Voglio un uomo fatto di vimini

Il film "Wicker" trasforma un marito-cestino in oggetto del desiderio e spunto di stile, tra Gianfranco Ferré e la tentazione (pericolosa) di trasformare ogni suggestione estiva in moodboard

3 SET 26
Ultimo aggiornamento: 09:21
Immagine di Voglio un uomo fatto di vimini
Tra qualche settimana sarà al cinema “Wicker”, letteralmente “vimini”, come il materiale con cui viene creato, in un tardo Medio Evo dell’Inghilterra rurale, un marito perfetto, attento e premuroso, per la pescivendola Olivia Colman. Una commedia fantasy, naturalmente, che rappresenta però (anche) una celebrazione dell'artigianato più straordinario, pur in chiave paradossale. Quando la maestria del lavoro manuale raggiunge certi vertici di tecnica, ispira e suscita molteplici desideri, perfino quelli sessuali (il film è pieno di battute scorrettissime), verso un uomo fittizio, ancorché Alexander Skarsgård non si nasconda abbastanza sotto quegli intrecci di salice per sfuggire alle sue fan. È un peccato che il film non sia presente in nessuna sezione della Mostra del Cinema di Venezia perché, malgrado la relativa sobrietà del red carpet veneziano, il method dressing dilagante ci avrebbe regalato delle sorprese in termini di styling, visto che di intrecci la moda ne conta molti, e non solo metaforici.
Vimini, midollino e rafia sono stati usati tanto di frequente nella moda (ve ne sono molti esempi anche all’ultima edizione di Homo Faber, da poco aperta) da attivare immediatamente la catena dei rimandi e la conta di chi ha fatto cosa. E innescano, lo ammetto colpevolmente, la mia tentazione immediata di salvare l'immagine di uno Skarsgård più statuario che mai, pure in versione cestone, per un prossimo moodboard, assieme a un secchiello vintage degli Anni Cinquanta, acquistato e fino a ora dimenticato, e una borsa per bambina dei Sessanta, che fino a oggi ha subito la stessa sorte. La mente corre poi a Gianfranco Ferré e a un abito visto e ammirato con un principio di sindrome di Stendhal nell'archivio della sede storica della maison, bustino e crinolina ricoperti di midollino nero (e che spero sia ancora nella disponibilità del Centro di Ricerca Gianfranco Ferré), o alle sue declinazioni dell'intreccio a paglia di Vienna per Christian Dior. E dal gioco della memoria passo subito, per condizionamento autoindotto, a una reinterpretazione per una collezione troppo imminente. La ricerca dell'ispirazione veloce è, per noi che lavoriamo non solo “nella” ma anche “sulla” moda, quasi un riflesso automatico, un meccanismo pericoloso perché ci porta a tradurre ineluttabilmente qualsiasi suggestione in materiale di pronto utilizzo, come un calcolatore che processa e metabolizza ogni dato assorbito per il conto della spesa. Avremmo bisogno di maggiore calma, e invece ci ritroviamo a riversare sul tavolo da disegno tutto quello che abbiamo visto, letto, fotografato, assaggiato, incontrato, attraversato durante le vacanze estive, sempre più calde, faticose e di pensieri affastellati. 
Dovremmo cercare, noi che disegniamo per altri, con scadenze sempre più ravvicinate, di non perderci negli infiniti giri della ricerca stilistica forzata, ma provare a svuotare la mente, assorbire e guardare senza uno scopo immediato, con la certezza che qualcosa, sulla distanza, verrà fuori.