Moda
il foglio della moda •
Per fortuna che Angelica Hicks ci ricorda di prenderla a ridere
L’account IG dell’illustratrice, dove ricrea gli abiti più fotografati del momento con materiali di uso quotidiano, sta sfiorando il milione di follower e gli stilisti fanno a gara per commentare le sue imitazioni in retina dei limoni e carta igienica
8 AGO 26

Foto Getty
Se un tempo tra la gente della moda il cibo era considerato Satana perché nutrirsi era volgare e faceva ingrassare, oggi che è stato nobilitato dalla sua traduzione in inglese, "food", la nuova sventura del sistema è diventata l’ironia. L'idea che qualcosa possa essere divertente terrorizza i brand, la comunicazione e i vertici. Ma perché, dato che la moda è un settore che dovrebbe trasmettere piacere, desiderio e speranza? Si potrebbe rispondere citando Franco Battiato che in "Bandiera bianca" canta: "C'è chi si mette degli occhiali da sole, per avere più carisma e sintomatico mistero" e, spostando la strofa precedente, concludere: "Siete come sabbie mobili tirate giù uh uh". La moda è un settore eccitante e velarla di seriosità spacciandola per sciccheria è un errore: oggi, soprattutto, dovrebbe mostrare leggerezza anziché mestizia, dato che un sorriso è accolto con più favore e, soprattutto, è gentile, un altro atteggiamento in via di estinzione. A dire il vero, c'è chi prova a usare un linguaggio meno sostenuto, ma con risultati che fanno sorridere più per la goffaggine di un'ironia sottovuoto, compressa in blister e argomentata in lunghi scambi di powerpoint fra uffici comunicazione e marketing che per il messaggio che cerca di trasmettere. Sul tema, ho fatto due chiacchiere con Angelica Hicks, trentatré anni, londinese con madre italiana, la designer Allegra Tondato, e padre inglese, l'interior designer e artista Ashley Hicks. È forse il ramo nobilmente britannico (è nipote di Lady Pamela Mountbatten, figlia minore dell’ultimo viceré dell’India, Louis, e del celeberrimo designer della Swinging London, David Hicks, cosa che fa di lei una legittima pretendente al trono, in effetti) ad averle regalato quella quota di humour esplosivo che fa di ogni suo post su Instagram, 947mila follower a oggi, un appuntamento imperdibile. Due settimane fa, la sua replica in carta igienica, rete da tennis e carta stagnola del Versace couture del 2016 indossato da Zendaya alla presentazione di “Spiderman” si è meritata un commento di Donatella Versace stessa: “Brilliant”. Angelica, che già nel 2017, poco più che ventenne, mandò in stampa un libro di disegni di moda spiritoso fin dal titolo (“Tongue in chic”, derivazione modaiola della celebre espressione inglese “tongue in cheek” che definisce appunto l’ironia) è illustratrice e collabora con molti brand, tra i quali Gucci e Pomellato, ma è diventata virale ricreando appunto abiti couture o prêt-à-porter con oggetti di casa: dalla retina dei limoni alla stagnola dei cioccolatini, fino ai sacchetti della raccolta differenziata.
Vivere a Brooklyn non le ha fatto perdere la britishness. "Mi è capitato di collaborare con marchi che, a un certo punto, hanno deciso di cambiare direzione. All'inizio mi lasciavano una grande libertà creativa, poi hanno iniziato a chiedermi di rendere il mio lavoro 'più elevato'", racconta. "Ma io continuavo a domandarmi se essere sofisticati significasse davvero rinunciare alla componente giocosa del mio lavoro e della moda stessa. Mi è sembrato, piuttosto, che alla base di troppe decisioni, a prendere il sopravvento fosse la paura di uscire dai cliché. Oggi si scelgono quasi sempre le soluzioni più rassicuranti: gli stessi volti, autori, linguaggi. Penso sia un atteggiamento poco lungimirante, perché alla fine tutto finisce per assomigliarsi. Sembra che il lato più corporate del sistema continui a considerare ironia e raffinatezza come due opposti, quando invece possono convivere perfettamente". Il suo metodo non è mai volgare o denigratorio; è intriso invece di quella sfrontatezza intelligente che un tempo fece la fortuna di gruppi come i Monty Python e che oggi sembra scomparso, perché l'ipocrisia del politicamente corretto lo considera offensivo. Angelica Hicks ha lanciato il suo account per caso, come capita spesso con le idee sovversive: "Prima le illustrazioni, i video sono arrivati dopo. Ho sempre cercato di raccontare la moda con leggerezza, per renderla più accessibile. Non mi è mai piaciuta l'idea che fosse un mondo esclusivo, dove ci si prende troppo