Al Bal Oriental, io c’ero

Oltre a Christian Dior, Pierre Cardin e Jacques Fath, fra gli autori dei costumi e gli ospiti del favoloso ricevimento del 3 settembre del 1951 di Charles de Beistegui a Palazzo Labia, c’era anche un giovanissimo Pier Luigi Pizzi. Oltre i libri, le fotografie e i molti racconti per sentito dire

3 SET 26
Ultimo aggiornamento: 09:20
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Grandi fotografi come Cecil Beaton, ma anche molti paparazzi, hanno lasciato una documentazione voluminosissima sul “Bal Oriental” organizzato da Charles de Beistegui, celebrato anche in libri dedicati e nelle memorie di chi vi partecipò


C’è un motivo, oltre alla gioia e al desiderio di presentare il museo dedicato allo zio scomparso nel 2020 a palazzo Bragadin, a Venezia, da molti anni di famiglia, se Rodrigo Basilicati Cardin ha scelto la data del 3 settembre. Le ragioni della festa che questa sera illuminerà la calle della Regina dove si affaccia anche la Fondazione Prada, sono in realtà due: celebrare appunto la nascita della casa-museo, con gli ospiti sprovvisti di costume epoca Space Age invitati a presentarsi a palazzo con un po’ di anticipo per scegliere una mise Cardin dall’immenso archivio portato da Parigi, non tutto ovviamente di qualità museale ma comunque di ottima fattura, e farlo nello stesso giorno in cui, settantacinque anni fa, si tenne sulla sponda opposta, a Palazzo Labia, oggi sede regionale della Rai, il Bal Oriental organizzato da Charles de Beistegui sotto l’affresco del Banchetto di Cleopatra del Tiepolo che l’aveva ispirato. Pierre Cardin, all’epoca giovanissimo, fu l’autore di circa trenta costumi degli oltre mille partecipanti (fra i quali trecento imbucati), e proprio quell’occasione lanciò la sua carriera. Arrampicatore sociale che aveva aggiunto la particule al cognome, di ricchissima famiglia messicana sfuggita alle persecuzioni seguite all’esecuzione dell’imperatore Massimiliano, Beistegui non era amato; piuttosto, temuto. Cecil Beaton, che pure si sarebbe ispirato alla sua biblioteca nel castello di Groussay, a Yvelines, per quella del professor Higgins di “My fair lady”, ne ha lasciato un ritratto al vetriolo nelle sue memorie, “The glass of fashion”. E anche Jacqueline de Ribes, la grande dame dell’eleganza scomparsa pochi mesi fa, raccontò che Beistegui era “un amorale e uno snob”, aggiungendo di “aver visto di tutto durante la guerra”, ma di essersi sentita “un’innocente”, fino all’incontro con lui. La “legge di Charlie” era in estrema sintesi quella proustiana dell’esclusione e del censo, ancora dominante in quegli anni, ma che sarebbe stata polverizzata nel decennio successivo, con le proteste studentesche del Sessantotto che avrebbero portato anche alla chiusura dell’atelier di Cristóbal Balenciaga. Nonostante avesse fatto di Groussay la propria residenza, aveva restaurato Palazzo Labia à grand frais arricchendo tutti gli artigiani di Venezia, e quel ballo avrebbe dovuto sancirne la posizione di nuovo doge di Venezia. Beistegui vendette il palazzo a Ettore Bernabei, allora direttore generale della Rai, nel 1960, assicurando per sempre al patrimonio nazionale i Tiepolo. Nessuno può più raccontare, adesso, come fu davvero, il ballo del secolo, tranne il grande regista teatrale, curatore e scenografo Pier Luigi Pizzi, allora ragazzo, che vi partecipò per caso e per un colpo di fortuna.
