorse settimane. Un piccolo divertissement, che nessuno vorrebbe però vedere applicato a sé stesso. “Senti”, mi scrive, “ho pubblicato una premessa che dovrebbe spiegare tutto, te la mando”. Arriva il pdf. La premessa non soddisfa diverse curiosità, ma suggerisce una prospettiva e svela qualcosa che in molti avevamo sempre sospettato, e cioè che la prode Filippini, signora riservata ancorché qualcuno ci abbia raccontato di quella volta in cui ne disse quattro, in ottimo inglese, ad Anna Wintour arrivata in ritardo a una conferenza stampa indetta da lei stessa, è all’origine di molti dei libri che il signor Armani faceva uscire periodicamente su di sé. Le prime lunghe conversazioni, i colloqui a cuore aperto, le riflessioni intime, poi consegnate parzialmente, e parzialmente espunte, ad altri, nascono attorno a “quasi due mesi di colloqui”, senza limiti di tempo, loro due soli attorno a un registratore, nel 2014, pochi mesi prima delle celebrazioni per i suoi ottant’anni e dei quaranta dell’azienda: “Ogni tanto mi mostrava delle foto, ma un giorno mi ha portato tutte insieme quelle che avrebbe voluto mettere nel volume, chiedendomi di legare ad esse il racconto. Era il primo vero indizio in merito al “piano dell’opera”: avrebbe dovuto essere soprattutto un volume fotografico”. Ci sono persone per le quali foto di famiglia stampate in centinaia di migliaia di copie rivelano di sé meno di un racconto lungo il filo di un pensiero, e Armani era evidentemente uno di questi. “Gli avevo offerto una bozza del mio lavoro scritto, e mi aveva mandato a casa un fattorino a prelevarla. Avevo atteso alcuni giorni, in ansia, perché ormai avevo intuito una sua incertezza profonda. Poi mi aveva chiamato e, senza giri di parole, mi aveva spiegato che non se la sentiva: ci aveva pensato, ma lui era Giorgio Armani e non vedeva ancora la necessità di mettersi a nudo. Avevo cercato di convincerlo del contrario, con un unico argomento: alla sua età non aveva niente da perdere, ma anche niente da guadagnare a rimanere nel mito troppo patinato. Poteva avere invece la gratificante occasione di lanciare un messaggio a quei giovani che non riescono a trovare la loro strada e perdono anni, immobilizzati nella sfiducia di un inizio incerto: la sua storia faceva capire come si possa partire da qualsiasi situazione e con impegno arrivare alla piena realizzazione, se non al successo. Una specie di favola moderna, fatta di casualità, fatica, passione e lavoro. Non ricordo se gli proposi un testo semplificato, fatto sta che, sebbene in modo affettuoso e con attestati di stima, la storia finì lì”. Il libro su Armani uscì, ed è l’enorme volume fotografico che ancora si trova nelle librerie: alla presentazione del 2015, al Silos, troneggiava nel salone. Roberta c’era, l’elogio di prammatica venne affidato a un’altra persona, lei non fece una piega, non è da tutti. Sette anni dopo, nel 2022, un altro libro, arrivato a casa come strenna natalizia, “Per amore”. “Un racconto biografico in quarantaquattro pagine”, osserva: “Mi erano sembrate davvero troppo poche, anche se con gioia vi avevo ritrovato alcuni passaggi del lavoro di otto anni prima – seguite da molte più pagine dedicate alle sue “parole d’ordine” e a immagini della sua vita. (…) Ho saputo della sua morte da un amico, Claudio Velardi, direttore del quotidiano “il Riformista”, che mi ha chiamata chiedendomi il favore di un articolo su Armani e dandomi così la notizia. Scrivere subito di lui mi ha impedito di commuovermi troppo. Poi ho cercato, per la prima volta dopo anni, quel vecchio dattiloscritto”. Sono oltre trecentocinquanta pagine. Tutte interessanti, ricche di dettagli e di riflessioni impossibili da ritrovare altrove, che danno del “signor Armani”, di cui domani ricorre un anno dalla morte, un ritratto finalmente non scontato, non ridotto a battute, e svela gioie, amarezze, il bullismo subito da bambino come figlio di un dipendente amministrativo del fascismo imprigionato per sei mesi dopo la guerra, l’attrazione per la sensualità più che per il sesso, peraltro percepibile in ogni suo abito, i rapporti ondivaghi con la stampa. Dice Roberta Filippini che la famiglia Armani ha letto ogni riga con attenzione, trattenendo il manoscritto per lungo tempo, e che abbia dato la propria approvazione con entusiasmo, felice di trovare particolari sconosciuti di quest’uomo, di questo imprenditore, fratello, zio, di cui in fondo tutti non abbiamo mai saputo molto e che ogni volta prendeva tutti in contropiede con quelle sue battute folgoranti, tipiche dei timidi. Scegliere un brano da questo libro è stato molto difficile.