sul serio, per me è sempre stata qualcosa di divertente, che tutti, a modo loro, dovrebbero poter vivere. È proprio questa ossessione per la desiderabilità che mi ha fatto capire come il valore non risieda nell'oggetto, ma in ciò che rappresenta e nel modo in cui lo si interpreta. Quando un video diventa virale, poi, c'è sempre qualcuno che vede della malizia, ma non alimento mai quelle polemiche perché i miei lavori sono, prima di tutto, un omaggio al design. Mi piace pensarli come una ricetta alternativa: è come quando un grande pasticcere realizza una torta straordinaria senza rivelarne la ricetta: io provo a rifarla con ingredienti diversi. Magari il risultato le somiglia, però c'è il rischio che crolli appena la tocchi o dietro sia incompleta. Ed è proprio questo il bello", racconta, senza sapere che, come lei, la pensava uno dei più grandi costumisti di tutti i tempi, Danilo Donati, autore della celeberrima sfilata ecclesiastica del “Roma” di Federico Fellini (1970), mito della moda dell’ultimo mezzo secolo, praticamente tutta realizzata in cartone, lampadine dell’elettricista e materiali di scarto, e di un mitico balletto della Rai degli albori che voleva imitare le coreografie sontuose di Busby Berkeley nelle “Fanciulle delle follie” (1941) ma, a causa delle ristrettezze di budget, era fatto di carta crespa e porporina. Angelica segue lo stesso principio: il gioco dell’infanzia, con la consapevolezza adulta. "Quello che faccio è anche un commento sul modo in cui si indossano i vestiti, più che i vestiti stessi. Si può portare persino un sacco della spazzatura, ma se lo si porta con eleganza diventa cool", spiega. "Mi piace pensare che le persone possano essere ispirare e sentirsi più creative, perché oggi tutto è diventato uniforme; mi dispiace, invece, osservare la perdita dell'espressione personale e, di conseguenza, anche il mio rapporto con gli abiti è cambiato: un tempo, per gli eventi, consideravo i look delle maison, oggi preferisco creare qualcosa di mio. Per esempio, in occasione del matrimonio di un'amica ho realizzato un vestito usando un tunnel da gioco per bambini e due boobtube dresses. Un successone, tutti mi chiedevano da dove arrivasse".
Il suo spirito rende l'assurdo uno spunto per altri che riproducono le sue idee. "È una soddisfazione enorme: preferisco pensare di stimolare la creatività più che promuovere un prodotto", puntualizza. "così ho anche iniziato a scrivere su Substack: i miei video funzionano grazie all'illusione e alla magia, ma mi diverte anche raccontare il processo creativo che c'è dietro. Ormai, è automatico: quando vedo un look in passerella, il mio primo pensiero non è più il vestito in sé, ma quale oggetto di casa potrebbe trasformarsi in quella stessa silhouette". Il suo entusiasmo è contagioso, quindi le chiedo perché la moda sia diventata tanto noiosa: "Credo che sia troppo aziendalista, ci si preoccupa soprattutto dei bilanci, a discapito della componente umana e così svanisce anche ciò che rende un marchio davvero riconoscibile" riflette. "È questo l'aspetto che trovo più deprimente, la perdita di ironia nasce proprio da qui. Lavorando con le aziende ho visto quanto siano diventate sempre più prudenti. Si ha la sensazione che nessuno voglia più correre rischi e che ogni decisione venga presa seguendo la strada più sicura: spero che la Gen Z e questa nuova tendenza del fai da te possano cambiare le cose. Di recente ho letto un articolo secondo il quale il modello su cui il settore ha costruito la propria comunicazione negli ultimi anni non funziona più. Le persone non si accontentano di immagini perfette e aspirazionali, cercano qualcosa di autentico e per questo mi convinco sempre più che lo chic non sia mai estraneo al divertimento. L'ironia non rende un marchio meno sofisticato, semplicemente lo rende diverso. Io, in fondo, faccio questo: ricreo la moda con materiali di recupero e oggetti comuni. Quasi nessuna delle mie creazioni è davvero indossabile, ma non è questo il punto, la verità è che bisogna divertirsi. Infine, credo che anche l'aumento spropositato dei prezzi influisca sul progressivo divario fra la moda e la gente: ho solo trentatré anni, ma ricordo benissimo quando un paio di scarpe firmate costava 250 sterline, mentre oggi ne costa mille. Pensa che di recente ho visto un cardigan in vendita a 60mila dollari". "Forse è anche per questo che nessuno ha più voglia di scherzare", le dico. E scoppiamo a ridere insieme.