Come ci si prepara alla festa del secolo? Forse non ci si prepara affatto, sembra insegnare l’esperienza di Pier Luigi Pizzi, che oltre settant’anni fa al Bal d’Orient ci è andato davvero, quasi per caso, con l’inconsapevolezza dei vent’anni. Sembra proprio questo il modo migliore per mescolarsi al jet-set internazionale: con il distacco di chi non ha fatto nulla per esserci e con la consueta dose di ironia che questo straordinario uomo di teatro conserva intatta, insieme a una prodigiosa memoria che ancora oggi ci fa rivivere ogni dettaglio di quella notte. Ma andiamo con ordine. Il 3 settembre 1951, una Venezia in piena Mostra del cinema sembrava già traboccare di celebrità: da Vivien Leigh e Marlon Brando, protagonisti nevrotici e sensualissimi di “Un tram che si chiama desiderio”, a Kirk Douglas giornalista senza scrupoli in “L’asso della manica” di Billy Wilder, per non parlare di altri mostri sacri come Cukor, Renoir e Kurosawa, che quell’anno vinse il Leone d’oro con “Rashomon”. Nulla lasciava presagire che un’altra miriade di miliardari, aristocratici e artisti fosse pronta a riversarsi tra calli e campielli per raggiungere Palazzo Labia. Charles de Beistegui, figura di spicco della società parigina, di origini basche, la cui famiglia si era arricchita in Messico con le miniere d’argento, aveva acquisito e restaurato da pochi anni la grande dimora sul Canal Grande con gli affreschi del Tiepolo, tra cui il celebre “Incontro di Antonio e Cleopatra”. L’intenzione era trasformare quel luogo nella scenografia ideale per l’“ultima festa europea”, come scrisse Paul Morand. Nei mesi precedenti erano partiti oltre mille inviti che recitavano: “Bal costumé époque XVIIIe. Masques et dominos”. Da tutta Europa l’aristocrazia e il bel mondo avevano risposto all’appello, facendo a gara per stupire con i propri costumi e scomodando, per disegnarli, i più grandi couturier dell’epoca, da Christian Dior a Jacques Fath, chiamati a gareggiare con i personaggi dipinti da Tiepolo. Nei giorni precedenti al ballo gli invitati cominciarono a vedersi a Venezia, tutti più o meno indaffarati a ultimare le loro mise. Nel frattempo, Pizzi era lì per tutt’altro. Aveva appena iniziato la carriera di scenografo e costumista e in quelle settimane era al lavoro con Cesco Baseggio sull’”Avaro” di Carlo Goldoni, da presentare alla Biennale Teatro. Mentre si trovava nella sartoria della Fenice a controllare la realizzazione dei figurini per lo spettacolo, ispirati a Fra Galgario, si presentò una principessa romana, anche lei invitata al ballo ma evidentemente non molto organizzata, al punto da essersi rivolta al teatro in cerca di abiti per sé e per altri suoi familiari.
La direttrice della sartoria le spiegò che il teatro non poteva affittare i costumi di repertorio. “A quel punto, un po’ sfacciatamente”, racconta Pizzi, “intervenni dicendo che potevo aiutarla io. Ero lì con i miei figurini in mano, davanti a un manichino, e la principessa rimase evidentemente incuriosita. ‘Lei può aiutarmi?’, mi chiese speranzosa. ‘Molto volentieri’, le risposi, un po’ perché l’idea mi divertiva, ma anche perché intravedevo una possibilità di guadagno, considerato com’ero squattrinato all’epoca”. Venne fuori che erano in sette a dover essere vestiti e Pizzi si prese qualche ora per pensare a una entrée speciale. Nel pomeriggio si rividero tutti insieme: “Per fortuna erano tutti belli, eleganti e, come dire, racé. Io, nel frattempo, avevo pensato di adeguarmi agli affreschi del palazzo, cercando l’ispirazione negli abiti tiepoleschi ma filtrandoli attraverso una sensibilità più contemporanea: c’erano certamente le linee delle dame del Tiepolo, dei cavalieri, dei paggi, ma rese in una maniera più stilizzata, meno attenta alle pedanterie dei dettagli storici”. Un metodo che sarebbe poi diventato la cifra del lavoro teatrale di Pier Luigi Pizzi fino a oggi. “In sartoria avevo a