L’arte applicata deve diventare un prodotto dop

Sull’artigianato sta arrivando una nuova legge, anche a fronte delle denunce di Confcommercio sui furbetti delle forbici e del deschetto e sulle tentazioni dei brand di modellare una filiera attorno a progetti di eccellenza sui quali fare leva di marketing

5 SET 26
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Una luna in piscina. L'installazione mobile di “moon jars”, i vasi coreani tradizionali per l'acqua dalla forma di luna piena, presso la ex piscina Gandini della Fondazione Giorgio Cini

Se tutto è artigianale, niente lo è. È questa la contraddizione da cui partire per capire che cosa significa oggi essere veri artigiani d’eccellenza. Dal 7 aprile, in Italia, “artigianale” non è più soltanto un aggettivo utile per raccontare un prodotto: è una qualifica giuridicamente protetta. Una stretta che nasce anche da un fenomeno tutt’altro che marginale. Secondo Confartigianato sarebbero almeno 850mila i “finti artigiani”, contro circa 588mila imprese artigiane regolari in comparti come alimentare, moda e arredamento. Il problema non è soltanto linguistico. La parola ha un valore economico: evoca qualità, manualità, competenza, unicità. Può giustificare un prezzo più alto e costruire una reputazione che qualcuno può sfruttare senza averne titolo. La legge prova a mettere un argine, ma la sua efficacia dipenderà anche da controlli e sanzioni. E soprattutto non può, da sola, spiegare che cosa quella parola significhi davvero. Per farlo bisogna entrare nelle botteghe e ascoltare chi il mestiere lo fa. Come Anita Cerrato e Simone Crestani, due degli artigiani d’eccellenza selezionati da Homo Faber, la manifestazione biennale veneziana dedicata ai mestieri d’arte giunta alla quarta edizione. A Milano Cerrato lavora con il kintsugi, l’antica tecnica giapponese di restauro della ceramica che ricompone e valorizza le fratture con oro o argento.
Crestani ha iniziato a modellare il vetro a sedici anni, quasi per caso, entrando in una soffieria per un lavoro estivo. Oggi il suo studio è una squadra di sette persone e i suoi progetti arrivano alle grandi maison internazionali. Due mestieri diversi, una stessa idea: l’artigiano contemporaneo non è chi si limita a ripetere una tecnica, ma chi sa cosa farne. “Gli artigiani sono gli esperti del problem solving”, dice Cerrato. La tradizione, nel suo lavoro, non è un recinto ma uno strumento. Quando è arrivata una collaborazione con Montblanc, per esempio, ha dovuto adattare il kintsugi ai tempi del progetto: la lacca urushi richiede mesi per polimerizzare. “Un giapponese non l’avrebbe mai fatto”, racconta. Lei sì. “Professionalmente parlando, mi ha salvato la vita”. È questa competenza che distingue un mestiere reale da un’etichetta: conoscere una tecnica abbastanza bene da poterla adattare e trovare una soluzione quando cambiano le condizioni. Ma oggi all’artigiano non basta più saper fare. Deve anche saper vendere, raccontare, fotografare, promuovere. Sito, social, preventivi, fatture, comunicazione: «Tutte cose che sono contro la nostra natura», dice Cerrato. La stessa trasformazione l’ha vissuta Crestani. Il suo laboratorio realizza pezzi unici e progetti speciali per il lusso: visual merchandising, gioielli, persino bottoni. Le maison, spiega, sono diventate «come mecenati» dell’artigianato d’eccellenza: portano un’idea e chiedono di svilupparla. È proprio in quel margine di ricerca che il sapere manuale torna a essere invenzione. Ma crescere significa anche diventare impresa. “Per fare lavori a questo livello c’è bisogno di una squadra. E una squadra costa».
Nel suo studio due persone si occupano di contenuti e storytelling. «La mia spesa principale è la comunicazione». Anche un laboratorio in provincia di Vicenza, se punta a clienti internazionali, deve saper farsi vedere: «Fai una cosa bella, la fotografi, la racconti». Il prezzo di questa crescita è anche il tempo. Quando lavorava da solo, Crestani poteva lasciare un prototipo sul tavolo, pensarci, tornarci sopra. «Oggi non me lo posso permettere». Eppure proprio quel tempo è parte del valore del lavoro artigiano. Lo sa bene Cerrato. Per restaurare un oggetto può impiegare tre mesi e i materiali hanno costi importanti: nel suo caso urushi e oro. Il problema è far capire al cliente che cosa sta pagando. «Il consumatore spesso non percepisce quanto lavoro manuale ci sia dietro». È qui che la parola “artigianale” rischia di diventare una scorciatoia: se tutto può essere raccontato come fatto a mano, diventa difficile distinguere il prodotto costruito su anni di competenza da quello che ne imita soltanto l’aspetto. Crestani, nel suo studio, ha una regola precisa: tutto ciò che esce deve essere fatto a mano al 100%. Ma non crede che basti un’etichetta a certificare il valore. «Il marchio è sempre un’arma a doppio taglio». Conta anche la reputazione costruita da realtà come Homo Faber e Wellmade, che selezionano e rendono visibili gli artigiani. Resta il problema della trasmissione del mestiere. Crestani ha imparato da giovanissimo e oggi cerca di formare ragazzi nel suo studio. Ma in Italia, osserva, per il vetro soffiato «non c’è una scuola». Negli Stati Uniti, in Olanda e in Germania i percorsi sono più diffusi. Per questo pensa che il rapporto con la materia debba iniziare prima della scelta professionale: «Bisogna imparare a metterci le mani sulla materia, anche se poi non diventa il tuo mestiere». Legno, ceramica, vetro: una relazione tra pensiero e mano che richiede tempo. È una difficoltà che Cerrato vede anche nei suoi corsi. Il kintsugi non si impara in un pomeriggio: richiede pazienza, ripetizione, attesa. «Una cosa falla 10mila volte e dopo inizierai a provare».
La mano, prima ancora della testa, deve imparare il gesto. È questo, in fondo, il valore che “artigianale” dovrebbe restituire: non un’immagine, ma un insieme di competenze. Un lavoro che richiede anni per essere imparato, tempo per essere eseguito e un mercato disposto a riconoscerne il valore. La legge può stabilire chi è autorizzato a chiamarsi artigiano. Il resto lo devono dimostrare le mani.