Le vicende familiari, le ristrettezze e le sofferenze della guerra e del dopoguerra «sicuramente hanno influenzato il mio carattere, già poco aperto» mi dice avviando una riflessione sulla sua indole. “Ho un disincanto che proviene dalla vita di quegli anni, una delusione per non aver vissuto davvero la giovinezza. Talvolta mi accorgo di usare un’ironia un po’ dura. Non è cattiveria, è una difesa. È un occhio disincantato che però mi consente di valutare velocemente le situazioni e di capire subito se una persona vale o se bara. Sì, sono cresciuto un po’ triste nella mia interiorità, sensibile e permaloso, forse perché non avevo molti amici, ero più confidente con me stesso che con gli altri.” Quando ormai si era affermato, una loro giovane collaboratrice, Gini Alhadeff, chiese a Sergio Galeotti – socio e compagno scomparso nel 1985, – perché, nonostante il successo, Giorgio avesse spesso quell’aria triste. L’osservazione lo colpì, tanto che se la ricorda ancora: “Oggi però potrei rispondere dicendo che ho pudore dei sentimenti, eppure io rido dentro e forse non si vede. Ho un grande senso dell’umorismo e intimamente mi prendo anche in giro. Mi conosco ormai, so le mie reazioni”. Gli chiedo se abbia mai intrapreso un percorso di psicanalisi, o di qualunque psicoterapia, mi risponde di no e aggiunge che “nessuno si conosce meglio di se stesso, io non ho troppe sorprese al mio riguardo”. Mi dice anche che spesso dorme poco, ma «la mattina dedico almeno mezz’ora all’esame scrupoloso personale. Talvolta il dormiveglia diventa il seguito dei sogni, li continuo da sveglio, anche se mi hanno fatto paura”. Gli chiedo di raccontarmene qualcuno, mi dice che uno dei più frequenti è perfino banale, è quello della sfilata che deve iniziare mentre gli abiti non ci sono: “Ma non è un incubo molto originale, immagino lo abbiano tutti gli stilisti!”.
È anche abituato ad analizzare il suo modo di esprimersi, fatto talvolta di grandi sfuriate e di parole pesanti: “So che il mio linguaggio spesso è troppo duro, molto tranchant. So che non è giusto, ma è il bisogno di dare una svegliata a chi mi sta intorno, anche a quelli che mi vogliono bene. È un modo per intervenire nella loro vita, è proprio quello che non faceva mio padre, con me lui era silenziosamente rispettoso, sempre. Dati i risultati forse non ha sbagliato, forse sbaglio io. Mi rendo conto, per esempio, di essere stato uno zio che ha tenuto un po’ le distanze, non ho fatto lo “zione” con cui giocare. Però a mio modo sono padre, e ho un sacco di figli”.
Senza che io glielo chieda, Armani mi parla del rapporto tra i suoi genitori: “Se ripenso a loro non so dire se si amassero, certo erano molto uniti, nonostante tante cose”. A quei tempi era impensabile per i figli “misurare” passione e amore tra padre e madre, i rapporti coniugali erano un ambito riservato e dato per scontato: “Non c’era un grande dialogo sui sentimenti tra noi, allora non si usava parlare di queste cose. Ma ci fu un momento in cui mio padre ebbe una piccola sbandata e mia madre si sfogava un po’ con me, forse perché ero piccolo e pensava non capissi e non giudicassi”.
Quando parla della madre,Giorgio è insieme ammirato e protettivo: «Era una donna molto accattivante, piaceva agli uomini e faceva presa sulle donne, ma anche lei parlava poco. Eravamo una famiglia con pochi mezzi, ma lei riusciva a essere sempre elegante e a non farci mai sfigurare. Aveva novant’anni quando è morta, in silenzio come era vissuta, senza mai compromettere la nostra serenità”. Da giovane Maria Raimondi aveva perso sei persone di famiglia nell’epidemia di spagnola, ma non erano cose che raccontava volentieri ai figli, se non per dire ogni tanto: “Non sapete com’era dura la vita". Un giorno, quando ormai con il successo Armani aveva raggiunto il benessere, e anche molto di più, le chiese se ne fosse contenta e la madre rispose: “Sì, Giorgio, ma è un po’ tardi". Per lui la frase fu tremenda e questo forse spiega anche il suo continuo rimpianto per aver perso troppo tempo nell’incertezza giovanile, per non aver saputo scegliere presto la sua strada.