Moda
il foglio della moda •
L’arte di far dormire Ulisse
Due giorni in Marocco a parlare (si') di lusso. Immaginare la bellezza come “una forma di libertà"
8 AGO 26

Foto di Matt Dany su Unsplash
Da Rabat. La luce di Rabat ha qualcosa che sfugge a banali definizioni geografiche, perché arriva dall’Atlantico, attraversa il Bou Regreg, si rifrange sulle superfici chiare della città e salendo lungo la Mohammed VI Tower, uno dei nuovi simboli del Marocco, a 313 chilometri da Ceuta dove è andato in scena un racconto ben diverso da questo e fra i molti morti non è ancora chiaro quale, sembra alleggerire persino la materia.
L’edificio più alto dell’Africa settentrionale non domina il paesaggio soltanto per una questione di metri, ma finisce con l’interpretarlo a suo modo e ad assorbirlo, diventando un tutt’uno. Dentro quella verticalità, dove ci sono appartamenti, uffici e il nuovo Waldorf Astoria Rabat Salé, il lusso rinuncia all’enfasi per trasformarsi in un racconto, protagonista in un posto dove oltre settemila opere d’arte (si, avete letto bene) accompagnano il visitatore lungo il percorso dell’hotel, seguendo una trama che intreccia l’artigianato marocchino, la memoria, la natura e la contemporaneità. Da lontano, riflette il cielo con una superficie quasi immateriale, mentre al tramonto assume quella qualità cinematografica che ricorda certe architetture del film “Arrival”. Persino le cicogne, presenza familiare nel cielo della capitale, riappaiono nella grande installazione metallica di Achraf Touloub, sospese fra pieni e vuoti come un alfabeto leggerissimo. Pierre-Yves Rochon, il più influente progettista di alberghi di lusso degli ultimi quarant’anni, le osserva con l’attenzione di chi cerca, in ogni progetto, un punto d’incontro fra il luogo e l’immaginazione.
Al “Foglio della Moda” le definisce creature “sospese fra la concretezza della natura e l’incanto del mito” e in questa frase, pronunciata quasi di passaggio durante la nostra colazione, c’è già tutto il suo modo di intendere l’ospitalità. Francese, nato nel 1946, da oltre quarant’anni progetta alcuni degli alberghi più celebri al mondo, dal Four Seasons George V di Parigi, al Savoy di Londra, fino al nuovo Danieli a Venezia che sarà inaugurato durante la prossima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, oltre ai Peninsula, gli Shangri-La e i Waldorf Astoria, a cominciare dal primo, quello di New York. Il suo lavoro consiste “nel costruire un equilibrio difficile”, nel rendere cioè “internazionale un albergo senza cancellarne il carattere locale. Ogni albergo”, racconta, “vive dentro un equilibrio delicatissimo. Da una parte deve appartenere a una tradizione internazionale dell’accoglienza, dall’altra deve custodire l’identità del luogo che lo ospita. Ogni volta la sfida ricomincia da capo. Nessuna formula è replicabile, perché ogni città possiede una propria luce, una propria memoria e una propria idea di eleganza. Penso che un albergo debba rassicurare”, aggiunge. “Quando si viaggia, soprattutto se per motivi di lavoro, ci si sente più fragili perché si parte da casa propria. A volte si va in un altro luogo o in un altro paese e ci si ritrova, da soli, con dei codici che non sono i propri. Penso in particolare alla camera e alla notte. Un hotel deve essere rassicurante e protettivo in questo senso, ma non per questo non deve essere innovativo o sorprendente”. Per lui l'eleganza non è né la sorpresa, né il riconoscimento, ma qualcos'altro, molto più sottile. “Preferisco le immagini concrete, come una rosa che profuma davvero, perché rappresenta un lusso infinitamente più autentico di molti oggetti costosi. La qualità resta riconoscibile senza bisogno di dichiararsi, proprio come accade con certi materiali che invecchiano bene e acquistano profondità con il tempo”. Abiti e camicie sempre su misura e profumo Chanel, Rochon ritorna continuamente sul tema dello spazio. «Il volume - sostiene - costituisce metà del lusso. Prima ancora degli arredi vengono le proporzioni, la relazione fra pieni e vuoti, il modo in cui la luce entra in una stanza durante le diverse ore della giornata. L’architettura produce una sensazione fisica prima ancora che estetica. Lo stesso vale per il corpo che comprende gli spazi con un’immediatezza che precede ogni giudizio razionale”. L’interior design, nella sua visione, assomiglia così a una forma discreta di psicologia. “Colori, simmetrie, prospettive e luce modificano il modo in cui le persone abitano uno spazio. L’equilibrio geometrico trasmette calma. La luce accompagna gli stati d’animo molto più delle decorazioni e anche una tinta considerata difficile può produrre effetti inattesi, perché ogni cultura costruisce un rapporto diverso con il colore. L’architetto capace, allora, è come uno stilista: diventa un osservatore del comportamento umano oltre che un autore di ambienti. Il disegno, la disposizione di una camera possono influenzare il modo di vivere o di muoversi nella stessa, in base a come è disegnata. “Se la camera è disegnata su assi, su un equilibrio, su una simmetria, inconsciamente l'essere umano si sente bene e sereno, ne ho la prova. Se faccio una camera rossa o una camera bianca o azzurro cielo, già le diverse categorie di clienti provenienti da paesi diversi hanno una particolare sensibilità al colore nel loro subconscio. Ci sono poi dei colori che sono più eccitanti di altri, faccio ad esempio moltissima fatica a far accettare camere rosse. Tutti pensano che ecciti, che non sia rilassante, mentre non è necessariamente vero”. La tecnologia e la luce in particolare “sono delle armi creative che evolvono costantemente per il benessere di una notte in albergo”. Bello dormire, e soprattutto cercare di farlo al meglio e nel miglior posto, perché per Pierre-Yves Rochon “le idee migliori nascono dal sogno”.
Probabilmente, se avesse dovuto ispirarsi a degli stilisti, Rochon avrebbe scelto Yohji Yamamoto e Rick Owens. La sua è una genealogia artistica che racconta molto della sua sensibilità e ne abbiamo conferma poco dopo, quando ci ricorda che “prima dell’estetica viene sempre la capacità di suscitare una percezione”. Anche la bellezza, preferisce immaginarla come “una forma di libertà. Se fosse una forma di ordine, saremmo prigionieri della bellezza e ne avremmo un'unica forma. La libertà invece è tutto. Una bellezza costretta dentro regole immutabili finirebbe per perdere la propria vitalità. Ogni luogo, ogni epoca e ogni persona aggiungono invece una sfumatura diversa a questa ricerca”. Forse è proprio questa disponibilità al cambiamento che rende i suoi interni così difficili da collocare in una moda precisa, perché attraversano gli anni senza inseguirli. “Gli alberghi custodiscono una parte importante della storia contemporanea. Ospitano incontri destinati a cambiare destini individuali, celebrazioni, separazioni, attese e riconciliazioni. Esistono alberghi che diventano simboli di una città, altri che restano legati ai ricordi privati di chi vi ha trascorso una notte decisiva. L’architettura finisce così per dialogare con la letteratura, perché ogni stanza contiene la possibilità di un racconto”. I materiali da utilizzare per la loro realizzazione possono essere ovviamente molteplici, ma non tutti sono facili da modellare. Il più difficile di questi è l’educazione, che raccoglie il tempo, la memoria, il rapporto con il cliente, la capacità di ascoltare e di comprendere. L’ospitalità nasce molto prima degli oggetti, perché inizia dallo sguardo con cui si accoglie qualcuno”.