disposizione dei campionari di tessuti. Bisognava fare in fretta, perché mancavano pochi giorni al ballo. Per combinazione, alcuni tessuti li avevo già scelti per il mio spettacolo: taffetà e sete in bellissimi toni di rosso, che andavano dal vermiglione al rubino, fino quasi al viola. C’era quindi una grande varietà di tonalità, tutte in armonia tra loro, una sorta di alchimia cromatica che poteva funzionare”. Due giorni dopo diede loro appuntamento per la prima prova: tutto andò per il meglio e rimanevano solo le rifiniture da completare. Alla vigilia del ballo tornarono per la vestizione generale, questa volta con una parrucchiera e un truccatore del teatro convocati da Pizzi perché pensassero anche alle acconciature e al trucco, in modo che tutto risultasse perfetto. “Erano tutti felici ed eccitati, si piacevano moltissimo: tutto un gran trallalà di inchini e piroette davanti allo specchio. La principessa non sapeva più come esprimere la sua gratitudine. Mi chiamò in disparte per darmi il compenso, davvero molto generoso, che mi fece tirare un bel respiro di sollievo. ‘C’è anche dell’altro’, mi disse, allungandomi una busta. Dentro c’era un cartone d’invito al ballo che, non so come, aveva ottenuto per me. Fantastico! A meno di un giorno dalla festa, il problema era che cosa mettersi addosso. In teatro non c’era niente che facesse al caso mio: non volevo presentarmi con un polveroso costume di repertorio, e non potevo certo indossare uno dei costumi per “L’avaro”. Allora mi venne un’idea: chiesi a Baseggio se non avesse qualche vecchio costume della compagnia. Cesco era generosissimo e affettuoso, e in dialetto veneto mi disse: ‘Ma sì, bocia! Gavemo un deposito de baùli: va’ a véder se ti trovi qualcossa’. Così mi fece accompagnare in un magazzino verso Marghera, dove tenevano scene e attrezzeria. Aprendo uno dei bauli, trovai un costume d’Arlecchino del Settecento. Me lo infilai e mi stava a pennello. Aveva persino la tradizionale maschera nera di cuoio. Corsi a comprarmi delle friulane nere e delle calze rosse, ed ero pronto per il ballo”. Così il ventunenne che pochi giorni prima non aveva nessuna ragione di immaginarsi a Palazzo Labia poteva ormai varcarne la soglia: “Ero come Alice che attraversa lo specchio”. E cosa c’era al di là dello specchio? I racconti della festa appartengono a quella zona incerta in cui la cronaca mondana comincia a somigliare alla mitologia. Alle undici di sera le gondole si susseguivano davanti al palazzo illuminato da centinaia di candele; decine e decine di valletti in livrea accoglievano gli ospiti. Beistegui li riceveva imparruccato, nelle sontuose vesti di Procuratore della Serenissima e issato su degli alti trampoli, dettaglio che Pizzi ricorda benissimo.
“Nel grande salone centrale stava maestosamente appoggiato a un camino, perché mantenere l’equilibrio su quei trampoli vertiginosi era impresa ardua. Nel corso della notte sarebbe scomparso e riapparso più volte, sempre con costumi diversi. Tutto era stato concepito come uno spettacolo splendidissimo. Gli invitati consegnavano il proprio invito all’aboyeur, che li annunciava, e andavano a salutare il padrone di casa. Boris Kochno (poeta, sceneggiatore, anche dei Ballets Russes, ndr), che aveva imparato da Diaghilev che una festa può essere una forma d’arte totale, aveva organizzato le entrate. Lady Diana Cooper si presentò come Cleopatra, così come Daisy Fellowes, altra Cleopatra in Dior, immortalata da Cecil Beaton sotto la Cleopatra di Tiepolo; il duca di Verdura impersonava il Tempo, circondato dalle quattro Stagioni; Leonor Fini appariva come un angelo nero; la principessa Chavchavadze era Caterina II; Arturo Lopez in una spettacolare entrée come l’imperatore della Cina e il fastoso seguito”. Pizzi era arrivato con largo anticipo: “Non volevo perdermi niente”. Affacciato ai balconi, assisteva allo sbarco degli invitati dalle gondole e dai motoscafi. Nel cortile ricorda i balletti del marchese de Cuevas, uno popolato da enormi mascheroni, un altro più rococò e settecentesco. Il cortile stesso era diventato una scenografia: rivestito di arazzi, aveva sul pavimento una tela dipinta a trompe-l’œil che riproduceva il tappeto della Savonnerie della camera di Luigi XV a Versailles, mentre dall’alto pendeva un gigantesco lampadario disegnato da Emilio Terry. “Dalla facciata sul campo San Geremia si vedeva una folla di curiosi assiepati dietro lo sbarramento di transenne. Beistegui aveva pensato anche a loro, offrendo le prodezze di mangiatori di fuoco, piramidi umane e fuochi d’artificio. Ci fu perfino un lancio di monetine”. Così per qualche ora il confine fra festa privata e spettacolo pubblico sfumò. È facile, settantacinque anni dopo, vedere in tutto questo soltanto l’ultimo ruggito di un’aristocrazia internazionale che poteva permettersi di giocare al Settecento mentre l’Europa usciva dalla guerra. La stampa francese ricorda che Beistegui rifiutò addirittura otto milioni di dollari offerti da una televisione americana per filmare la serata: preferì affidarne la memoria alle fotografie di Cecil Beaton, Robert Doisneau, Frank Horvat e ai disegni di Alexandre Serebriakoff. È qui che si apprezza ancora di più la prospettiva speciale del racconto di Pizzi. Lui non era arrivato a Palazzo Labia fingendo di appartenere a quel mondo. “Non avevo nessun tipo di smania di mondanità. D’altronde non l’ho mai avuta. Non avevo lo sguardo smanioso di Cenerentola che guarda le sorellastre andare al ballo del Principe, e certo non avrei dato l’anima al diavolo per ricevere un invito. Ci sono entrato per caso, da curioso voyeur, da spettatore”. Cioè già da uomo di teatro. Alle cinque del mattino, Pizzi tornò in albergo, si tolse il costume da Arlecchino, fece una doccia e andò alle prove. Ma qualcosa di quella notte rimase. Non tanto il bel mondo, quanto la scoperta di ciò che può fare lo spettacolo. “Entrare a Palazzo Labia, illuminato da migliaia di candele, con cascate di fiori e tavole imbandite ovunque, e tanti spettacoli diversi pensati alla perfezione… per uno che stava iniziando a fare il mestiere del teatro era veramente un’esperienza inimmaginabile”.
Forse la lezione stava nel rendersi conto dello sforzo necessario a produrre qualcosa che era destinato a durare una notte e poi scomparire. C’era chi aveva preparato il proprio costume da un anno, chi aveva attraversato l’Atlantico per esserci, chi aveva mobilitato atelier, artisti, architetti, ballerini, gondolieri, cuochi, valletti. Poi arrivò l’alba e tutto finì. “Quella notte magica mi ha insegnato che l’effimero si porta via tutto. Restano le memorie, le fotografie, i disegni, i racconti. E restano immagini sopra cui la vita ne deposita tante altre”. Negli anni Pizzi avrebbe poi frequentato molti dei personaggi che allora avevano partecipato al ballo, da Kochno a Cocteau, ma sempre “con la stessa curiosità che avevo a vent’anni, come quando entravo in un museo o in una cattedrale”. Tutto serviva allo stesso scopo: “Raccogliere esperienze, spunti. Accumulare immagini, che nutrissero la mia creatività”.
Cristiana Brandolini, che quella sera indossava un costume disegnato da Lila De Nobili, è rimasta amica di Pizzi fino alla sua scomparsa, avvenuta poche settimane fa. “Nel suo palazzo veneziano ricordo d’aver visto i disegni di Lila degli abiti che Cristiana e Brando avevano indossato quella notte”.
La memoria ormai sfuma, i testimoni scompaiono, ma forse al Bal d’Orient questo destino conviene. Beistegui aveva speso una fortuna per fabbricare una notte fuori dal tempo e oggi sopravvivono fotografie, bozzetti, vestiti, frammenti di conversazioni. E un Arlecchino di ventun anni che arrivò per caso, guardò tutto fino alle cinque del mattino e poi, mentre il ballo del secolo diventava leggenda, tornò in teatro tranquillamente a lavorare.